Memorie agresti 1

Meraviglie della tecnica… Più o meno mezz’ora fa mi sono detto: ma per la miseria, sei in campagna, immerso nel verde (non in un bidone di vernice, ma tra gli alberi e il prato per la verità un po’ riarso e bruciato), perché non approfittarne e scrivere tra le frasche?

Quindi, armato di portatile non adattissimo alle mie dita da zappatore mi sono messo qui, nella natura invitante e rilassante, pronto a sciogliere gli ormeggi. E mi sono accorto che vedevo lo schermo più o meno come quello del cellulare in pieno sole, cioè meno di zero.

Ci sono tasti funzione come se piovesse concentrati in sei centimetri quadri, vuoi che non trovi il comando della luminosità? Ecco. Non l’ho trovato, mi sono rispostato in casa e in compenso ne ho sfiorato uno che ha bloccato il cursore (la freccetta) che manco con una chiave a tubo del 36 c’era modo di schiodarlo dal centro schermo. Mezz’ora, appunto, e poi come per magia ho schiacciato qualche altra schifezza che ha riportato tutto alla normalità. Come? E chi lo sa… Nel frattempo c’è stata una discussione perché pareva avessi reso inservibile questo aggeggio infernale che in teoria sarebbe dello studio di Ch. Ma che abbiamo in uso senza controllo né limitazione alcuna da almeno tre anni. Voglio dire, non è una ragione per scioglierlo nell’acido muriatico, ma nemmeno doverlo guardare come se contenesse il verbo del Verbo, o il predestinato al trono del regno d’Albione… eddai. Se devo continuare a considerarlo con tutta questa riverenza e timore di guastarlo, che torni da dove è venuto. Venga riposto in un cassetto o in un armadio dove nessuno, come negli ultimi cinque anni, saprà nemmeno che esista, e facciamola finita.

Per ora comunque, dopo averlo non solo riattivato, ma aver pure trovato il magico tasto della luminosità, lo uso alla faccia di. E scrivo, gli occhi sul micromonitor, lo spirito immerso nei profumi della campagna, accarezzato da brezza quasi serotina. Per fortuna da molti anni non usano più concimare (e cosa concimerebbero, le villette a schiera?), altrimenti temo che i profumi della campagna sarebbero quelli che ricordo nella notte dei tempi. Quando qui la campagna poteva fregiarsi a ragione del titolo di campagna.

Ho bei ricordi di allora. Allora, quando? Ma volete farvi i fatti vostri? Allora. Se proprio volete saperlo so che qualche lettore/trice del blog manco era nato ancora. Anzi, ci mancava ancora un bel po’. Vorrà dire che siccome siete ficcanaso vi racconto qualche flash. E ringraziate il cielo che non ho fatto né la guerra in Albania né la ritirata di Russia, sennò stareste freschi.

A suo tempo passavo un paio di mesi qui. Per essere preciso a un paio di chilometri da qui, perché la casa di famiglia era nel paese vicino e ho dovuto sposarmi per spostarmi di duemila metri in linea d’aria e una cinquantina in altitudine. Era una casona enorme, divisa in appartamenti in modo che non fossimo tutti costretti in una comune, ma il giardino e la casa della nonna erano terreno condiviso. C’erano il giardino “di lusso” diciamo, e la parte più rustica, con stalla, sei mucche, qualche volta un cavallo scalcinato, magari un maiale ogni tanto, destinato a una triste sorte, un bel po’ di conigli, galline… e ovviamente il contadino e la sua famiglia, compreso l’Ambroeus, che aveva uno o due anni più di me ed era il mio compagno di giochi preferito. Inutile dire quale parte del giardino io preferissi. So che ci siete arrivati da soli.

Vado così, saltando di palo in frasca. Mi impressionava e affascinava vedere la mamma dell’Ambroeus, la Maria, sempre con quei grembiuloni neri o grigio scuri, lavare piatti e posate usando la cenere del camino a mo’ di detersivo. Avevo l’impressione, sinceramente che la cosa facesse un po’ schifo, abituato ai vari saponi e detersivi casalinghi. Poi ho scoperto che invece la cenere era ottima anche per il bucato che più bianco non si può. Forse bisognava soprassedere sull’odore di costine grigliate che le camicie avrebbero potuto emanare, ma queste sono sottigliezze.

Nella stanza dietro quello che era ingresso, soggiorno, sala da pranzo, cucina e non so cos’altro, a casa dell’Ambroeus c’era una specie di dispensa. La cosa che con più chiarezza ricordo era una sventola di lardo lunga così e larga quasi, penzolante dal soffitto, in attesa della giusta stagionatura. Era proibito anche solo immaginare di avvicinarsi. Ma il profumo era tale da farmi sognare di affondarci i denti a mo’ di grizzly. Però, quando la Maria lo riteneva giusto, ci spettavano per merenda un paio di fette di pane rustico con sopra due specie di fiorentine di lardo che avrebbero dato sostanza a un plotone in trincea per due settimane. Credo sia lì che si nasconda il germe della mia tendenza ad essere morigerato e longilineo. L’acqua, dopo pane e lardo, si beveva direttamente dal mestolo che faceva capolino da un secchio di alluminio, regolarmente riempito con l’acqua del pozzo, e dava tanti di quei punti all’acqua di frigo che manco potete immaginare. Bevevo il triplo del dovuto giusto per il gusto di bere dal mestolo gelato

Le mie merende a volte, quando la Fiora (negoziante onnivendente appena fuori dal cancello di casa) non mi regalava un osso di prosciutto crudo da spolpare azzannandolo come farebbe un mastino bellunese, potevano avere tutt’altra connotazione.

Spesso le condividevo con la mia cugina Giulia, qualche mese maggiore di me, in perenne stato di lamento o frigna, poi migliorata con l’andar del tempo. Ci facevamo davvero tanta compagnia e a volte sceglievamo di farci dare un cartoccio bello gonfio di magnesia effervescente, presa da un enorme vaso con quei magnifici palettoni di alluminio, (sempre dalla Fiora), per poi metterci comodi in qualche angolo del giardino a goderci il piacere di quei vermoni effervescenti che ci riempivano la bocca di schiuma. Fantastico. Non ricordo bene gli effetti, ma posso immaginare che prima o poi ci fossero, e magari aiutassero a compensare gli intasamenti dovuti a pane e lardo o alle distese di zucchero caramellato, magari con le noci, che altre volte preparavamo sul piano di marmo del tavolo della cucina.

Mi sa che esagero, tanto per cambiare, quindi meglio che mi fermi. Ma riprenderò l’argomento, più che altro per seguire gli sviluppi della compagnia e dei divertimenti estivi che per elencare tutte le schifezze che mi ingurgitavo. Certo che ripensandoci… bei tempi ragazzi. Chissà dove sarà finito l’Ambroeus? La mia cugina Giulia lo so dov’è finita. Ma se la vedo una volta ogni vent’anni è tanto. Peccato, mi dispiace. Avremmo da ricordare insieme un sacco di cose divertenti e piacevoli. E poi chi lo sa… magari sono io che me lo metto in mente e a lei non importa niente. Mistero. Un altro. Che resterà irrisolto, credo. Alla prossima. Parola di Giovane Grizzly.

Ionnighitar


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