Quasi dispersi

G. è alto, lo si vede subito. O meglio, lo si vedrebbe, se ci fosse. E qui non c’è. Mettici pure che noi siamo un po’ storditi dalle vicende del viaggio, ma lui ci vedrebbe di sicuro, è fresco e riposato e ha con sé Maddi che, pur non essendo un cane da tartufo, è pur sempre dotata di olfatto canino. E di sesto senso. Ma qui, fino a prova contraria, nun ce sta nisciuno… Panic!
Ci rendiamo conto improvvisamente, forse anche per quella sottile ansia che si sta impadronendo di noi, che fa caldo. Siamo vestiti da ventitré dicembre a Milano e siamo agli oltre venticinque gradi di Miami. Fermo restando che suderei così anche se fossi a Oslo. Suderei più freddo, ma suderei. E il panico sale. Comunque, stiamo tranquilli, ragioniamo: li chiamiamo col cellulare. Prego? Qualcuno ha pensato che siamo a Miami e che nessuno di noi ha attivato un’opzione per parlare all’estero? Beh, si fa presto, si usa whatsapp. Whats cosa? Ci vorrebbe il wi-fi. Che di certo qui c’è ed è gratis. Se funzionasse. Già, perché non si sa bene come sia, ma per oggi niente wi-fi. Chiediamo al bar proprio qui di fianco e confermano: oggi inspiegabilmente niente wi-fi. Si vede che ci aspettavano, è la nostra giornata fortunata. Oh, facciamoci dare una scheda americana. Lì c’è un banco informazioni… È chiuso. In compenso ci sono volantini e cartelli che chiariscono subito che la scheda telefonica costa un botto. E mo’?
“May I help you?” In America te lo senti dire spesso. E ti fa piacere. Certo che mi puoi aiutare! Spieghiamo la faccenda a un portabagagli alto, afroamericano, gentilissimo. Il cugino di Morgan Freeman. Lo vediamo partecipe, empatico, tra un po’ diventiamo amici… Ci piazza in mano il suo cellulare. Fate quello che volete! Già, e chi chiamiamo? V. il numero americano ce l’ha di sicuro, ma nessuno di noi lo conosce. E il portabagagli non ha whatsapp. Sorvolando sul fatto che, anche l’avesse, il wi-fi sarebbe inesistente anche per lui.
Quindi? Quindi, intanto, il tempo passa. Quei due penseranno davvero che abbiamo perso il volo, come diavolo si fa? C. propone di uscire dall’aeroporto (cosa che facciamo, incoscientemente) e cercare un posto che abbia il wi-fi, un locale, che ne so… il bar sport. Però, dato che in genere un aeroporto non viene costruito tra le vie del centro cittadino ma un po’ fuori mano, più che svincoli autostradali e immensi parcheggi non vediamo. A perdita d’occhio. Ci rendiamo conto che stiamo infilandoci in un vortice di decisioni folli e disperate. E grazie al cielo riusciamo a rientrare in aeroporto, perché dalle porte da cui siamo usciti non si potrebbe, in teoria, rientrare. But we are Italians! Dove diavolo siamo? Dove diavolo andiamo? Sinceramente non mi sorride l’idea di passare il Natale su una panchina di una sala d’aspetto. Cerchiamo un poliziotto? Già, e cosa accidenti gli raccontiamo? Prendiamo un taxi? Abbiamo l’indirizzo di casa, ma non ho la minima idea se si tratti di una villetta monofamiliare o di un complesso di seimiladuecentotrentasei appartamenti, se North Bay Village sia a un’ora o a cinque minuti di macchina (un po’ difficile, presto capiremo che non esiste niente a cinque minuti di macchina). Nel caso, cosa facciamo, ci mettiamo sulla porta aspettando e sperando che una volta datici per precipitati in mare i ragazzi tornino a casa e ci trovino lì, seduti sullo zerbino? No, stiamo davvero cominciando a prendere in considerazione soluzioni troppo stupide. Vediamo di tornare coi piedi per terra. Appurato che il volo è atterrato e che non abbiamo mandato segnali disperati da Madrid, certamente sanno che siamo qui da qualche parte e si faranno in quattro per venirci a cercare. Nel frattempo si sente librarsi nell’aria qualche annuncio diramato dall’altoparlante. Non sono più quelli di Iberia che stanno cercando noi ma, pur avendo prestato attenzione, non mi pare nemmeno che ci stia cercando qualcun altro. Però… questa è un’idea… eh sì, per la miseria, possiamo essere noi a cercare