Punto di vista

Ho detto che avrei espresso la mia opinione sull’evento dell’anno. Mantengo. Anche perché, dato che ormai di Expo disquisiscono anche i canarini (non mi riferisco a Twitter che amo quasi quanto facebook e i Pooh messi insieme) non vedo perché non dire la mia nello spazio mio, dove ormai la quantità di pensieri più o meno accettabili ha assunto proporzioni ragguardevoli. E poi, diciamoci la verità, se va bene e merita l’onore della carta stampata il parere di un Fedez  o di J-Ax, notoriamente filosofi del bel pensare dei giorni nostri, perché tacere? Non ho ancora letto un parere di Celentano, il che mi lascia abbastanza perplesso, ma immagino sia solo perché sto frequentando sempre meno gli organi di informazione a causa di una specie di rifiuto dell’aria fritta e della stupidità assurta a leit-motiv della vita quotidiana.

Veniamo al dunque: cosa penso di Expo? Mah… Il che, se permettete è già un buon inizio. Credo che la cosa migliore sia sezionarlo come si farebbe con un polipo da sottoporre a una TAC e cercare di esaminarlo da più punti di vista possibili (mi riferisco, ovviamente, ai pochi che io sono in grado di cogliere. Anche perché, onestamente, non solo non mi reputo fonte attendibile, ma soprattutto perché in materia sono molto sommariamente documentato. Come quasi tutti quelli che sparano giudizi e sentenze anche dalle pagine dei quotidiani. Sia da quelli in formato tabloid, sia da quelli che aspirano ad essere stampati su carta mille strappi doppio velo (avrei qualche testata da suggerire ma non sia mai che faccia pubblicità, seppure negativa).

Sfiorerei a volo radente l’ormai trito discorso sulla corruzione, le tangenti, le pastette, la concussione e quant’altro. Non perché non siano importanti, scandalosi, ripugnanti, indice di un sistema marcio e purulento, ci mancherebbe. Ma perché non sono una caratteristica precipua dell’Expo. Tutto qui. Sono aspetti che si sono incontrati per il Mose, per i mondiali di qualsiasi genere, anche di pari o dispari o della Peppa Tencia, per il ponte sullo stretto del Monte Bianco e il traforo di Messina. Ci sono stati e ci saranno, hai voglia… tra Olimpiadi, Anno Santo e grandi opere… con costruzioni iniziate, già assurde o sconclusionate in fase di progettazione e mai finite, imponenti sperperi di denaro che nessuno (nessuno è un eufemismo) sa a che cacchio portino e a cosa servano, questo è il Bel Paese, signori. Un esempio? Uno? Qualcuno sa spiegare perché Roma, porella, è conciata da far schifo, con un degrado imbarazzante di tanti siti archeostorici, trascurata, abbandonata a se stessa e vergognosamente lasciata nuda a mostrare le sue vergogne ai turisti, ma spende e spande, anche e soprattutto i capitali che non ha, per realizzare quella porcata immonda e perfettamente inutile della grande nuvola dell’architetto Fuksas (dieci varianti in sei anni, la procura indaga)?

A parte che sono convinto che lo stesso schifo si incontri dovunque, che il malaffare e il cercare il proprio tornaconto con ogni mezzo sia malcostume globalizzato, a partire magari dalla virtuosissima e antipaticissima Cermània, a volte mi chiedo se il nostro più che Bel paese non sarebbe più opportuno chiamarlo Taleggio. Molto più gustoso. Ma altrettanto più puzzolente.

E’ in base a questo simbolo dello sperpero e del malaffare che i soloni alla Fedex e J-Ax (tra parentesi quest’ultimo mi è anche simpatico quando fa il giudice a The Voice. L’altro… beh, temo si sia un pochino montato la testa. Facesse il suo mestiere di rapper forse farebbe una figura migliore) hanno buon gioco nell’instillare in tanti giovani virgulti che usano un cervello a noleggio, visto che il loro è ancora in allestimento, il concetto che è cosa buona e giusta spaccare, lordare, fare bordello, come ha intelligentemente dichiarato il giovane “Pirla” diventato un quasi-cult multimediale in questi giorni, dando prova del fatto che la discendenza dell’uomo dalla scimmia non va riscontrata solo nelle caratteristiche fisiche ma anche intellettive.

Ma io, cosa penso? In primis, egoisticamente e con la dose di campanilismo che è innata in ogni Italiano, apprezzo il fatto che questa sia un’opportunità per Milano e, di rimbalzo, per l’Italia, per incrementare in maniera sostanziosa il flusso di turismo in entrata. Almeno per sei mesi. Con la possibilità di far vedere a chi ancora non lo sapeva che abbiamo un sacco di belle cose che pochi altri paesi al mondo possono vantare, sia dal punto di vista naturalistico che architettonico. Di certo porterà lavoro, movimenterà, spero almeno un po’ anche in senso buono, la vita e l’economia in fase stagnante cronica. E poi, salvo qualche incommensurabile puttanata partorita dalla giunta arancione, ben venga l’aver risistemato e abbellito parti di Milano che meritavano di essere valorizzate.

