Miami, FL

Sarà meglio chiarire, se mai qualcuno si fosse messo in mente che io stia rispettando tempi e cadenze degli eventi, che il soggiorno Miami, purtroppo, è stato molto più breve di quanto risulti tra la stesura dell’ultimo post e quello di oggi. E sottolineo, purtroppo!
In aggiunta, ribadendo il concetto che credo di essere un pessimo reporter e di non saper quindi (o non volere) fare un resoconto didascalico di quanto visto, ammirato e goduto in quella terra così Florida, mi accontenterò di dare un paio di fugaci!!! impressioni prima di ribattere il dolente tasto dei trasferimenti aviotrasportati.
Miami mi è piaciuta un sacco. Superato l’impatto termico-emozionale dell’arrivo in stile profughi in terra straniera (chiarirei per inciso che uso semplicemente terminologie che fanno parte della lingua italiana e che non intendo cavalcare l’onda emozionale di una situazione migratoria di attualità sulla quale non ho alcuna intenzione di esprimermi), realizzato abbastanza in fretta che forse la cosa migliore sarebbe stata avvicinarsi il più in fretta possibile a una mise bermuda/maglietta/infradito, raggiunta la visibilissima auto rossa noleggiata da V. per scorrazzare in lungo e in largo sotto i grattacieli e lungo le coste in stile caraibico, eccoci a un primo impatto con le strade a trentasette corsie, cinquecento svincoli, skylines apparentemente tutte uguali ma in effetti profondamente diverse, e acqua. Acqua. Acqua dappertutto. Golfi, golfetti, baie, baiette, canali, oceano e un’altra baia, poi un altro canale e un’altra baia… E ponti. Tanti ponti. Tantissimi ponti. Ma siamo a Venezia? Ad Amsterdam? No, mi dicono sia Miami e in effetti non ricordo di aver colto a Venezia quell’atmosfera-non-so-che, che mi trasporta inconsapevolmente in qualche film o telefilm in cui tutto sembrava lontano migliaia di chilometri. In effetti, siamo a migliaia di chilometri. Sia da casa, che da Venezia, che dal televisore.
Una cosa credo accomuni tristemente Miami a Venezia: la mostruosità delle navi da crociera qui in attesa di raggiungere Bahamas e Caraibi, là di passaggio per far vedere ai passeggeri (se no che passaggio sarebbe?) le bellezze della Serenissima dal mare. Finché va tutto bene… poi va a finire che trovi un genio come quello che voleva fare il contropelo all’Isola del Giglio e vedi che bel divertimento!
Comunque pensavo, e non sono stato a documentarmi nel dettaglio, a quanto grandi siano queste oscene e inquietanti meganavi-alveari? Lunghe… sparo: saranno duecentocinquanta, trecento metri?  No, passano molto spesso i trecento. Larghe più di quaranta. Ho detto quaranta. E rotti. E alte? Boh, qui davvero non ho idea, avranno trenta piani, che ne so… saranno alte sessanta metri? Dico così, a occhio e croce. O forse sarebbe meglio dire “a occhio e crociera”. Comunque una cosa è certa. Anche se non è un’espressione elegante da usare in uno scritto ammodino, mi fanno letteralmente schifo. Dato però che non ci devo né ci voglio salire, in fondo, che m’importa? (e qui sottolineerei l’eleganza della forma).
Come ho già avuto modo di accennare, non mi hanno fatto impazzire nemmeno i grattacieli. Troppi? Non saprei. Troppo addossati l’uno all’altro? Boh. Troppo vicini al mare? Può darsi. Brutti? Obiettivamente no, non lo si può dire. Certo, dipende dal fatto che a uno piacciano o meno i grattacieli in genere. Una cosa è innegabile: sono imponenti, trasudano prosperità, efficienza, americanezza. Quelli più modernissimi fai anche fatica a guardarli perché ti abbagliano con centinaia di metri quadri di vetrate riflettenti. Belli. Forse. Angoscianti, per quanto mi riguarda.
