Quando si dice un bel sabato…

A volte capita. L’inverno è tutta un’altra cosa, ma se d’estate per una storia o per l’altra a chi ha l’abitudine inveterata di togliersi dai piedi, dalla cappa vischiosa, semidesertica, deprimente di Milano, anche solo per andare a un’ora da qui dove comunque il verde e il fresco fanno la differenza, tocca stare a godersi le delizie metropolitane… beh la voglia di tirare qualche moccolo, anche lieve, è difficile da frenare.

Andiamo a raccontare dall’inizio. I lettori affezionati e i parenti stretti sanno che sono dotato di una zia un po’ particolare, anni 91, tre bypass, altri guai di salute che chiamare acciacchi sarebbe come definire guscio di noce la Costa Concordia, dotata però di alcune caratteristiche che la rendono unica (al mondo forse no, ma quasi).

primo, e ci si mette d’impegno è di una prepotenza inenarrabile, a volte travestita, a volte proprio palesata e nemmeno in parte camuffata. D’altra parte adora, essendo sola da quarant’anni ormai e senza figli, contornarsi di nipoti veri o presunti, che a turno le vadano a far compagnia la sera, affrontando cene che a volte sono davvero prove di coraggio e di resistenza. Non fraintendiamo: cucina bene, cioè… cucina saporito… può capitare che ti proponga teglie di cozze gratinate scamponi e polipetti che se non ti ci butti a pesce i casi sono due: o sei pazzo o sei pazzo.

Ha anche altre cosine che sono davvero degne di nota: filettazzi di bue alti quattro dita, carne che si scioglie senza bisogno del coltello né dei denti, straordinaria… magari a volte resa un po’ pesantuccia da otto etti di panna liquida sei vasetti di senape stemperata nella panna e una cofana di patate arrosto che manco la caserma della Cecchignola in una settimana ce la farebbe a spazzolare.

Però, per onestà, ha sempre piatti prelibati. Fornitori di eccellente eccellenza, materie prime di superlativa superiorità… è che, ancora non si è capito, capita a volte che tu vada là a mangiare della squisita bresaola oppure un brasato cotto trentasette ore, ed esci impregnato della stessa identica fragranza, che poi per tre giorni non ti abbandona. E il secondo mistero è che, che tu vada e ti mangi un gelatino o anche un sorbetto al limone o i raviolacci ripieni di un misto cinghiale-cervo-bue muschiato, la mattina dopo il senso di intasamento già a livello laringeo (o faringeo???) è sempre quello. Lui. Immancabile. Che sia anche colpa delle dosi di whisky di qualità eccelsa che ti costringe quasi a tracannare in dosi da gavetta da trincea per farle compagnia? Poi, attenzione, chi ne beve sempre di più è comunque lei. Miracoli della natura, miracoli dell’età, della resistenza fisica a qualsiasi prova il nostro corpo venga sottoposto (e come ho detto non sto parlando di raffreddori o di artrosi cervicale. ma lasciamo correre).

Beh, tanto per cambiare, come da copione ho divagato, e di brutto. Perché sarebbe bastato raccontare che almeno un mese fa la zia, dopo l’esperimento fatto con la paella (sbaglierò, ma mi sa che ne ho parlato), ha avuto un’altra delle sue idee grandiose: il 21 luglio, sabato, cena con i suoi nipoti preferiti (io ne faccio parte, siamo in cinque in tutto, sei con lei). Tema della serata, ancora non ho capito se insalata di riso o insalata di pollo (tanto poi probabilmente saprà di brasato), ma soprattutto quella che lei si ostina a chiamare (sapendo di sbagliare) Tachipirina (in realtà la caipirinha). Già, perché se l’altra volta la paella giustificava una sangrìa, qui niente giustifica niente ma lei la caipirinha la vuole lo stesso. A caraffe. A bigonci. A secchiate. E noi… e noi, dietro, a darle appoggio, conforto, partecipazione. Il 21 luglio, sabato. Quando avremmo dovuto essere al frescolino campagnolo. Per fortuna si sta mettendo al brutto e ci sia aspetta per i prossimi due giorni un autunno anticipato che non ci farà rimpiangere la rinuncia. Però…

