Perso in un albero

Strano titolo dite? In che senso? Forse sarebbe stato più corretto dire “perso SU un albero”? Beh, tutto dipende da cosa si intende e, soprattutto, da chi ci si perde. Faccio un’ipotesi: se a scrivere questo post fosse una formica, un bruco o, vade retro, una larva, la mia versione credo sarebbe la più appropriata.
Se invece a perdersi fosse uno della mia stazza, in effetti, considerato che per entrare nell’albero si dovrebbe trattare di un baobab o di una sequoia gigante, forse risulterebbe decisamente più corretta la versione con la preposizione “su”.
Peccato che io mi riferissi a ben altro genere di albero: quello genealogico, che poi, a furia di polloni, diramazioni, talee, margotte e marmotte va a finire che rischia di trasformarsi in una foresta. Impenetrabile. Oscura. Ingannatrice. Degna dei più sofisticati enigmi e rompicapo da Settimana Enigmistica. Forse il segreto per affrontarne uno senza il rischio di perdersi davvero è quello di limitarsi a mettere insieme quattro o cinque nomi, risalendo, se proprio vogliamo esagerare, ai nonni e scendendo fino ai propri figli.
Nel mio caso, comunque, se già mi fossi fermato davvero ai nonni, e solo paterni per giunta, mi sarei comunque trovato impantanato in una ragnatela di incroci magici capaci di mandare in confusione anche Arianna (quella del filo).
Immagino la semplicità del compito di chi si dovesse mettere a ricostruire un albero genealogico di famiglie composte per tradizione da figli unici. Una buona parte dei quali portati alla vita monastica e contemplativa. Non è il mio caso.
Chissà perché, ho sempre avuto un po’ il pallino di sapere cosa c’era prima di me. Da dove venivo, come si sia arrivati e per mezzo di quali congiunzioni astrali e personali ad aver regalato alla luce del mondo un personaggio di tanto calibro.
E mi ha sempre incuriosito in modo del tutto particolare e insistente lo scavare nelle mie origini liguri, tralasciando, senza una ragione plausibile o una spiegazione razionale, quelle ambrosiane. Sarà il mare? Forse. Più probabile siano il richiamo della focaccia e del pesto. Ma non ha grande importanza. Quello che conta è che quella parte di me è sempre stata una zona in ombra ma terribilmente intrigante da esplorare.
Detto questo e consapevole del fatto che la conoscenza presuppone una fase di ricerca, di indagine, tanta pazienza e costanza, lo scartabellare, il rompere le scatole a chi sa più di noi, il chiedere in giro, il raccogliere dati e, non sia mai, date, ho pensato che la cosa migliore da fare fosse il non fare assolutamente nulla. Un sacco di fatica risparmiata, in effetti, ma anche il perdurare di un costante, profondo, insoddisfacente stato di ignoranza.
Tutto questo finché, come ho scritto nello scorso post, non ho scoperto che la cugina Luisa aveva nei suoi archivi un certo numero di fogli scritti a mano, compilati, se non ho capito male, con la complicità della nonna e quindi ricchi di storia, di dati attendibili e di legami che mai sarei riuscito a ricostruire da solo. Per me è stata una specie di manna dal cielo. Non dovendo ricostruire niente mi restava semplicemente il compito, diventato appassionante, di riscrivere il tutto in modo organico e ordinato, per cercare nello stesso tempo di capirci anche qualcosa di più.
Premetto che non ho finito. Ho affrontato il primo scoglio che parte dai miei trisnonni paterni e si sviluppa giù giù fino alla sesta o settima (mi pare) generazione, lasciando per ultima – e quindi ancora da mettere a punto – la catena di parentele più vicine e, almeno in parte, più conosciute.
So di essere stato un po’ confuso e approssimato nella spiegazione, ma dopo tre giorni di rompicapo è già tanto se sono arrivato a questa conclusione: in situazioni, diciamo, tradizionali, ognuno è possessore di una coppia di genitori, due di nonni, quattro di bisnonni, otto di bisnonni e via dicendo. Per il momento facciamo finta di occuparci solo di una parte della famiglia, come in effetti è il caso di cui sto farneticando. Quindi, due nonni paterni (nonno e nonna), quattro bisnonni, otto trisavoli, o trisnonni che dir si voglia. Eh no. Nossignori. Io di trisavoli per parte di padre ne possiedo solo sei. E, posso assicurarlo, non ci sono trovatelli né nascite dovute all’intervento dello Spirito Santo.
Il pasticcio nasce dal fatto che il nonno e la nonna erano cugini primi. Le loro rispettive genitrici erano sorelle. Il che raggruppa, per quanto mi riguarda, in una sola coppia quella che avrebbe dovuto essere una quadriglia di antenati. Chiaro? Beh, ovvio che no, ma non mi aspettavo che riusciste a seguire così, in tempo reale.
Questa faccenda per la verità non è che mi giunga nuova. Lo sapevo da sempre e così è per tutta la tribù (sia la parte che frequenta il blog che gli altri che ne ignorano l’esistenza).
Ma la cosa sconcertante, scavando nei legami e negli incroci è che, pur preparato alla cosa, ho trovato tali e tante di queste situazioni/fotocopia che dopo un po’ mi riusciva difficile capire chi fosse fratello di chi, zio di quale altro, nonno di quanti e come mai dopo tre generazioni risaltasse fuori inspiegabilmente per poi riprodursi a dismisura un cognome che era quello della trisnonna. Abbandonato, come è tradizione, una volta acquisito quello del marito. Ma in seguito rispuntato da chissà dove. Insomma, ci credete che è un caos colossale?
Complicato, giusto per non farci mancare niente, dal fatto che ci sono sei o sette nomi che si ripetono in continuazione contribuendo a farti credere, dopo attenta riflessione e dopo averci speso delle mezze ore per dipanare il bandolo, che la cosa migliore sia quella di ricominciare da capo. Ma dico io, non si poteva adottare il sistema, per dirne una, della famiglia Getty? Se uno si chiama Paul Getty terzo vuol dire che non è il secondo né il quarto. Per lo meno un minimo di aiutino questo particolare potrebbe darlo.
In ogni caso, non demordo. Ne verrò fuori. E non mi si venga a dire che ho abbandonato i ricordi della casona di campagna. È proprio per capirci di più che mi sono messo a cercare. E ho individuato, finalmente, la posizione sull’albero della ormai famosa zia Giovanna che fece dono dell’avita dimora ai suoi due nipoti (i miei nonni).
Se ne uscirò ancora sano di mente riprenderò il filo dei ricordi. Ma, come si diceva, provenendo da una famiglia in cui un numero spropositato di incroci tra consanguinei può provocare danni seri non si può mai dire. O sono tutte balle? Comincio ad averne il sospetto, data la carriera di alcuni lontani parenti di cui tutto credo si possa dire ma non che fossero un po’ stupidi.

Ionnighitar


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