Parti, Cipio. Passato

Verbo essere (ausiliario, come le crocerossine in tempo di guerra). Anche lui, povero, ha un participio passato, come tutti i verbi che si rispettino. Solo che lui ha la sfiga (si poteva dire? occhei, grazie) che il suo, di participio, è, suona, recita, Stato. E questo, maiuscolo. Mentre quello minuscolo, insignificante, vergognoso, imbarazzante, senza dignità né senso del pudore, è quell’altro, lo stato. Che cosa sia alla fin della fiera comincio a non capirlo bene nemmeno io. Nel senso… lo si identifica, io per primo, con un’accozzaglia di personaggi che non so nemmeno come definire perché ho fatto la prima comunione dalle suore e mi hanno insegnato di non usare il turpiloquio spinto ove possa aggirarsi anche qualche lettore e soprattutto lettrice sensibile e giustamente poco incline al linguaggio da caserma. Vabbè, diciamo che per convenzione usiamo il termine stato (non il participio) per identificare quell’apparato affetto da elefantiasi ipergalattica e malato di letargia neuronica, salvo nel caso si tratti di dare spazio alle singole aspirazioni e ambizioni di potere, di apparire, di contare (sul contare molti, se non moltissimi, sono più che esperti. Anche se ormai è inveterato l’uso di non elargire materialmente mazzette ma di garantire vantaggi pratici e i cosiddetti benefits occulti (occulti a chi poi è da vedere).

Ecco, sono partito col piede giusto. Ma prima di toccare un argomento sul quale sto rimuginando da tre giorni, vorrei aggiungere, per non farmi mancare niente, che questo stato imbarazzante del quale siamo… cosa siamo, ostaggi, schiavi, partecipi? non lo capirò mai, è governato da un bel po’ di tempo da qualcuno (tre personaggi che mi fa quasi ribrezzo ricordare) messi lì, a guidare un povero paese allo sfascio, da un presunto padre della patria (what is patria?) che non ha trovato di meglio che calpestare a ripetizione una costituzione che si è fatto in quattro per difendere. Da tutti, meno che da se stesso. Questo, secondo me, che di sicuro mi attirerò strali, critiche e, se sono fortunato, anche insulti, è quello che dovrei, o meglio vorrei poter sentire con orgoglio il mio paese. E vorrei anche scriverlo con la P maiuscola ma non mi viene. Ah, non dimentichiamo la scontata critica di tanti: e prima cosa avevamo? Un altro capobranco che ha fatto i salti mortali per mettersi in ridicolo, per dare quotidianamente strumenti ai suoi detrattori per detrarlo (mai dalle tasse), che si è circondato di una corte dei miracoli che ha realizzato un solo miracolo: essere ancora in piedi nonostante le manifeste incapacità e gli imbarazzanti interessi di bottega e personali. Allora però potevamo con qualche ragione prendercela con noi stessi. La masnada era arrivata al potere perché noi ce l’avevamo spedita. Nessuno l’aveva imposta. Poi, con qualche aiutino che a posteriori si è rivelato leggermente tirato per i capelli o per le orecchie, il nemico è stato sconfitto, abbattuto, annientato per via giudiziaria. Poco male (sul sistema ho sinceramente molta paura, è un sistema da regimi totalitari) se almeno il nulla fosse stato sostituito da un meno peggio. Invece oggi, tutti i giorni, a tutte le ore, c’è chi ha la capacità di dimostrare che esiste sempre un peggio al peggio.

Per inciso, vorrei rivolgere un pensiero a Salvatore Girone e Massimiliano La Torre, che dal 19 febbraio 2012 (avete letto bene ma se volete è concesso rileggere), sono ostaggi di un governo pagliaccio e prevaricatore in un paese quasi più incivile del nostro e dei quali lo stato (minuscolo) che li dovrebbe difendere, se mi si passa per una volta l’eleganza espressiva, se ne fotte nella maniera più eclatante. Me ne vergogno.

Ecco. Allora, che cosa son qui a dire stavolta? Al solito mi perdo… si parla si parla e si gira sempre alla larga. Prometto (pallisti come me non ne ho incontrati che in rarissime occasioni) che parlerò di quello che penso sull’Expo, ma ci vuole un post dedicato, tagliato su misura. Invece qui… Insomma, cosa sia successo a Milano lo scorso primo maggio lo sanno tutti. A me forse ha fatto particolare impressione perché in quelle poche centinaia di metri che sono stati l’epicentro delle devastazioni e delle violenze di quei maledetti bastardi (scusate, ma il cialtrone di Firenze li ha definiti “quattro teppistelli figli di papà col Rolex”. Lui è illuminato. Io no.), lì, io ci sono nato, ci ho vissuto finché non mi sono deciso a cambiare stato civile, ci sono andato all’asilo, alle elementari, alle medie e al liceo. E la domenica a messa a vedere le ragazzine più carine che mai avrei avuto la faccia di tolla di avvicinare chiedendo anche solo il loro nome (del cellulare non ne parlavano nemmeno i ricercatori più all’avanguardia. Il solo cellulare in voga allora era quello della polizia che aveva una caserma diventata tristemente famosa negli anni di piombo e che si trovava a nemmeno cento metri da casa mia).

