Originalità innanzi tutto

Quando, un paio di post fa (adesso misuro il tempo a “post”) mi sono esibito in una delle mie reprimende spesso degne di un novantenne a proposito delle pubblicità, e ancora non ho finito, ho accennato anche a una serie di espressioni che sarei lieto di cancellare con il lanciafiamme, quando le sento pronunciare dal vivo o alla televisione ma in modo particolare quando le vedo scritte sui giornali. Al solito so che partendo da una ricchissima campionatura poi me ne verranno in mente non più di tre. E’ la sindrome da scaffale ormai ben nota che mi perseguita.

La prima, che non so nemmeno se classificare come espressione, è l’immarcescibile, inqualificabile, indigeribile «salve». Nooooo lo detestoo!!! Ora, posso capire che ci si possa trovare in situazioni di imbarazzo più o meno giustificate quando si deve salutare qualcuno e si è lì, in bilico, tra il ciao (troppo confidenziale, ormai usato a proposito e a sproposito ma comunque certamente un po’ azzardato) e il buongiorno, che credo molti oggi vedano come un saluto tardorinascimentale se non addirittura da basso medioevo. Non da impero romano perché è noto l’allora usatissimo “ave”, né da età della pietra, perché lì si andava da un «grunt», se detto da uno scorbutico, a un «uga uga» per quelli che avendo studiato le lingue straniere volevano essere compresi da cavernicoli di tribù diverse.

Ma insomma… il salve è una cosa da pelle d’oca. Per la miseria, piuttosto usiamo il buondì, non quello con la granella che, ahimè come cambiano i tempi, non è più Motta ma Bistefani. Mi ostino però a sostenere la causa del buongiorno. E’ collaudato, elegante, presenta e denuncia un certo stile e una raffinatezza che è inversamente proporzionale alla violenza acustica e alla rozzezza del salve. Questo, naturalmente, non riguarda i giornali stampati. ma può riguardare telegiornali o programmi di intrattenimento, in cui, se non tenuto sotto controllo, può impazzare senza limite alcuno.

Anni fa, ma tanti anni fa, credo non si usasse se non in qualche forma dialettale o in casi davvero particolarissimi e sconosciuti ai più (e a me) il delizioso e accattivante termine «inciucio». Collaudato, tanto per cambiare, disquisendo di politica, ad indicare un papocchio melmoso, una di quelle forme di subdole e maleodoranti combine (termine straniero, segno un punto a mio sfavore) di cui i nostri politici sono sempre e sono tuttora capaci. Nonché maestri. Una volta spuntato l’inciucio, via a tutta forza: non c’era giorno, non c’era trattativa, non c’era accordo, contratto, riunione anche casuale, magari sul tram, che non nascondesse un inciucio. E vabbè. Per fortuna di lì a non molto la hit parade vide una rapida e irresistibile ascesa del «ribaltone», che naturalmente non poteva essersi reso possibile se non grazie a uno strategico e ben congegnato inciucio. La sola occasione in cui non si parlava di ribaltoni, comunque, era quella dei TIR che finivano a ruote per aria o a oggetti di qualsiasi genere e impiego che, parimenti, si trovassero “cappottati” rispetto alla posizione naturale.

Una delle peggiori violenze, peggiore anche del salve, secondo me è la deliziosa e poetica «senza se e senza ma«. Posso dire che la odio? Lo dico. Tanto per cambiare anche questa è stata coniata per fini di propaganda ideologica e politica e sta a indicare una presa di posizione ferma, decisa, tutta d’un pezzo. Senza se e senza ma, per l’appunto, ma con tanta, tanta mancanza di fantasia e di senso della frase. Questa cosa orripilante è decisamente durissima a morire. Ormai ha qualche anno, direi cinque o sei, ma resta sempre lì pronta, dietro l’angolo, sul foglio girato, tra le pieghe di un disegno programmatico (sic e sigh) capace di colpirci tra capo e collo quando meno ce l’aspettiamo. E, a differenza di quasi tutte le altre espressioni, trovo che abbia una calzante rappresentazione grafica, che apparentemente non c’entra niente, ma che mi pare si sposi in maniera perfetta con un oggetto di cui si è abusato e si abusa ad ogni occasione. Vedere foto sotto. Di sfuggita, denunciando apertamente anche la mia freddezza per il mondo del calcio e/o della tifoseria calcistica, cito anche il «Mister». Da rabbrividire. Da impanare nella soda caustica. Il brutto è quando (capita ogni volta che entro nell’edicola/libreria vicina a casa) il pur gentilissimo e simpatico esercente mi accoglie con un delizioso «Salve Mister». Il massimo cui io possa aspirare.

Saltando a eventi più recenti, anche il disastro della Costa Concordia ha dato modo a molti di trasformarsi in esperti di navigazione. Così la famosa manovra dell’inchino alle isole, che a quanto pare trova un fondamento molto labile nella realtà delle cose, è stata usata, tanto per cambiare, a sproposito. Riportandomi alla memoria le avvincenti regate di Coppa America con Luna Rossa o Mascalzone Latino che, come per magia e per settimane e settimane, riuscirono a far spuntare capitani di lungo corso e provetti skipper anche dalle stalle della bassa pavese. In un certo senso si potrebbe dire che la grande massa degli italiani si è ritrovata, tenendo fede al detto che ci vuole, tra le altre cose, navigatori, espertissima di mare cavalcando l’onda delle dirette televisive.

Un pensierino della sera, a proposito di neologismi e di tragedia dell’isola del Giglio: non si potrebbe adottare il termine «Schettinare» attribuendogli il significato di «agire in modo irrimediabilmente stupido» o di «comportarsi con orgoglio in modo smisuratamente cretino»? Giro la domanda a eventuali membri dell’Accademia della Crusca che dovessero, casualmente, trovarsi a passare da queste parti. Grazie.

Ionnighitar


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