A me, però, sono piaciute mille volte di più le zone con le casette basse, il giardinetto, sia lungo strade a medio/alto scorrimento, sia nelle zone di carattere più strettamente residenziale, tra campi da tennis, parchi e viali alberatissimi.
E poi quelle che ti trasportano in realtà che non hai visto se non in televisione (parlo per me che non sono andato molto oltre il Canton Ticino), tipo le zone di Little Haiti o di Little Havana. Non ho trovato Little Big Horn, ma si sa mai che un domani abbia l’occasione di tornarci e di cercare meglio.
La casa a noi riservata era una delizia, per inciso. A un centinaio di metri dall’oceano (anche se non in vista del suddetto), in un giardinetto discreto e curato, stile coloniale, senza grattacieli nel raggio di almeno duecento metri. Così mi piace.
E mi sono piaciute anche le porcherie (in senso lato) che sono riuscito a mangiare qua e là, soprattutto come prima colazione o come brunch (non volevo usare l’espressione, ma già che parliamo di America, lasciamoci contaminare). Vivessi a Miami dubito che riuscirei a sfoggiare una linea asciutta ed atletica. Sono stato tentato di scrivere “mantenere”, ma una cosa la puoi mantenere se in partenza ce l’hai. Non è il mio caso.
Come previsto, dato che non era mia intenzione fare resoconti, ecco che manca solo che abbia scritto anche gli orari dei pullman (gratuiti e guidati per lo più da paffutissimissime e sorridenti drivers di colore, per lo più tendente al marrone scuro) e ho detto tutto. Quindi indulgo, a questo punto.
Un mattino, V. con la supercar rossa ci ha portati a visitare un po’ di zone residenziali di quelle che davvero si vedono nei film… Se non le conosce lei che ci ha vissuto per un bel tot di anni, chi altri? Beh… qui davvero m i trovo in difficoltà con le descrizioni. Da sogno. Da non credere. Tantissime col posto auto (beh, auto…) da una parte e l’accesso al mare dall’altra. Credo che nessuna avesse ormeggiata a tre metri dalla veranda una barchetta a remi o uno Zodiac. Qualcosa di più confortevole sì, però. Basta. Sono sogni e ricordi che risvegliano in modo brusco la nostalgia.
Altra puntatina niente male, e sto dimenticando o trascurando per esigenze di spazio altre chicche non meno meritevoli di ricordo, una trasferta giornaliera lungo le “Keys”, catena di isole collegate da ponti lunghissimi che si snodano come un’interminabile propaggine a sudovest della punta meridionale della Florida protendendosi fino ad affacciarsi (pur ad una certa distanza) a Cuba. Quasi di fronte all’Avana (qui intesa come città e non come sigaro). Lungo la strada, affascinante, da un lato, all’inizio, le paludi e dall’altro il mare. E, impressionanti davvero, i segni e le ferite lasciati in quel paradiso dal passaggio del tristemente uragano Irma, che ha spazzato case, pelato le palme come stuzzicadenti, parcheggiato le barche su quel che delle palme restava, divelto pali e reti di protezione ai lati della strada. E cumuli di macerie allineati lungo la strada erano ancora visibili, ancora in via di smaltimento. Non perché si adotti il metodo raccolta rifiuti di Roma Capitale, ma solo e semplicemente perché erano una quantità impressionante.
L’ultima mattina prima della tristissima partenza ci ha visti bazzicare per le vie di Little Havana. Mi è piaciuta troppo. Non sono mai stato a Cuba. Ma è come se. Indimenticabile. La foto di apertura mi riporta là. Atmosfera Miamicubana!
Con la mente, purtroppo, già proiettata verso gli orari, gli spostamenti, gli imbarchi, le procedure e… la coincidenza a Madrid. Cosa ci avrebbe riservato questa volta l’immenso Barajas? Ah, saperlo…

Ionnighitar


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