La polizia, a proposito… Era qui che volevo arrivare. Il ministro (minuscolo, in tutti i sensi) degli interni l’ha elogiata perché ha evitato lo scontro frontale che avrebbe potuto portare a ben altre conseguenze. Bravo. Peccato che da giorni si sapesse che in città erano confluite decine e decine di persone, italiote e non, parecchie addirittura schedate nei rispettivi paesi per sommossa. Peccato che si fossero fermati bei personaggi attrezzati di bombolette, passamontagna, attrezzi da sfondamento, maschere antigas… le stesse cose che uno si mette in valigia quando va all’Oktoberfest o al festival di Cannes. Beh, i fermati sono stati invitati a lasciare il paesucolo entro dieci giorni (capirai… una settimana dopo le devastazioni, ce n’è d’avanzo). Un (ho detto UNO e confermo) fermato e arrestato è stato rilasciato lo stesso giorno dei raid dei bastardi per le vie di Milano. Ma i magistrati, che devono sempre e solo applicare le leggi alla lettera, non possono far propria la teoria che tre o quattro giovinastri armati di armi improprie possano essere altro se non quello che dichiarano di essere (writers o, se vogliamo esagerare, tifosi di calcio). A parte che non dovrebbero andare allo stadio con bombolette o mazze di ferro, ma è un dettaglio.

Beh, ho letto stamattina che il presidente del sindacato di Polizia (maiuscolo) ha dichiarato che avrebbero potuto tranquillamente fermarne un centinaio, di questi maledetti. Ma dall’alto è arrivata la disposizione di non farlo. Lasciare correre. Non creare i presupposti per avere nuove  e più dure rappresaglie. Comprensibile? Forse. Rassicurante? Per me, neanche un po’. In primis, perché con certi minorati psichici non ci ragioni né scendi a patti, se sei uno stato che cerca di riconquistarsi la maiuscola. In secundis, perché allora tanto vale che lasci gli agenti a casa evitando loro il rischio di finire all’ospedale e di beccarsi una bomba incendiaria tra le gambe. Ma ditemelo voi: perché un poveretto che guadagna quello che guadagna deve mettere la sua vita a rischio per un’entità superiore che di lui se ne fotte e se ne fotterà bellamente, salvo elogiarlo per semplici esigenze di facciata e di comunicazione?

Ci credo che il ministrucolo degli interni e il cialtrone minimizzano ed elogiano. Se la Polizia, i Poliziotti avessero fatto quello che in qualsiasi altro Paese civile o presunto tale si sarebbe fatto, si sarebbero poco poco esposti alle critiche feroci di chi non aspetta altro che di criminalizzare chi dai criminali ha scelto di difenderci. Per necessità o per missione. E’ stato proposto di rendere identificabili gli agenti con nome o matricola sul casco. Con la targa, insomma. Per poterli cazziare meglio in caso di scontri con contusi nella parte avversa. Io una cosa così non riesco nemmeno a commentarla. Voi ci riuscite? Illuminatemi, se ce la fate. La prossima sarà su Expo. Che nulla aveva né ha a che vedere, nel bene e nel male, con i crimini di questa orrenda massa di luridi bastardi. Gli ormai famosi teppistelli di quel cialtrone senza pudore di cui sopra. Uno che ha fatto della spocchia, dell’arroganza, della maleducazione la propria bandiera. E che, come ogni altro, un giorno che mi auguro il più prossimo possibile, la perderà, vedendo svaporarsi in un battito di ciglia l’esercito di indegni leccapiedi e lacché di cui si è circondato. Esattamente come uno dei suoi predecessori. Altro giro, altro regalo.

Dimenticavo di dire che la fucina, il rifugio, il luogo di raccolta e di addestramento di questi personaggi da forca sono i cosiddetti centri sociali. Proprio quelli il cui strenuo paladino, per chi non lo sapesse, è ed è sempre stato, il sindaco di Milano. Ma tu guarda a volte il caso…

Ionnighitar


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