Pesca di frodo

Già, già, già… me lo sono detto e ridetto un sacco di volte: prima o poi dovrò anche scrivere qualcosa riguardo alla casa di campagna che mi ha visto poppante, fanciullino in jeans, maglietta a righe da marinaio e scarpe di tela (una volta si diceva di corda), bambino rotondetto con gli occhialini, tondi anche loro per fare pendant, magari vestito da capo pellerossa, completo di lungo copricapo pennuto (tecnicamente “cimiero indiano”) e ascia di guerra oppure da sceriffo con tanto di cappellone, cinturone e Colt di ordinanza. Difficilmente usavo entrambi i travestimenti nello stesso periodo, o sarei stato costretto a cercare di spararmi da solo se non addirittura tentare di fare lo scalpo a me stesso. Poco salutare. Di cose ne sono successe tante… beh, in una trentina d’anni di assidua frequenza c’è anche da crederci, ma non è questo il momento di approfondire. Se no mi gioco la possibilità di riempire altre schermate vuote nei tempi a venire.

Un aspetto piacevole del posto era che, essendo la casa molto grande e divisa in numerosi appartamenti con giardino comune, era il luogo naturale di ritrovo per una grossa fetta della famiglia (la nonna paterna finché c’è stata, i miei, fratelli compresi, zii e, soprattutto, cugini/e. Ovviamente anche amici, ma quelli, a meno che non fossero ospiti pernottanti, la sera se ne tornavano alle loro residenze estive distribuite nel raggio di due o tre chilometri.

Fino al periodo della ragazzaggine, che convenzionalmente fisseremo intorno ai ventiequalcosa, si sa, le differenze di età sono piuttosto sentite. Poi, e mi pare una cosa carina e tutto sommato saggia, si estende il ventaglio delle relazioni praticabili e la cerchia delle persone con cui puoi divertirti, scherzare o anche semplicemente passare il tempo si allarga. Da qui, da questo fondersi di elementi prima appartenenti a compagnie diverse, rigorosamente selezionate in base alla fascia di età e difficilmente disposte a lasciarsi contaminare da elementi troppo “piccoli” o troppo “grandi” ha inizio il ricordo che costituisce il leitmotiv di questo post. ‘Cidenti, due parole straniere d’infilata. Stasera niente aragosta al tartufo, per punizione.

Ci troviamo, minuto più, minuto meno, a qualcosa come …nt’anni fa. Eh sì. Non ero nemmeno sposato, fate un po’ voi… Oddio, per fare voi dovreste sapere da quanto sono sposato, ma se sapete tenere un segreto… beh, lo so tenere perfettamente anch’io. Quindi vi basti sapere che la tibbù a colori esisteva già, la luce elettrica era in tutte le case, o quasi, la cagnetta Laika aveva già dato il suo contributo involontario alla ricerca spaziale. Teatro delle avventure che seguono, la casa (intesa come appartamento) di mia cugina MT, di poco maggiore di me e di suo marito L, diventato ovviamente cugino a sua volta, ma che preferisco considerare amico. Il proverbio che riguarda amici e parenti lo conoscete bene e non serve che ve lo rispolveri.

Capitava spesso, la sera, che ci riunissimo a casa loro, fronte giardino, a chiacchierare, giocare a carte, sbevazzare (speriamo che adesso non venga in mente a qualcuno di presentarmi tardivamente il conto) e dire o fare scemenze. Divertenti, di nessun impegno e proprio per questo più piacevoli. Per un certo periodo, con amici importati dal paese vicino, ben più titolato e famoso del nostro grazie a un presunto glorioso corpo di pompieri, ci portavamo seratempo (è un po’ più presto di nottetempo) sulle rive di un torrentello di poche pretese che scorreva un po’ più a valle del cimitero locale. Beh, dire sulle rive è abbastanza ridicolo, considerato che distavano circa un metro, un metro e mezzo, l’una dall’altra, ma sempre di rive si trattava, in fondo. No, un attimo, non confondiamo, le rive erano le rive e il fondo era fondo. Anche se non era fondo perché sarà stato una trentina di centimetri. E fin qui non si è capito un tubo.

Nel torrente, e questo testimonia il fatto che stiamo parlando dell’immediato post-pleistocene, se la spassava una fiorente e autorigenerantesi colonia di gamberi (di fiume, ça va sans dire). Più avanti negli anni le schifezze contenute a nostra insaputa nelle acque che crediamo cristalline e pure hanno provveduto a trasformare direttamente gli animaletti in tubetti di Spalmì. Più pratico, ma meno avventuroso procurarsi il cibo, oggigiorno. Di solito adesso trovi il tubetto schiacciato e vuoto, se sei fortunatissimo completo di tappo a vite in plastica. E non galleggia.

Il gambero, che notoriamente procede in retromarcia, non è stato, fortunatamente, dotato da madre natura di retrovisori, né interni né esterni. Il che favorisce inequivocabilmente i predoni che lo insidiano. Quindi noi, che sin da piccoli eravamo intelligentissimi, cosa facevamo? Armati di torcia elettrica che già aveva avuto la sua bella utilità nel farci raggiungere il luogo del misfatto senza farci finire dritti giù dalla scarpata dirigevamo il potente fascio di luce dritto negli occhi cerulei dei gamberi e, con mossa subdolamente astuta, ci piazzavamo alle loro terga (non hanno spalle) pronti a intrappolarli nel retino all’uopo posizionato. Abbagliati, un po’ incazzati (si può dire?) perché disturbavamo le loro chiacchiere serotine e magari le avances dei più intraprendenti nei confronti delle gambere più avvenenti, smoccolando e pronunciando un inudibile “ohibò” facevano uno scatto in retro e… zac! preda catturata.

Non posso, onestamente, dire che tornassimo a casa a fine serata con quintali di gamberi. Forrest Gump, malauguratamente, non faceva parte della nostra squadra di pescatori di frodo, ma qualche teglia di rossissimi e squisitissimi gamberi ce la siamo comunque potuta permettere. Beh, quanto a permessi sarebbe meglio un prudente silenzio, visto che la nostra attività ittico-predatoria era severamente proibita. Sta di fatto che nessuno mai ci ha beccati con le mani nel sacco e nemmeno col retino ancora fumante e che quelle teglie di gamberi, accompagnate da abbondanti libagioni e certamente altre derrate spazzolate con avidità frenetica mi sono rimaste nel cuore oltre che nel cosiddetto “cimitero dei polli” e fanno parte di quella categoria di ricordi che meritano di essere, appunto, ricordati. So di avere avuto una fotografia stupenda di una di quelle teglie rosse e fumanti. L’ho cercata adesso, tra mille altre foto che non riguardavo da tempo immemorabile. Non c’, è, maledizione. Forse in una delle sedute-fiume per scremare, riordinare, catalogare… Peccato.

Dedico questo post a MT e L. Volevo scrivere tutt’altro, ma poi, come mi succede tre volte su due, parto con un’idea e poi divago. Quindi, oltre a dirvi grazie con qualche lustro di ritardo per i momenti piacevolissimi e spensierati passati insieme, oltre a rallegrarmi per avervi ritrovati vi dico una sola cosa: state all’occhio… c’è qualcos’altro che non posso permettermi di tacere. E arriverà quanto prima. E’ una promessa. E come tale un debito.

Ionnighitar


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