Maestri involontari

 

A scuola ho studiato l’inglese, alle medie e al liceo. A parte che già prima, una volta alla settimana, attraversavo la città con la mamma per andare da una sua amica d’infanzia che era abilitata ad insegnarlo e lo inculcava a me e a sua figlia. O almeno ci provava. Ero decisamente avvantaggiato anche dal fatto che quasi sempre studiavo con un sottofondo musicale costante, fatto prevaletemente di musica leggera anglosassone. Non dico che capissi tutto, sia perché tanto nessuno ci crederebbe, sia perché nemmeno ci provavo. Ma la pronuncia, l’atmosfera, l’impostazione della vulgata riusciva ad insinuarsi e a facilitare alla fin fine anche lo studio dell’inglese. Poi, una volta all’università, la musica (non quella di fondo) è cambiata, perchè mi sono trovato a studiare l’inglese commerciale, le frasi tecniche, un sacco di cose noiosissime e per niente appassionanti.

All’università però si presentava una complicazione: la seconda lingua. E lì la scelta era quasi obbligata, non solo perché un minimissimo di francese già lo padroneggiassi (viteltonné, parbleu, oui e poco più), ma perché le scelte di quel genere le fai sempre in base alla scelta dei tuoi amici. Quindi, se il mio amico Piero faceva francese (perché lo parlava da quando era nella culla), io non potevo che fare francese. Ma l’ho imparato (quel che ho imparato) studiandolo lì? All’ateneo? No, neanche per idea. L’ho imparato grazie all’amico Piero, ma mica per altro: perché mi ha introdotto al magnifico, affascinante, magnetico e stimolante mondo di Asterix (e Obelix).

Agli albori non esisteva l’edizione italiana che, non per fare lo snob, ma una volta pubblicata mi ha profondamente deluso. Quindi la scelta era obbligata: o leggi in francese o leggi in francese. Ho deciso di leggerlo in francese. Non che possa dire che da subito tutto mi sia stato chiaro. Ho chiesto, ho cercato di capire e, soprattutto, ho riletto. Ma tante e tante di quelle volte che, credo, ho portato rapidamente i numeri di Asterix in testa alla mia classifica personale dei riletti (un mio pallino, soprattutto in gioventù). Questo oltretutto mi permetteva, magari alla sesta o settima rilettura – e so che mi succederebbe anche oggi se mi ci mettessi – di scoprire un paricolare, una sfumatura, un dettaglio che fino ad allora mi era sfuggito, sia nel testo sia nei disegni (impareggiabili).

L’avvento dell’edizione italiana, come ho detto, non mi ha trovato entusiasta. Ormai per me i romani parlavano francese, tutti quanti parlavano francese. E leggere le battute dei legionari in romanesco, oltretutto a mio avviso raffazzonato e stiracchiato, rovinava il pathos. Per non dire dei nomi dei personaggi, ineguagliabili ed ineguagliati in francese, spesso molto deludenti se “romanizzati”. Se non ricordo male ci fu addirittura un numero, o due, disegnati così male da sembrare taroccati, made in China. O forse mi confondo e si tratta del primo o dei primissimi, quando ancora la vis grafica non aveva ancora raggiunto le vette poi diventate Olimpo.

Asterix per me ha sempre avuto una caratteristica molto particolare: mi ha mostrato spesso fisionomie di personaggi chiaramente caricaturali e volutamente esagerate, che però, prima o  poi, mi è capitato di ritrovare straordinariamente simili in persone incontrate nel mondo reale. Me ne vengono in mente due, in particolare, che appiccico a corredo di questo post: il capo corso Ocatarinetabelatchictchix, che pare il gemello di un vicino di casa in campagna (il vicino è sardo, da lì la probabile origine di tanta somiglianza) e un sordido individuo seminatore di discordia e zizzania, di nome Acidonitrix, poi riconosciuto nei tratti di un tipo allampanato, perennemente dotato di sigaretta di ordinanza, che mi è capitato di incrociare mille volte nei dintorni di casa, in quanto aveva come me un paio di figli che frequentavano la scuola media qui di fronte.

Adesso di certo la mia memoria ha qualche falla, quindi so che dimentico qualcuno, ma quello che intendevo sottolineare è che a volte una cosa frivola e apparentemente priva di valore dal punto di vista dell’arricchimento culturale può invece dimostrarsi fonte di conoscenza, di apprendimento, e, sì, voglio esagerare, proprio di cultura. Ho un grande debito di riconoscenza nei confronti di Asterix, al punto che, scritto questo post, mi sa che preparerò un ruolino di marcia per dare una rinfrescatina a tutti gli episodi che da parecchio non leggo. Mi viene però spontanea una domanda, che denuncia il mio scivolare a velocità incontrollata verso una mentalità da dinosauro: già oggi e, soprattutto, tra qualche anno o decennio, ci sarà qualcuno che per gioco, mettendosi a scrivere su un blog o su uno svidrubuzz (ipotetico discendente del blog in futuro) si fermerà a riflettere se qualche gioco spara-spara o qualche avventura vissuta sulla Playstation gli avrà lasciato anche solo un piccolo, insignificante ma indelebile arricchimento interiore? Ai posteri…

Ionnighitar


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