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La strada che porta a Champoluc costeggia il fiume sulla destra (il fiume è sulla destra della strada e la strada sulla sponda destra del fiume, miracoli spiegabili solo con i sensi di marcia opposti). A quei tempi non c’erano molti ponti. Direi uno solo con la strada asfaltata e gli altri di legno. Nei tempi recenti preferisco non pensare a cosa siano stati capaci di fare. E i ponti scavalcavano l’Evançon portando alla stradina parallela, quella di terra che partiva più o meno dalla chiesa e finiva al vecchio campo di calcio e alla casetta di Haensel e Gretel che fu nostra per un’estate.

Era su questa strada, appena prima di entrare in paese, che settimanalmente si teneva il mercato. Un signor mercato, grande (o ero io che ero piccino?), pieno di cose bellissime, interessanti, affascinanti, particolari. I cinesi stavano ancora quasi tutti in Cina, gli africani in Africa e lì, se ti andava bene, incontravi qualche ambulante arrivato dal lontano Piemonte, magari da Ivrea, più raramente da sedi più lontane. E, guarda caso, non avevi ottantacinque bancarelle tutte con la stessa mercanzia, standardizzate, globalizzate, spersonalizzate. Non trovavi nemmeno le pipe o comediavolosichiamano per il fumo “particolare” né i tamburi o le maschere africane. Voglio esagerare. Non trovavi nemmeno le Louit Vuitton o i giubbotti Moncler tarocchi. Trovavi del gran bello e del gran buono.

Abbigliamento da montagna, pantaloni di velluto, sciarpe (non peruviane), cappellini (idem), scarponi, scarponcini e scarponcelli come se piovesse. In effetti a volte pioveva pure, ma solo acqua per fortuna. Anzi, una delle cose più caratteristiche del mercato di Champoluc erano gli ombrelli. Non cominciamo… non parlo di quelli tutti uguali, cambia colore ma il resto fa schifo in ugual misura, che oggi trovi ad ogni angolo appena cade la terza goccia. No. Ombrelloni di telona tinta unita con strisce sottili colorate che giravano tutto intorno e manici rigorosamente di legno, scolpiti, intagliati, meravigliosi. Alcuni erano a tre piazze almeno, date le dimensioni. Alcuni pesavano come ombrelloni da spiaggia da asciutti, immaginate una volta fradici. Ma erano opere d’arte. In casa mia sono sempre stati di casa (mi pare ovvio, no?) e qualcuno ha resistito e forse ancora resiste, in campagna. Il più bello, enorme, blu con le righe, pesantissimo, quasi un amico, me l’ha rubato qualche cornutazzo alcuni anni fa perché io, stupidamente ligio alle regole del bon ton come al solito, entrando in una specie di grande magazzino campagnolo in pieno diluvio l’ho lasciato all’ingresso. Senza pensare che tutti gli altri lasciati lì insieme al mio erano del modello “Pechino in the rain”, per natura meno appetibili agli occhi di un lestofante. Spero ardentemente che il peso dell’ombrello gli abbia spezzato radio, ulna, omero, omaso e abomaso.

E poi c’erano gli zaini, le piccozze, coltelli e coltellini di varia foggia e dimensione, le borracce… Scusate, ma vi aspettavate le maschere con il boccaglio, le pinne, i materassini e magari l’isola gonfiabile con la palmetta? A quei tempi la montagna era una cosa seria. Il mare una cosa. Diversa.

Non ricordo perfettamente l’aspetto alimentare del mercato, ma mi vien facile pensare che, con ogni probabilità, non ci fossero sui banchi ostriche, cozze o capesante di giornata. Quanto piuttosto ardite composizioni architettoniche di formaggi (l’adorabile veleno dell’umanità) o salumi montagnini. Né mi pare di ricordare assordanti bancarelle attrezzate in quadrifonia per la vendita delle raccolte dei successi di Sanremo o dei cori alpini della SAT. Ma potrei sbagliarmi. Forse c’erano immaginette con i Pooh e qualche loro 78 giri d’epoca. Non sono certo perché, come si sa, non li avrei nemmeno degnati di uno sguardo.

C’erano di sicuro, e questo me lo ricordo eccome, i banchi che vendevano i giocattoli. Se no, scusate, almeno nelle prime estati di piccolo valdostano d’importazione, che scopo avrei avuto io di sciropparmi avanti e indietro tutta la fila di bancarelle? Credo, in tutta onestà, come del resto hanno sempre fatto e sempre faranno i fantolini, di aver rotto l’anima all’inverosimile ai miei per comprare questo e quello. Ma le pretese erano contenute, ragionevoli, accessibili. Non ho mai chiesto lo Smartphone, il tablet né vagonate di videogiochi. Forse perché non c’erano?

Ricordo soprattutto un giocattolo, che mi pare sia stato comprato ripetutamente causa decesso o smarrimento del predecessore, che consisteva in un missile di plastica, mi pare si chiamasse Thor. Tu lo lanciavi in orbita con una specie di fionda elasticomunita, lui saliva ad altezze vertiginose e poi, come per magia, qualche volta, si apriva e liberava un piccolo paracadute a spicchi bianchi e rossi e lentamente tornava alla rampa di lancio. Peccato che il più delle volte non si aprisse e precipitasse al suolo a peso morto magari infilzandosi nel terreno (questo, sull’asfalto o la terra battuta, era improbabile), o aprendosi perdesse un pezzo. Il che equivaleva a una rottura in fase di rientro. Di qui il susseguirsi degli acquisti al mercato con cadenza quasi cronometrica.

Ricordo un altro divertentissimo gioco/sport/passatempo di un’estate. Il boomerang. Ma quello credo fosse stato portato da Milano. E probabilmente era verso Milano che tendeva a tornare tutte le volte che lo si lanciava. Però il brivido e l’illusione di sentirsi un po’ Crocodile Dundee sulle sponde di un torrente della Val d’Aosta erano forieri di profonda emozione, se a distanza di millenni mi ricordo ancora le corse per andare a recuperarlo dove aveva deciso in tutta autonomia di andare a posarsi.

E qui lasciamo il mercato, percorrendo i pochi metri che portavano all’ingresso del paese, per raggiungere, sulla sinistra, una casa in pietra grigia e persiane verdi i cui primi affittuari erano stati i miei genitori alcuni anni prima che io vedessi la luce e che, in loro onore, era stata battezzata proprio con il nostro cognome scolpito su una targa di pietra o marmo bianco. Il che ci ha fatto apparire, probabilmente e ingannevolmente, agli occhi del mondo come proprietari di immobile a fronte del modesto investimento dell’affitto per un paio di stagioni, inverno escluso.

Ionnighitar


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