Note di follia (co’ ‘na ti sol)

tromba1 Il giovane Mimì Faresi era sempre stato pieno di complessi. Il primo dovuto a quel suo nome di battesimo che non era un diminutivo di Domenico o Vercingetorige, ma proprio Mimì. Tout court. Il padre, melomane nel senso che si nutriva di lirica e solo saltuariamente di mele, preferendo l’ananas che scioglie i grassi, voleva ricordare un personaggio di qualche opera ed aveva scelto la Bohème. Certo, a voler guardar bene avrebbe anche potuto optare per un nome maschile ma, per dirne una, Ernani gli pareva racchiudere in sé un che di romanesco, e lui era di Belluno e poi non voleva mettere un’ipoteca sulla statura fisica del suo pargolo. Nabucco non lo convinceva appieno, hai visto mai che prima o poi si trasferisca dalle parti di Bologna e con quel nome lì potrebbe dare adito a pettegolezzi, Gianni Schicchi si prestava a creare confusione con un fin troppo affermato produttore di film a luci rosse, il che sarebbe stato motivo di imbarazzo per il prevosto al momento del battesimo. Infine, Fetonte venne fortunatamente scartato immaginando quale sarebbe stato il calvario del frugoletto a cominciare dal suo primo giorno di scuola. Quindi, che Mimì fosse. D’altra parte chi va a pensare che non derivi, come si diceva da un diminutivo frequentemente adottato al Sud, isole comprese?

In fondo, comunque, fu il più fortunato in famiglia, considerato che le sue tre sorelle vennero battezzate Traviata, cavalleria Rusticana e Così fan tutte. Quest’ultima, che oltre tutto era dotata di forme armoniose, ebbe sempre il suo bel daffare per affermare coram populo la sua serietà e la sua morigeratezza di costumi.

Il secondo complesso di Mimì Faresi, che più che complesso si potrebbe definire ossessione, era quello di dover testimoniare con ogni sua azione e ogni pensiero l’amore profondo e la dedizione assoluta per la musica. Tutta la musica. Avrebbe dato tutto per saper comporre, ma non conosceva la notazione musicale. Non andava molto oltre il rigo, anzi ne era in un certo senso imprigionato. Tanto che più di una volta cercò di liberarsene usando una chiave di violino, senza successo, e una chiave di basso, più robusta ma altrettanto inefficace. Insomma, si struggeva del non saper creare non dico una sonata, un’opera o una sinfonia, ma nemmeno un Jingle per la pubblicità delle supposte EvaQ. Disperato e un po’ fuori dal rigo (a volte ce la faceva) arrivò perfino a confidarsi con un amico dichiarandosi disposto a rimetterci tutte e due le mani pur di saper suonare come uno dei suoi idoli virtuosi della chitarra. L’amico lo fece ragionare. La soluzione avrebbe allontanato in modo ineluttabile e definitivo la pur remota eventualità.

Mimì decise allora di rendersi parte integrante e viva, testimonianza tangibile della musica intesa come entità superiore regolatrice del cosmo, adottando atteggiamenti, umori, linguaggio che sempre e solo alla musica facessero riferimento.

Fu così che cominciò a svegliarsi allegro, a volte allegretto, altre ancora con brio. La prima colazione la faceva presto, o prestissimo, e si mostrava moderato nel consumo della marmellata, mai che si fosse mosso sul largo tavolo sostenuto da canne d’organo sottratte nottetempo al parroco che nel frattempo cercava di aggiornarsi sull’opera omnia del produttore Schicchi di cui sopra.

Vivace, si avviava verso la scuola solo o accompagnato. A giorni alterni camminando adagio, adagissimo se prevedeva interrogazioni spiacevoli, grave nell’espressione e nell’animo. Rallentando, ritardando, allargando o accelerando a seconda dell’umore e del tempo (atmosferico). Sostenuto con chi non rientrava nella cerchia dei suoi preferiti, vivace o vivacissimo con chi gli andava a genio. E fin qui i suoi stati d’animo.

Il maestro di musica, che non risparmiava critiche anche urticanti, spesso lo vedeva un po’ svogliato, distratto. E lo sferzava dicendogli che era un po’ bemolle. «Su, su, Faresi, brio, movimento. Così noi due non siamo d’accordo». Ecco, a Mimì piaceva andare d’accordo. D’amore, in effetti, non gli fregava granché. Ma non concepiva un rapporto senza accordo. Amava sol fare, i remi, le mire, i Re, maggiori o minori, rimasti a regnare su sparuti reami sparpagliati nel pentagramma mondiale, che sognava di poter chiamare Sire. Doveva trovare quei piccoli o grandi monarchi. Doveva prostrarsi ai loro piedi. Per farlo decise di partire, adagio, sfruttando un silenzio tra un do e un la, o forse era una pausa tra un la e un do che aveva sentito da una fanciulla che passeggiava all’angolo di una strada. Per il viaggio scelse di fare fagotto, non potendo, per motivi di ingombro, fare arpa. Tuttavia, partito lentissimo con animo grave, moderato nei movimenti, era stato davvero colpito dalla cantilena simile al canto di una sirena (in effetti canto+sirena=cantilena) di quella fanciulla che lo guardavia con occhi sognanti all’angolo della strada. «La, do. La, do. Anzi, la-do.» E lui: «Ma questa ho capito male o mi fa la do?» Era un ritornello che cominciava a rimbalzargli tra neurone e neurone. Una frase che faceva vibrare le sue corde, che assurgeva alla dignità di melodia, visto che ancora non si davano del tu. Insomma, gli parve un invito esplicito ad accompagnarsi a lei. A costituire con lei, previo accordo, un bicordo. E fra toni, semitoni, crome e biscrome, aumentate e diminuite, diesis e bemolle generare in perfetta sintonia e sinfonia una esplosione di musica, quasi un inno trionfale alla vita. La signorina, per inciso, indossava una quarta, diminuita.

Mimì, fattosi coraggio, allegro nel suo intimo, vivacissimo nell’aspetto, avvicinandosi adagissimo e sostenuto nell’espressione ma rapido nella scelta della partitura le si fece dappresso e con un filo di voce che pareva l’ouverture di un brano sinfonico le disse. «Buonasera, dolce fanciulla. Quant’è ocarina! La sua fisionomia non mi è nota, eppure mi pare di conoscerla da lungo tempo. Il mio cuore ha raggiunto un ritmo a metà tra il sincopato e il punk rock. Vedo pagliuzze d’oro nei suoi occhi viola. Mi sento come una colomba che tuba, o basso-tuba per corteggiare l’oggetto dei suoi sogni.» E lei. «Dunque, che si fa?».

Ora, giunti a questo punto credo che lascerò a voi immaginare un finale romantico, fatto di arpeggi e note leggere, piuttosto che uno, più adatto ai racconti da caserma, che finirebbe col richiamare uno strumento a fiato della famiglia degli ottoni. Il mio compito finisce qui. O piuttosto dovrei dire là? Che ne sarà di Mi-mi Fa-re-si? Non andatela a raccontare ai Pooh, però. Non vorrei ci costruissero un’intera raccolta. Buona musica a tutti.

Ionnighitar


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