Otto – Nella vecchia fattoria

Ia, ia, oh! Non c’era nessuno zio Tobia, per la verità, ma poiché la nonna e parecchie altre signore, signorine, ragazze, bambine, ed eziandio qualche maschietto aggregatosi alla famiglia rispondevano al nome di Maria, da solo o accompagnato da qualche aggiunta giusto per differenziarsi, e dato che il nome Maria rispetta la rima come il nome Tobia, ci sta anche che consideriamo quella di Clivio come una Vecchia Fattoria. La fattoria non sta in piedi senza gli animali, no? Lo diceva, più o meno, anche George Orwell. E allora parliamo di animali.
Ancora mucche? E perché no. Intanto erano le più voluminose e poi, almeno per quanto mi riguarda, le più fascinose. La stalla poteva ospitarne sei, più, se non ricordo male, almeno un vitellino o due in una dépendance. Mucche rigorosamente da latte e non da carne. Non mi sono mai chiesto cosa succedesse a quelle che, prima o poi, venivano rimpiazzate da esemplari più giovani e, anche se adesso sono cresciutello, preferisco continuare a non chiedermelo. Erano tutte e quasi sempre di razza Frisona Olandese, pezzate bianche e nere come fossero state della Juventus, per fortuna non a strisce altrimenti sarebbero state zebre. Qualche volta ricordo anche una o due di color caffelatte, presumibilmente “Bruna Italiana o Alpina”. Di certo niente Chianine, né Valdostane Pezzate Rosse e tantomeno Vacche Rosse come quelle cui si deve la produzione del più straordinario Parmigiano Reggiano esistente al mondo. I nomi, quelli che ricordo per lo meno, erano quelli classici del dopoguerra e della rinascita: Italia, Regina (un po’ nostalgico), Roma.
Nella stalla, credo sia facile immaginarlo, non c’era profumo di Dior, ma devo ammettere che l’odore naturale delle stalle mi è sempre, comunque, stato caro. Non dico al punto di adottarlo come deodorante personale, ma è comunque di gran lunga preferibile a quello (forse il peggiore in natura) dell’erba tagliata in fase di marcescenza. Terrificante.
Mi piaceva aggirarmi nella stalla non solo durante la mungitura, ma anche quando quei testoni così imponenti e dotati di corna si infilavano tra le sbarre per prendere il fieno dalla mangiatoia. E ricordo anche la straordinaria novità rappresentata dalle piccole vaschette bianche con rubinetto a pressione installate tra l’una e l’altra, così da permettere loro di abbeverarsi a piacimento. Qualche anno fa, quando la casa venne svuotata e smantellata per essere venduta, non ricordo bene chi mi fece dono di un paio di vecchi premi vinti alla Fiera Campionaria di Milano da mucche acquistate dal nonno. Se questo qualcuno legge, lo/la ringrazio di cuore. I due quadretti sono appesi nella casa di campagna che mi ha accolto, esule, e hanno un posto di riguardo come è giusto che sia per i ricordi più cari.
Scavando tra i ricordi mi è tornata chiara l’immagine, che da qualche parte c’è ancora ma che non ho cercato con sufficiente zelo, del sottoscritto in tenuta da cow-boy – se si fa eccezione per la maglietta da marinaio a strisce orizzontali – completa di cappellone, stella da sceriffo e fondina con pistole, in sella a un cavallo. E pensa che ti ripensa mi sono ricordato di due esemplari passati di là, Pino e Bimba, non so in quale ordine. Entrambi dal mantello bruno, più o meno chiaro. Certamente non purosangue ma nemmeno raccattati dalla discarica della fu premiata ditta Gondrand. Ma a cavallo chi ci andava? Non lo so. Quello che so è che c’erano almeno un calesse e un carro a forma… di carro. E che, probabilmente, a bordo di quei carri, di tanto in tanto uno zio di turno ci portava a spasso per le vie del paese o, grande avvenimento, fino a Viggiù. Mi è perfettamente chiaro il ricordo di quando lo zio Federico, geniale inventore e abilissimo bricoleur, decise di trasformare il carro in un perfetto modello Conestoga, quello col telone dei pionieri del west. Cosa che, naturalmente, non poteva che suscitare entusiasmi nei nipoti. Vado per intuizione. Immagino di essermi agghindato da cow-boy anche in quell’occasione. Certamente non da capo pellerossa, che sarebbe stato immediatamente preso a fucilate dagli altri passeggeri.
Prima o poi nella stalla del cavallo fece la sua apparizione anche l’asino Romeo, che a grandi linee era considerato facente funzioni di cavallo. Tutto in debita scala, naturalmente. Infatti da qualche parte spuntò anche un carretto verde, dotato di stanghe e freno a leva, vagamente somigliante a un carretto siciliano senza tutte le decorazioni e gli orpelli dei modelli originali, che venne usato e strausato anche a mano, a mo’ di risciò, per fare su e giù dal giardino, per molti anni dopo il pensionamento del fido Romeo e finché la casa non è stata svuotata e venduta.
Ho qualche vago ricordo, per restare su animali di una certa stazza, di qualche maiale che ha soggiornato da quelle parti. Dato che ancora non si usava considerarli animali da compagnia e che erano troppo bassi da cavalcare o per tirar carretti, ho il vago sospetto che il loro compito fosse altro, che non indago né approfondisco. Però, se la memoria non mi inganna, credo che qualche salame dall’Angelo ci venisse dato. E mi tornano in mente i famosi lardi appesi nella dispensa di sua moglie Maria… Non credo li comprasse così, belli e pronti. Quindi, cosa pensare al riguardo?
Cosa rimane ancora? I conigli, che credo fossero proprietà privata del contadino e del custode e che avevano anch’essi il destino segnato: riprodursi, appunto, come conigli, e allietare la loro tavola nei giorni di festa. E le galline. Difficile affezionarsi alle galline. Eppure so che un bel giorno ricevetti in regalo due pulcini che, non potendomi seguire in quel di Milano perché intolleranti allo smog, lasciai in collegio nel pollaio comune, affidandone lo svezzamento e l’istruzione alle cure della Paola, la moglie del custode.
Di lei, a proposito di galline, ricordo molto bene un particolare: l’operazione di prelievo dal pollaio ed esecuzione della pena capitale nei confronti della sfortunata prescelta.
Il rito veniva celebrato nella già nominata “Casassa”, sotto il portico, proprio sotto casa mia. Per fortuna non usava il metodo francese, collaudato ai tempi della rivoluzione, preferendo quello inglese, anche se non stava a complicarsi la vita erigendo una forca. Una volta passata a miglior vita, la gallina veniva immersa in un pentolone di acqua bollente così da favorire l’operazione di spiumatura e spennatura.
C’è un’altra cosa che non mi sono mai chiesto (forse) e non mi chiedo certo adesso. Non ricordo di aver celebrato con riti funebri l’inevitabile dipartita dei miei due pulcini divenuti adulti. Che fine avranno fatto? Spero, poco poco, che non fossero tra quei polli che qualche volta la Paola ci dava la domenica sera insieme alla cesta di verdure al momento della ripartenza per Milano. Beata ignoranza!

Ionnighitar


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