Mr. Polemicus

Ci sono giornate in cui se dovessi esaminarmi obiettivamente e da “esterno”, cioè se non fossi nemmeno mio parente, con ogni probabilità mi troverei insopportabilmente polemico. Mi consola il fatto che a naso mi sa che sia così un po’ per tutti. Escludo i Santi, perché se non avessero quel qualcosa in più, che Santi del cavolo sarebbero? Oggi sono in giornata di massima allerta, stimolata e giustificata da una mezza mattina passata in coda in posta per spedire una raccomandata A.R. (che non significa andata e ritorno, se non sarebbe un po’ da pirla mandarla per poi farla rientrare all’ovile), seguita da una coda quasi clone della prima in Comune. Già, perché dovevo rifare entro la fine di luglio la carta d’identità in via di scadenza e, ovviamente, essendo dotato di una furbizia rara, non ho pensato di meglio che replicare la già stressante mattinata. Ma procediamo con ordine. E, positivamente pensando, diciamo che mi sono tolto ‘ste due seccature.

La polemica la comincio su un argomento che mi fa imbestialire e mi trasforma in essere sragionante, assetato di sangue e tendenzialmente portato allo sterminio collettivo di determinate categorie professionali. In questo caso, i giornalisti. Perché? Perché sono stufo marcio, nauseato, disgustato, oscenamente scandalizzato nel vedere e nel sentire la massa dei suddetti crogiolarsi in quello che hanno eletto l’argomento-clou, condito dalle solite stronzissime definizioni politicaly correct. per intenderci, un po’ come quando diventavo o divento una bestia sentendo o leggendo “senza se e senza ma”, “al limite”, “nel contesto in cui”, “inciucio” e compagnia bella. Oggi ho dichiarato guerra al tanto usato e abusato “femminicidio”.

Ora, chiariamo subito una cosa che è un dettaglio, ma non da poco: la differenza tra quel che succede oggi e quello che è sempre successo, più ancora all’estero che in Italia (e per estero comprendo la Cunfederaziun Elvetica come il Bangladesh) è che oggi, provato statisticamente, il numero dei delitti atroci, osceni e che personalmente non considero meritevoli di redenzione o perdono, è calato. Sissignori. Calato. Senonché oggi se ne parla di più, se ne legge di più, lo si tiene maggiormente d’occhio da parte dei media perché “fa notizia”. Detto questo, e aggiunto che il numero dei delitti contro uomini (di sesso maschile) resta comunque e sempre superiore, resta il fatto che tutti i casi che ci vengono quasi quotidianamente raccontati sono una faccenda orribilmente e irrimediabilmente schifosa. Senza appello. Non sono molto d’accordo col Prof. Veronesi che dice che la mente umana col tempo si modifica e riaggiusta i danni fatti dai bachi che l’hanno minata. Sono più per la teoria che se uno nasce stronzo, o lo è in pectore, ha il 98,57% di probabilità di restare nel tempo lo stronzo di sempre.

Ma la mia polemica è una polemica lessicale. Lo so che darò l’impressione di essere suonato, ma quando sento parlare di “femminicidio” ho come l’impressione che la vittima venga una volta di più violata, offesa, colpita, quasi degradata. E’ verissimo che esiste il termine “femminismo”, ma è un’altra cosa, a mio parere. Non so come spiegare, ma se penso al termine “femmina” lo associo a una classificazione che è propria delle scienze naturali. La femmina, ai miei occhi, come il maschio del resto, è qualcosa che appartiene al regno animale. Anche noi ne facciamo parte, ma chissà com’è, trovo più dignitoso parlare di donna e di uomo. mai sentito parlare di “maschicidio”? Io no. E se parlo di una persona di sesso femminile credo sia più carino, rispettoso e riguardoso dire “una gran donna, una bella donna, una donna in gamba”. Davvero, non riuscirei a dire “una bella femmina”, “una femmina di valore”. E che cavolo, la sentirei quasi come carne da mercato. Mi sentirei u n po’ come uno di quei poveri decerebrati che se sono in tre o più si sentono in diritto di rivolgere offese pesanti, quando si limitano alle offese, a una o a due donne, o ragazze, o leggiadre fanciulle che dir si voglia. Ecco, loro sì che si rivolgono da veri stronzi alle “femmine”. Perché tali le considerano, contribuendo una volta in più a segnare un punto a favore della teoria, purtroppo incontestabile, che gli uomini, i ragazzi, i “maschi” sono enormemente più stupidi delle loro vittime (inteso anche in senso non violento). Quindi, lasciatemelo dire. Viva il fatto che se ne parli, che si condanni, che si facciano crociate o campagne di sensibilizzazione. Ma, per favore e per dignità, chiamiamo donne le donne, uomini gli uomini. E piantiamola con la mania di rincorrere un neologismo cretino che ha avuto la fortuna di trovare decine o centinaia di pecoroni pronti ad adottarlo, come tanti piccoli pesci (maschi o femmine che siano).

Questa era una polemica accorata e sentita (da me). Per il resto, forte delle due esperienze di attesa Posta/Comune, a parte gli elementi inquietanti che inevitabilmente ti trovi di fianco in posti affollati, in città affollate, troppo, magari alterati dal caldo infernale di oggi, due cose risvegliano i miei istinti bestiali. Vediamo.

Primo: vorrei chiedere alla signora che, seduta a un paio di posti da me questa mattina, se davvero crede che tutti noi in posta fossimo ansiosi di conoscere i fatti suoi, i suoi programmi estivi, il luogo d’incontro con l’amica, l’esito degli esami della figlia, e altre cosine che non ricordo ma di cui siamo stati resi edotti nel corso delle cinque, forse sei conversazioni telefoniche che con molta discrezione ha sostenuto coram populo. Cosa che in genere avviene, a più voci, sui mezzi pubblici, soprattutto quando i Filippini urlano nel cellulare convinti forse che per farsi sentire a Manila si debba urlare come forsennati. Avrei un suggerimento circa il dove riporre, una volta terminata la chiamata, il cellulare.

Secondo: vorrei chiedere all’imbecille che in Comune era seduto a due posti da me, su uno di quei sedili in metallo collegati in file di quattro o sei, e come tali particolarmente conduttori di movimento, tremolio, dondolio, se davvero pensava che i suoi vicini avessero bisogno di un trattamento di vibromassaggio gluteale per gli oltre trentacinque minuti di attesa che precedevano la sua chiamata. Ho pregato perché avesse un numero ben più basso del mio e si levasse così di torno. Ovviamente nella chiamata ho scoperto di essere un paio di posizioni soltanto dopo di lui. Avrei potuto far girare per le firme una mozione perché gli fosserlo legate le gambette (che gli avrei fatto ingoiare volentieri) alle gambe della sedia, in modo da evitare il costante traballamento. Invece, as usual, me ne sono stato lì a tirare moccoli finché non si è levato di torno.

Vogliamo pensare positivo anche stavolta? Ok, mettiamola così: ho aspettato il mio turno per la carta d’identità su un vagone delle ferrovie del 1954, su un percorso accidentato e con vagoni risalenti alla settima guerra punica. Così posso anche digerirla.

Ionnighitar


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