loro, no? Andiamo a caccia di un punto da quale si possa diramare l’appello. Appurato che il banco informazioni qui è chiuso ce ne sarà pure un altro, no? Lì c’è una scala, andiamo a vedere di sopra… Ma tutti e tre coi bagagli? Facciamo così: uno sta qui, monta di guardia alle valigie e gli altri due cercano un altro punto di soccorso per dispersi e disperati. L’ansia della separazione è grande. Sono tentato di lasciar cadere le briciole come Pollicino, poi mi faccio coraggio e cerco di memorizzare il percorso facendomi giurare dalla mia consorte che non si muoverà di lì. Di solito basta dirlo per non riuscire più a trovarsi. Questo ve lo può confermare chiunque, credo. Ma questa volta faccio affidamento sul senso di smarrimento e di panico che ormai ci ha contagiati tutti e tre.
Sono sudato come se fossi venuto a piedi da Madrid.
Saliamo di un piano, troviamo fortunatamente un banco informazioni. Spieghiamo il problema, chiediamo di fare l’appello con gli altoparlanti. L’addetto capisce, è partecipe, ma non ci pensa proprio di sostituirsi a noi. Ci porge un telefono bianco e ci spiega che dobbiamo spiegare a chi ci risponde. Questa si chiama distribuzione dei compiti, rispetto dei ruoli. Non fare mai quello che può fare qualcun altro al posto tuo.
Beh, grazie alla padronanza della lingua di C., il nostro problema viene prontamente recepito ma la signorina che ci assiste via cornetta fa una considerazione… ma qui, poco fa, c’erano due persone, una si chiamava V., come dite voi, e cercavano qualcuno. O qualcuno ha fatto un appello per cercare V? Va’ a saperlo. Saranno ancora qui da queste parti. Evvai!!! Già, ma mi scusi, da queste parti, che cosa significa? Lei dove si trova? Corridoio? Quale corridoio? Ma sullo stesso piano dove siamo noi adesso? Quindi non dobbiamo che scendere, recuperare valigie e consorte, magari prima la consorte poi le valigie, risalire e venire dove si trova lei per cercare chi ci stava cercando, occhei? Occhei. Merry Christmas.
Ritrovo la strada anche senza le briciole, forse siamo vicini alla soluzione, la tensione comincia a svanire, i problemi di prima non sono ancora risolti ma cominciano ad assumere un che di ricordo/incubo tragicomico. E poi… eccoli là… Eh sì, non ci sono dubbi. Ch. è in dolce colloquio con i ragazzi, con G., alto e svettante sulla folla, con i bermuda e le infradito, V. che fa fatica a trattenere Maddi che vorrebbe esibirsi in uno dei suoi balletti di saluto. Sono scesi loro dal piano di sopra e l’hanno trovata. Finalmente l’incubo è superato. Secondo me ci hanno considerato dei perfetti deficienti, capaci di muoversi senza problemi al massimo sulla linea rossa della metropolitana milanese, però hanno avuto il buon gusto di non farcelo capire. L’inghippo, però, non è del tutto chiarito. Più tardi si scopre che, forse, non è stata tutta colpa mia/nostra nell’imboccare percorsi sbagliati. Pare che per qualche oscuro motivo il nostro volo sia stato fatto transitare dai cancelli che abitualmente sono riservati ai voli da Portorico o dalla Giamaica e non da quelli riservati ai voli provenienti dall’Europa. Che sia il motivo per cui ci siamo trovati senza wi-fi, senza banco informazioni, in mezzo a una folla vociante coi rasta e una nuvola di fumo azzurrognolo sopra la testa?
Beh, dai, è finita. Non si può davvero dire che sia stato un viaggio noioso e senza emozioni. Ma ormai è fatta. Siamo a Miami. Fa un caldo allucinante sotto questo giaccone che a malapena mi riparava dal freddo nell’alba milanese un tot di ore fa.
Forse è il caso di toglierlo e di infilarsi quanto prima in un paio di bermuda e di infradito. Dopo la doccia, of course. E poi via, a conoscere questa strana città fatta di contrasti, palme, grattacieli, con quella strana atmosfera che ti fa sentire un po’ come se fossi… in America!
Godiamocela senza pensare a tutto quanto è successo. Tanto, prima o poi, ci aspetta il viaggio di ritorno.

Ionnighitar


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