Però io, ieri sera, ero davvero cotto, fuso, provato. Sono arrivato a casa alle diciannovezerozero dopo una giornata passata a lavorare con metodi che a mio avviso sono solo controproducenti e dispersivi: cercare di fare mille cose insieme senza riuscire a finirne bene nemmeno una. La frenesia programmatica e progettuale. Io per natura sono l’opposto. Dammi da fare seimila cose, ma lascia che decida io la sequenza. POi magari te le faccio in tre minuti. Ma chiedimele tutte e seimila insieme in un’ora e non ne esce che caos. Morale ero stanco, un po’ inverso e desideroso di un grande, lungo, profondo respiro di sollievo.

Al che, dopo una serata pantofolaia (uso le infradito, mai le pantofole, o vado a piedi scalzi), dopo un sonno di schianto davanti a un Brignano che già avevo apprezzato e quindi potevo permettermi idi perdere, mi ficco nel mio lettino (si fa per dire) ed esprimo il mio desiderio della sera: “ah…. se domattina potessi dormire fino alle dieci (zerozero)!!!!

Infatti, a parte che il dormiveglia già si è messo in moto verso le sette e mezza/otto, alle ottoetrentazerozero, Ch. sente il mio cellulare che io, manco a dirlo, non sapevo più nemmeno che esistesse. Chiamata persa. Ma avevo già capito. Alle otto e uno suonava il cellulare di Ch. E chi sarà mai?

Ma la mia mamma, che diamine. Chi altri? lai, che non stava bene (dice), che aveva la pressione alta o bassa, non si è ancora capito. Lei che di sicuro ha l’ernia iatale. Lei che ha chiamato la cardiologa due volte questa settimana, e il genio le ha dato, senza visitarla, non so quale diuretico e che altra porcheria. Dimenticavo: la mamma NON soffre di cuore. sarebbe un po’ come se io telefonassi alla ginecologa per qualche rimedio urgente.

la mamma, che ha 94 anni e ormai non ci vede quasi, devo dargliene atto, ha un solo grosso problema: è sola. In questa stagione, essendo stata trapiantata nel Bronx da quel genio di… è sola. Ricordo, quando protestavo per l’idea malsana, una frase decisa e sicura che mi veniva rivolta con sprezzo disprezzo e attrezzo (fa rima): “La mamma, qui, non sarà mai sola” (in linea teorica essendo andata a finire in una palazzina dove il genio e tutta la sua genìa vivono potrebbe avere un senso). Ma l’estate arriva. Le scuole chiudono. I bambini, poi ragazzini, vanno in vacanza, spesso con la mamma. Gli uomini dediti al lavoro non ci sono, se va bene rientrano la sera. Durante il weekend raggiungono comunque le famiglie. E’ normale.

Così come è normale (e prevedibile) che una donna di 94 anni, inevitabilmente rimasta sola, che quasi non ci vede, che ha la mania di farsi tutte le autodiagnosi di questa terra, anche se non lo sa manca la sola e reale diagnosi che spiega tutto. Ansia, angoscia, paura di restare sola davvero. E come la risolve? Mettendosi in testa di avere cose che non ha, ma chiamando socccorso. Puoi non andare? No, non puoi. Puoi stare là sette ore a vedere che sta benone ma che se glie lo dici si secca? Succede. Possono girarti? Possono.

Adesso siamo a casa. lei sta bene. Fino alla prossima volta. poi servirà qualcuno che la faccia sentire meno abbandonata. faremo i turni? E chi può dirlo. Nel frattempo il cielo sta protestando. L’avevano detto: praticamente un tifone, o tornado, o uragano, in atto. Che il cielo ce l’abbia un po’ anche con me per certi commenti e considerazioni irriverenti? Steremo a vedere. Se un fulmine dovesse entrare e farmi il contropelo, beh… grazie di essere passati così tante volte a leggermi.

In caso contrario, alla prossima

Ionnighitar


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