Pausa di riflessione

Qualche volta mi chiedo: ma perché scrivere? Perché riversare in un blog quello che mi passa per la testa? Dove vuoi arrivare? A che serve? In fondo, credo che la risposta sia una sola: perché scrivere mi piace, mi è sempre piaciuto e il piacere di farlo è aumentato nel tempo. Anche se, in effetti, prima di affrontare la fatica blogghesca non è che abbia avuto molte occasioni. Quindi, considerato questo, il perché e per chi io scriva è presto detto. Per me. Sapendo che questo non porterà nessuna gratificazione, nessun vantaggio, se non quello di sapere che qualcuno passa, legge, magari apprezza. E, se dotato di grande generosità e comprensione, magari si spinge a lasciare pure un commento.

Pensavo al meccanismo che si mette in moto quando si scrive (non mi riferisco, ovviamente, né alle lettere commerciali, né alle istanze di annullamento che si possono indirizzare all’Agenzia Entrate quando ci si sente ingiustamente vessati, cioè sempre). Se si scrive una lettera, ma io credo che una mail per qualche strano motivo dia ancora di più questa impressione, anche perché oggi chi scrive una lettera in modo tradizionale viene citato nel tiggì serale come caso degno di studio, si ha come l’impressione di essere lì, a tu per tu con la persona cui si indirizza la mail (che non so perché, ma mi sembra riduttivo chiamare destinatario) e si ha quasi l’impressione di parlare. Sono da curare? Può essere.

Quando invece, come mi succede adesso, scrivo nel blog, è come se mi creassi un ipotetico ma quasi reale pubblico e faccia lo sforzo di farmi capire, di comunicare, di tenere viva l’attenzione su quanto scrivo. Insomma, mi trasformo in una specie di oratore, di Cetto Laqualunque, che non disserta di politica ma che parla e straparla di qualsiasi cosa gli passi per la testa rivolgendosi a un’invisibile tribuna di affezionati lettori (da due a duemilioni (probabile sia più vicino ai duemilioni), con il piacere di condividere con loro concetti, ricordi, anche se sono miei e non della platea, e pensieri pescati così, a ruota libera, nel frullatore che a volte è la mia mente (spero sia così per tutti, se no sarà bene che cominci a preoccuparmi).

Mi sono accorto, però, che non sempre è così facile tenere vivo il filone degli argomenti, soprattutto quando, come ho deciso di fare io, non si mettono dei paletti o delle sponde entro cui incanalare il discorso. E’ vero che non credo parlerò mai di fissione nucleare o di diritto canonico, ma se non si dà un limite agli argomenti, invece di semplificare la cosa perché si amplia il calderone dal quale pescare si rischia solo di amplificare in modo incontrollabile la massa dei concetti che possono essere sviluppati.

Insomma, che la si giri da una parte o dall’altra, si finisce sempre con la mia ormai dichiarata “sindrome dello scaffale”, quella che mi blocca nella scelta dei libri, dei film o dei ciddì. Poi, devo aggiungere, se capita come in questi giorni che la vena creativa, o più modestamente, l’idea di cosa scegliere come argomento di scrittura, abbia un rallentamento, un calo o addirittura si impantani senza riuscire a smuoversi nonostante gli sforzi, c’è da considerare anche l’influenza che lo stato d’animo può avere sul processo intero.

Leggo e ho letto, mica solo io, tutti, del travaglio interiore, del quasi doloroso parto creativo di chi scrive. Allora, in primis io non sono uno scrittore e quindi sono esente da questa sofferenza tipica dell’artista della penna o della tastiera. In secundis devo confessare, confermando la mia natura di semplice grafomane, che quando scrivo mi succede di tutto meno che di soffrire. Mi diverto, mi piace, mi soddisfa, mi elettrizza.

E allora? Di cosa mi sto lamentando? Dove voglio arrivare? Se fossi romano potrei scrivere “che sto a di’?” Nient’altro che questo: scrivere mi piace un sacco, ma se manca la serenità, se la mente è cementata e maniacalmente orientata a riflettere su guai o problemi che apparentemente non si sa come risolvere, che non si ha idea di come potranno svanire, se, e questo è brutto, non si ha fiducia (qualcuno la chiamerebbe fede) che domattina qualcosa potrebbe succedere in positivo, beh, allora… Allora credo di capire perché già il riuscire a scrivere queste circa settecentoventi parole oggi sia quasi stata un’impresa.

Ionnighitar


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