Quattordici – Ruote. Parte seconda

Archiviata la famiglia dei mezzi da lavoro e di quelli molto più raffinati a trazione equina non resta che passare a ruote più leggere. Non sempre di metallo, come si vedrà.
Dato che mi pare fin troppo chiaro che si parlerà di biciclette conviene partire dalla prima (mia) e poi crescere insieme a loro. La prima, rosso metallizzato, gomme bianche, assetto sportivo, era una Doniselli. E si chiamava Fulmine. Beh, io l’ho chiamata così, diciamo. Gran bicicletta ragazzi! Come si può vedere in sella indossavo una maglietta inedita: la stessa che indossavo a cavallo o vestito da cow-boy. Anzi, in sella alla Fulmine avevo pure il cinturone perché quello era il mio fido destriero. I calzoni di pelle, rigorosamente tirolesi, dimostravano l’attenzione ai particolari e una profonda conoscenza delle esigenze del perfetto ciclista. Non per niente i calzoncini neri da indossare in sella hanno un inserto al cavallo in pelle e sono da indossare rigorosamente smutandati. Ecco, non posso ricordare, ma credo di avere avuto le mutande, allora. Il sandalo blu con buchi completa l’equipaggiamento. Forse era stato preferito alla scarpa di tela per garantire un’aerazione maggiore una volta acquistata una certa velocità. Però la mia Fulmine aveva una rivale. Certamente più datata, ma altrettanto ricca di storia (forse più della mia) e di fascino. Si chiamava Pulcino, mi pare fosse azzurra e, salvo smentite clamorose, aveva i cerchioni di legno. Fantastico! E chi pedalava sulla Pulcino? Mia cugina Giulia, che l’aveva ereditata dalle sue sorelle/fratello e che pedalava di tanto in tanto in cerchio nel cortile del pozzo insieme a me. Anche se, credo, le prime pedalate senza rotelle e senza rete, sia sue che mie, ebbero come teatro il campo di bocce, liscio e sicuro con la sua spianata di sabbia antislittamento e ammortizzante in caso di tombole. Ai tempi, quando non esistevano i negozi o le bancarelle specializzate in maglie sportive coi nomi dei calciatori o dei ciclisti e degli sponsor, se uno voleva sentirsi un grande, che ne so, un Gaul o un Van Looy, aveva una sola scelta: farsi la maglia da sé. Devo dire che allora non ero un grande esperto di taglio e cucito e con l’ago rischiavo solo di bucarmi le mie tenere dita. Però ero già un terribile rompino, quindi riuscii a convincere la mamma, prendendola per sfinimento, a confezionarmi una fascia bianca ricavata da un vecchio lenzuolo, credo, e a scriverci sopra in vernice nera FAEMA, la mia squadra preferita. Il tutto infilato sopra una maglietta rossa e… voilà, il gioco è fatto. Ero un girino pure io.

Bici Faema
Le possibilità di alzare il sellino, però, hanno un limite. Raggiunto il quale la mia Fulmine fu sostituita da una Legnano blu metallizzato che non credo di aver mai battezzato in alcun modo. Forse ero meno affezionato a questa di quanto lo fossi stato alla sua antenata. E la ricordo con meno trasporto anche rispetto a quella che la sostituì in via definitiva, una volta raggiunto il traguardo della misura 28. Una Legnano 50 giallino metallizzato, tipico di quella marca, riccamente dotata di cambio a quattro marce, o rapporti. La bici da quelle parti era una necessità. Per la verità da piccolo si girava solo in giardino salvo accompagnamento da parte di qualche adulto, poi, pian piano, arrivarono i permessi per girare in paese e, udite udite, per raggiungere l’Eldorado: Viggiù.
Un ricordo mi è rimasto impresso e tante volte ho temuto di aver sognato. Ma è troppo nitido e ho avuto indiretta conferma da parte di qualcuno che legge e che ha condiviso l’esperienza. Ancora ai tempi della Fulmine, con una squadra di fratelli, cugini, spero almeno uno zio a far da guida e da direttore responsabile, partimmo incolonnati di buon mattino per raggiungere la famosa zia reietta e negletta (non negretta, sottolineo) nella sua villa di Meina, sul Lago Maggiore. Mi spiego? Anda e rianda sono un tot chilometri. Più di sessanta, di sicuro. E siccome a tenerci tutti a dormire la zia non ci pensava nemmeno lontanamente questo implica un ritorno di altrettanti chilometri. Fatti, tutti, senza protestare, senza farmi portare in spalla da chicchessia, con le mie gambette di tot centimetri che evidentemente giravano come le lame di un frullatore. Devo dire la verità? Credo di averlo fatto giusto perché non avevo l’età della ragione. Incoscienza del fanciullo. E sinceramente non riesco a capacitarmi di come chi la ragione l’aveva possa aver pensato di trascinarmi in un’impresa simile. Sta di fatto che sono andato, tornato e che una follia del genere non l’ho mai più rifatta né mai la rifarò. Non in bici, per lo meno.
Anzi, una sorta di replica c’è stata, molti anni dopo, grazie a una pensata geniale di un cugino – che ho scoperto essere più amico che cugino e che segue il blog – e di un altro amico fanatico ciclista e camminatore instancabile. Uno che fa dell’arrampicata la sua ragione di essere e che, ad onor del vero, che sia per questo o per dono di natura, ha un fisico che ci metterei la firma (non sul suo fisico, intendo).
Un bel giorno di un po’ di anni fa i due malandrini mi procurano una bici da corsa, mi portano a Mendrisio ai piedi di una salita che al confronto lo Stelvio è rose e fiori e cominciano a pedalare. Loro con l’allenamento nei garretti, io manco per niente. E con una bici sottodimensionata. Nonostante tutto non sono riusciti ad ammazzarmi, ma ho dovuto arrendermi ad un certo punto e salire con la bici a mano. Per poi scendere con estrema prudenza (la discesa mi fa paura) con questi due scriteriati che andavano come due siluri. Mai più. Non ho compiuto un’impresa epica. Ma qualcosa che, come si può vedere, mi è rimasta impressa, questo sì.
Le biciclette, tutte o quasi, erano parcheggiate nel portico che metteva in comunicazione il giardino con il cortile del pozzo. Quelle che ci stavano erano parcheggiate ordinatamente nel portabici di legno, le altre alla “dove capita capita”. La mia era un po’ una perla rara, un pesce fuor d’acqua, una mosca bianca o una pecora nera. Perché quasi tutte, chissà perché, erano Ganna, quelle da donna con il manubrio da passeggio e i freni a bacchetta, quella di Filippo modello sportivo, come la mia (da adulto) ma con la livrea della scuderia di Varese.
Tutte di un bel color grigioverde tenue, elegante e sobrio, mica come la Legnano che sembrava dipinta con il limoncello di Sorrento. E per l’inverno, dato che lassù il clima è più continentale che mediterraneo e che alle temperature rigide si unisce un tasso di umidità rilevato solo in Congo (Belga) era necessario proteggere le cromature dalle aggressioni della ruggine. Come? Si ricoveravano le bici in casa, come se ci fosse stato il riscaldamento, e si cospargevano manubrio e cerchioni con uno spesso strato di vaselina, come fossero state salamini di cinghiale conservati nel grasso. A volte si impacchettava anche qualche parte con la carta crespa, quella in rotolini di color coloniale. Ma questi erano accorgimenti maniacali. Oggi si preferirebbe rottamare e sostituire. Civiltà dei consumi.

Ionnighitar


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