Forse ancora di più, dato che il tema dell’Expo è l’alimentazione, credo si tratti di una nuova, ulteriore opportunità per sdoganare, se ancora ce ne fosse bisogno, l’indiscutibile superiorità dell’agroalimentare italiano nel mondo. Per i fighi, il food & beverage. E’ un’esigenza a mio avviso meno sentita rispetto a qualche anno fa, quando per esempio, la Franza o la Cermània si mostravano molto più furbine di noi favorendo e aiuitando gli ambasciatori dei loro prodotti alimentari all’estero. Oggi anche noi siamo avanti. Forse addirittura più avanti. Ma guadagnare altri spazi non fa mai male.

E alùra? beh, probabilmente ci sarebbe da parlarne per giorni o mesi, ma tre sono le cose che non sopporto e mi indispongono di Expo e che, in fin della fiera, si possono raggruppare tutte sotto una sola bandiera: l’ipocrisia.

Ipocrisia è il mettere in piedi un can can di queste dimensioni sbandierando il diritto alla pagnotta per tutti i popoli del mondo. Tutti. Anche quelli che per andare all’Expo non potevano manco permettersi di montare una tenda canadese coi rattoppi. Ma dico, ma chi pigliamo per i fondelli? Vogliamo continuare a ripetere che c’è chi non ha l’acqua per dissetarsi mentre noi grassi e pasciuti mangiatori di carne consumiamo indirettamente decine di migliaia di litri d’acqua per scofanarci un chilo di bistecche? Secondo voi dal primo novembre cambieranno le cose? Palle. E allora, siamo onesti. Diciamo che l’Expo è una grande fiera dell’agroalimentare. Ma per favore, lasciamo fuori dai cancelli retorica e populismo. Sentire dichiarazioni di guerra agli sprechi e alle ingiustizie nella distribuzione delle risorse mi fa venire un paté d’animo, per restare in tema.

Seconda ipocrisia, il parlarsi addosso dei tanti, troppi, guru del pensiero che parlano di inizio della rinascita, di riscatto dalla crisi, di ripartenza… Ma dai, siamo seri… La crisi c’è stata, c’è, magari prima o poi sfumerà e diventerà un ricordo. Non certo grazie alle manovre del cialtrone di Firenze, quello dei teppistelli. Ma che l’Expo sia un qualcosa arrivato dal cielo e che noi lo cogliamo per ripartire è una scemenza. Era progettato e programmato da tempo fin nei minimi particolari, studiato a tavolino (facendo anche una buona serie di figuracce). La sola incognita che presentava e che presenta è l’eventualità di un successo superiore a quanto sperato. Ma non dipenderà certo dagli sforzi degli organizzatori. Semmai a loro il compito di seguire e assecondare un’onda di domanda che si può sperare oceanica.

E terzo, ultimo, parente della nuvola di Fuksas. Ma santa miseria benedetta, ho capito male o il vero nucleo, l’essenza profonda dell’Expo dovrebbe essere in qualche modo la solidarietà, la lotta allo spreco, l’attenzione a chi non ha né può avere quello che abbiamo noi popoli occidentali ben pasciuti e, molto spesso, pronti a fregare chiunque per il nostro tornaconto? Questo, tutto questo, come si concilia con la realizzazione di opere ciclopiche, di padiglioni in cui lo sfarzo e lo sforzo degli architetti è portato all’esasperazione, al punto che se uno non si fosse informato prima potrebbe credere di essere finito all’esposizione mondiale del design? Ma porco qui e porco là, che necessità c’era di mettere in piedi questa torre di Babele, data la premessa dello scopo principe appena ricordato qui sopra? E poi, ma qui ammetto di aver, forse, letto sommariamente e con scarsa attenzione le notizie, a me risulta che di tutto questo, delle costruzioni, dei terreni espropriati e acquistati a cifre esorbitanti che ancora non si sa come saranno pagate, di tutto resteranno in piedi due sole cose. Il palazzo Italia, di cui però ancora non è stata individuata una precisa destinazione, e quella straordinaria vaccata immonda dell’albero della vita, che non so quale paternità vanti, non voglio sapere quale cifra sia costato, non ricordo da quale altra porcheria sia stato copiato pedestremente, ma sta e resterà lì. a imperitura memoria di una colossale ipocrisia. Detta volgarmente presa per il culo (pardon). E tutto il resto?… Beh, il resto verrà dimenticato presto. Vogliamo scommettere?

Ionnighitar


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