O’ carrozziere

Ecco, finalmente ci sono arrivato. Sono mesi che mi riprometto di parlarne e credo che il momento migliore per farlo sia quello in cui non avrei voglia di parlare di niente e di nessuno. L’ultima cosa che mi passa adesso per la testa è ridere, sorridere o far sorridere. E allora, sotto. terapia d’urto. Si profila il profilo di un personaggio che mi ha fatto compagnia per un bel po’ di tempo, molto tempo fa. E che diavolo, sempre racconti antidiluviani? E ringrazia il cielo che non vi parlo della guerra. Più che altro perché non l’ho fatta, se no stareste freschi a sentire le avventure sul fronte del Piave. O meglio, oggi come oggi probabilmente vi parlerei di Caporetto, ma lasciamo tutto com’è e beccatevi sto ritratto steso a pennellessa di Salvatore ‘o carrozziere (le zeta andrebbero pronunciate come quelle di zio, zampogna, zoccola, senza che ci sia la minima attinenza tra i tre elementi).

Dunque, se avete presente la parlata di Biscardi o di Ciriaco De Mita (io ho soprannominato De Mita il carrozziere, appunto), vi fate un’idea di questo omarino, non molto alto, brizzolato con capelli a spazzola, snello ma con leggera prominenza addominale che spiccava soprattutto in virtù del fatto che le sue tute, rigorosamente azzurre, erano sempre piuttosto attillate. Si chiamava, appunto, Salvatore e proveniva da un paesino in provincia di Benevento. Con il socio Gaetano, detto ‘Aetan-‘, o “’o cane muort-” un bel giorno arriva ad occupare (in modo legittimo) il capannone nella prima parte del cortile del mio primo luogo di sofferenze lavorative. professione ufficiale: carrozzieri, di pessima qualità, ma sempre carrozzieri. O forse sarebbe meglio dire carrozziere, perché mentre ?Aetan- si dava da fare con pessimi risultati sulle macchine dei malcapitati, Salvatore stazionava sul cancello, forse cercando di attrarre con il suo fascino nuovi clienti. Mi sono sempre chiesto come potesse avere tutte sempre impeccabilmente linde, a differenza del suo più trascurato socio.

Sopra la carrozzeria c’era un localino, di pertinenza, che per S&G fungeva da spogliatoio, ufficio amministrativo, monolocale con possibilità di pernottamento, cucinino con angolo cottura, museo dei cimeli ramazzati a destra e a manca da Salvatore in modo più o meno lecito, tra i quali antichi grammofoni, elmetti, macchine da scrivere d’epoca, statue e statuine d’ogni foggia e misura e, soprattutto, da pensatoio. Per il solo Salvatore, perché credo che “Aetan-” pensasse il minimo indispensabile. E poi, e scusate se è poco, mentre Salvatore era un filosofo a tutti gli effetti, il socio, detto anche ‘o cavallo, forse perché addetto a  tirare il carro, credo nemmeno sapesse cosa sia la filosofia.

Salvatore era uno di quei tipi cui, se dai una falange, ti prende il dito, la mano, il braccio, il tronco, le cosce, polpacci, piedi, scarpe. Però non spiacevole. Sta di fatto che, entrati un po’ in confidenza, invitatomi qualche volta a consumare un pasto frugale nell’intervallo meridiano nel suddetto ufficio multifunzione (ah, tra l’altro aveva un carrello dell’Esselunga modificato così da poter essere usato, all’occorrenza, come barbecue), ad un certo punto comincia a presentarsi quotidianamente nel mio ufficio verso le nove, nove e mezza, per programmare non solo il menù del mezzogiorno, ma di conseguenza la puntatina in comune all’Esselunga per fare scorta.

E lì, cari miei, è cominciata una discesa veloce verso gli inferi, che ha comportato il mangiare di tutto e di più, soprattutto di più, portandomi a vette di stazza raramente raggiunte prima. C’è però un lato piacevole della faccenda, che consiste nell’avere assaggiato cose di cui prima ignoravo in pratica l’esistenza. Datteri freschi, zucchine pelose, i duroncelli di pollo che chiamare squisitezze è un po’ esagerato, ma in definitiva sono ancora vivo. Il guaio era quando si metteva a fare i fritti, magari piccole triglie o anelli di calamaro. Quando tornavo in officina l’olezzo emanato dalla mia giacca sovrastava e annullava l’odore schifoso degli oli di taglio e di raffreddamento. Il capoofficina mi guardava a metà con sospetto e per l’altra metà con una certa ripugnanza e mi chiedeva se avevamo bevuto del vino. Probabilmente non era né dei più leggeri né dei più eterei. Lasciava tracce olfattive difficili da mascherare.

Due erano i pezzi veramente forti: il sugo, non scherzo, fatto con pomodoro e tocchi di carne, tipo spezzatino, che però veniva messo al fuoco verso le dieci meno un quarto (e io dovevo assistere al rito). Con questo si condiva ogni tipo e formato di pasta. Sulle quantità sorvolo. Il secondo era il caffè. Alla napoletana. Fatto con la napoletana. Con il rito, le accortezze, i trucchi che solo un genio ammaliaserpenti come Salvatore o carrozziere poteva fare. Ricordo ancora un paio di cose prima di chiudere questo primo tratteggio e rimandare a data da destinarsi le considerazioni sulla sua filosofia: era capace, e lo faceva abitualmente, di usare un coltellaccio da macellaio di quelli che si usano per squartare un bue anche per sbucciare un pomodoro di Pachino. E, in mancanza di aceto, al momento di condire l’insalata andava di vino rosso… oddio, io l’ho sempre definito vino rosso, ma forse nel suo caso si sarebbe davvero dovuto chiamare vino nero. Ma nero nero eh. Comunque, è grazie a lui se ho scoperto i cachi vaniglia, se ho imparato ad apprezzare la barbabietola, se ho avuto accesso ai segreti della vera ricetta del “baccalà ‘o ruoto”. Grande delizia. Da troppo tempo trascurata e ignorata. Ma andrebbe cucinato in teglia tra i ripiani di una stufa in cotto. E chi ce l’ha, a Milano? Va bene, ci penserò, se la prossima volta vi racconterò delle filosofie Salvatoresche magari ci schiaffo anche la ricetta del baccalà. Merita.

Ionnighitar


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