Musicaeparole

musical_noteAd essere onesti, soprattutto dopo una latitanza che non so nemmeno più per quanti giorni si sia protratta, sarebbe opportuno parlare di cose un po’ più serie o, se non altro, meno leggere. Non credo, però, che il blog – il mio almeno – sia il luogo più adatto e tantomeno il più titolato a riprendere concetti, posizioni, magari luoghi comuni che giorno per giorno ci stanno sommergendo. Da ogni parte. Con ogni mezzo. Da parte di qualsiasi maitre à penser di estrazione politica, artistica o sedicente culturale. Quindi, pur mordendomi appena appena la lingua perché di nefandezze da scrivere (o da dire) e improperi da inanellare ne avrei a Joseph (credevate si scrivesse a iosa, vero? E invece no), mi limito, come probabilmente mi è più congeniale, a scrivere di scemenze. O per lo meno di cose più frivole di quelle che imperversano sui media. Poi dicono «in media stat virtus» o era in medio? Boh.

Fatto sta ed è che mi trovo, e voglio renderne partecipe il blog e i milioni di visitatori che lo affollano, a dover risolvere un problema parecchio complesso. Se non fosse che non voglio esagerare direi un’impresa titanica. Quindi la definisco un’impresa titanica. Esagero? Allora spiego, che è meglio.

Lunedì, dopo altra latitanza secolare, peggio di quella del blog, la mitica Band si è riunita. Compatta, coesa, entusiasta, con uno sguardo fiducioso al domani e i polpastrelli dolenti perché non più avvezzi a premere sulle corde (è uno dei motivi per cui perfidamente mi sono trasformato in bassista, lo strumento è più pesante ma le corde, che sembrano cime d’attracco, non ti segano i polpastrelli). Anche il batterista per la verità non è soggetto a questo disagio, in compenso ha deciso che la batteria in dotazione alla sala che ci hanno assegnato non fosse degna di lui. Mi chiedo se siano danni dell’età, o se abbia incontrato durante l’estate qualche seguace di Ron Hubbard e di Scientology, che l’abbia indotto a credere di essere il novello messia delle percussioni. Mah.

Insomma, suona tu che suono anch’io, ad un certo punto, dopo l’esecuzione dell’unico pezzo di nostra creazione – che per inciso si chiama, con un guizzo di originalità, Musica e di cui il sottoscritto ha scritto il testo – Ric, con aria a metà tra l’estasi e la visione della Beata Vergine del Pilar dichiara: «Ragazzi che meraviglia questa canzone. E il testo… Parole che lasciano il segno». Ora, va chiarito subito, per onestà, che quando Ric dice qualcosa non so mai se stia prendendomi elegantemente per i fondelli o se parli sul serio. Questa volta però, a meno che non sia il genio della perversione, ha supportato queste sue considerazioni con due esempi imbarazzanti dell’apprezzamento che il mio testo ha incontrato nell’enturage di suo figlio ventiequalcosenne. Primo, ha raccontato che quest’estate il suddetto, in vacanza a Miami con qualche amico, non avendo nell’I-Pod o I-Pad o I-Phone o I-don’t-know-where, il succitato capolavoro, ha pagato ben 0,99 eurini pur di poterlo  ascoltare scaricandolo da I-tunes. Eggià, perché I-l pezzo è I-presente anche su I-Tunes store. I-ve lo assicuro, non è una I-balla.

Come non bastasse, sia Ric che Bob, “the drum machine”, detto anche Raudo per la stretta similitudine tra il suo modo di accarezzare le percussioni e lo scoppio di potenti mortaretti capodanneschi, i Raudi, appunto, mi hanno raccontato che un amico dei loro figliuoli, ovviamente sulla ventina anche lui, è stato a suo tempo talmente colpito da un verso uscito dalla mia penna che l’ha voluto riprodurre e ora giganteggia sopra la testata del suo letto di giovane marmotta. Da non credere (infatti ancora non ho deciso se crederci  meno).

Per farla breve (lo dico quasi sempre, poi non mantengo la promessa), Fabio, anche lui inghiottito dal turbine del piacere nel sentir decantare, oltre che cantare, la sua canzone (ha scritto la musica), si è ripromesso di dare un seguito a questa attività creativa. E siccome Fabio è uno che se dice una cosa, poi la fa, già mercoledì mi mandava una mail con un primo abbozzo per un nuovo pezzo. Che devo dire mi è piaciuto al primo ascolto. Ma. Ma… Ha anche scritto «A parte far finta di non sentire come canto, che è meglio, se ti viene in mente una melodia diversa cambia quello che ti pare ma, soprattutto, metti giù un buon testo.

Bravo. Come dirlo. Da quando ho scritto il primo saranno passati quattro anni e mi chiedo ancora come diavolo sia riuscito a scriverlo. Immaginiamo il secondo. Che oltretutto nasce con un handicap: il suo predecessore è piaciuto. Andrà incontro a un flop clamoroso? Sarà un clone? sarà un’escalation di trionfi?

Mi trovo per ora, di fronte a una serie di dubbi, appunto. Che fare? Dato per scontato che mai nella vita potrei scrivere un testo impegnato, serio, di protesta, di rottura (oddio, di rottura in fondo non è difficile… basta scrivere lalalalalallallalallà, e vedi se non è una rottura), cosa potrei fare? Il primo, lo si intuisce vagamente dal titolo, era una specie di inno alla forza e alla bellezza della musica. Replicare saprebbe di stantìo e farebbe chiaramente capire che a fantasia siamo rimasti a secco. Un testo d’amore… dai, non sono né Ramazzotti né l’Amaro Averna. Che fare? Scrivere un pezzo sulla band? Penoso. E poi un po’ troppo autoreferenziale. Che gli frega al grande pubblico di sentire l’elegia della nostra band?

Un’ideuzza, larvata, un po’ perfidina, per la verità ce l’avrei… Anche se troppe volte nella vita di tutti i giorni mi sono detto che l’ironia è vista sempre di più come un optional. Magari a pagamento, pure. Ma questo germe di idea che mi sta frullando nel capino, che sta condizionando il neurone a cercare assonanze, rime e sarcasmi più l’accarezzo più mi piace. Un anticipo? Beh, facciamo così: spesso, anzi, sempre, vengo tacciato di essere assolutamente intollerante verso un gruppo storico italiano. Credo sia nato intorno al 1818 o 19, quattro componenti, lagnosi e insopportabili (a me) alla sola vista. Vi do un aiuto… il batterista storico li ha mollati e loro hanno detto: «Poohuah, ce ne freghiamo e continuiamo lo stesso». Ecco, mi ispirerò probabilmente a loro. Potrei scrivere che gli alieni li hanno rapiti. Speriamo non li facciano cantare, però. Altrimenti vi do dieci a uno che ce li riportano indietro subito. Vi terrò informati. Forse.

Ionnighitar


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