Madrid: andata

Lasciatemi dire che l’aeroporto di Madrid, Barajas, è piuttosto grande. Nel senso che, non so con quanta esagerazione, Linate al suo confronto sembra una toilette. Indipendentemente dal fatto che sembri tale anche per altri aspetti.
Insomma, è grande più o meno così! Di questo non avevo evidentemente tenuto conto quando, guardando il programma dei voli, mi ero accorto di avere ben un’ora e mezza per prendere, possibilmente non al volo, la coincidenza per Miami. Avremmo potuto tranquillamente largheggiare in soste e trasferimenti passin passetto. Più o meno. Va da sé che, essendo atterrati al terminal uno, l’imbarco successivo fosse previsto al terminal due. Distante quindicimila chilometri, cinque o sei minuti di treno sotterraneo ultraveloce che ti scodella negli anfratti dell’altra aerostazione. Insomma, tra un’intreccio di scale mobili, ascensori, piani interrati e interratissimi, corridoi, tapis roulant, mi scappa pipì, ho sete, inutile scapicollarsi… Alla fine non capisci nemmeno più se sei sempre a Madrid o se sei finito  senza accorgertene all’aeroporto di Heathrow. Ho già ammesso di non essere un frequent flyer e farò di più. Ammetto sin d’ora i miei errori di valutazione, scarsa attenzione, superficialità nella consultazione dei tabelloni. Che intanto era già un’impresa trovare.
Ora, come forse qualcuno sa, i voli sono identificati non solo e non tanto dalla loro destinazione e dalla compagnia aerea, ma da un codice alfanumerico che impedisce nel modo più assoluto di confonderli uno con l’altro. Quasi, nel senso che bisognerebbe sempre fare riferimento a quello e solo a quello. Certo è, e non voglio con questo scaricare le mie responsabilità sulla società moderna o sulle conseguenze di un’infanzia difficile, che il poter consultare con una certa calma il proprio biglietto e avere, dico tanto, uno straccio di un minuto per fare un confronto biglietto/tabellone, ha la sua importanza per non ritrovarsi a Johannesburg quando si voleva andare ad Anchorage. Questa tranquillità, io, non l’avevo.
Ero già agitato del mio, d’accordo, ma avere qualcuno che ti soffia sul collo: “dai, allora, presto, dove andiamo, hai trovato…” è quanto di più pericoloso si possa immaginare. Un invito al panico assoluto.
Infatti, certo dell’orario di decollo, minuto più minuto meno, della destinazione e del fatto che spesso e volentieri più compagnie si consorziano per riempire un aereo indipendentemente dai contrassegni che espone, vedo spiccare tra le righe un bel volo per Miami, American Airlines, all’ora che quasi certamente era la nostra. Impossibile confondersi, come si diceva. Gate 50, trovato, diamoci una mossa… Si fa per dire mossa, visto che, dimenticavo di dirlo, io ero deliziato da una forte tallonite che da mesi mi faceva marciare alla Enrico Toti e la mia dolce metà aveva tolto due giorni prima, dopo due settimane, una fasciatura rigida alla caviglia, piacevole ricordo di un carpiato sotto i portici di Bologna. Ma insomma, per quanto possibile… diamoci una mossa. Mossa che, ancora non ho capito il perché, subiva poco dopo una breve interruzione grazie a una solerte poliziotta, dietro un solertissimo sbarramento, che faceva domande strane e assurde tipo “da dove vieni, dove vai, qual’era il tuo posto sul volo…, non si preoccupi, sono solo domande di routine…” giuro che non sto scherzando. Era già tanto che mi ricordassi che si trattava di un volo Iberia proveniente da Milano, figuriamoci se conoscevo anche il valore della pressione delle gomme… Insomma, tutto per perdere un po’ di tempo, visto che ne avevamo in abbondanza! Passata la barriera, si noti, dopo aver mostrato in tutta le sua interezza il biglietto alla poliziotta, vediamo al nostro orizzonte il tanto sospirato Gate 50. L’agognata méta. Ingombra di gente accalcata davanti alla porta d’imbarco col biglietto fieramente sventolato sotto il naso degli addetti. Della American Airlines. E basta. Già. Peccato che quello non fosse un volo con più compagnie consorziate. Nein. Iberia è Iberia, AA è AA. Mica pizza e fichi! E quindi?
Quindi vi pare che gli addetti di AA sappiano dove si imbarca il volo Iberia che parte alla stessa ora, minuto più, minuto meno, con la stessa loro destinazione? Illusi!
Torniamo di volata dalla solertissima, che oltre a non aver notato come ci stessimo dirigendo a un cancello che nulla aveva a che fare col nostro volo, era del tutto ignara del fatto che ci fosse un volo Iberia per Miami. Di conseguenza non poteva, ovviamente, sapere da dove potesse partire. Beh risolviamola, riguardiamo i tabelloni. Quali? Dove? Erano al piano di sotto. O di sopra? Intanto… “dai, muoviamoci, finisce che lo perdiamo…”. Non farò mai più il capocomitiva.
La sola cosa da fare è trovare un banco informazioni Iberia, piùfaciledicosì…
E c’è, il banco, ve l’assicuro. Peccato che non ci sia qualcuno che sappia dove si trovi. Ma, non so nemmeno io come, prima o poi ci arriviamo. Chiediamo. Finalmente si svela l’arcano. Dove diavolo è il nostro volo? L’avete già capito da soli? Conoscete l’aeroporto di Madrid? Sissignori, è al Gate n. 1. Dalla parte diametralmente opposta del terminal. Per fortuna sempre al terminal 2, per carità, ma come andare da Aosta a Treviso a piedi e di corsa, acciacchi permettendo. Nel frattempo ogni tanto si sentiva qualche accorato appello lanciato dagli altoparlanti, ma in primis era in spagnolo e anche piuttosto veloce, quindi i miei recenti studi mostravano qualche piccola falla. E poi, sinceramente, tra la confusione di tutti gli annunci che potevano venir trasmessi, le sollecitazioni verbali del mio seguito, l’agitazione per non essere nemmeno sicuro di poter raggiungere il traguardo senza stramazzare al suolo travolto dalle valigie rotelle-munite, avrebbero anche potuto mandare i più grandi successi dei Pooh che non me ne sarei accorto. Figuriamoci se potevo immaginare che stavano cercando i tre dispersi provenienti da Linate!
Insomma, con uno sforzo sovrumano, disperati, sudati come il trentaquattro luglio a Nairobi invece che il ventitrè dicembre a Madrid, eccoci in vista dell’agognato Gate n. 1. Deserto. Oddio, si sono scocciati e ci hanno lasciato qui. E mo’ quelli a Miami chi li avverte? No, aspetta, c’è un addetto Iberia. Forse due, una Hostess. Fanno segni come quelli che stanno con la paletta sotto il naso degli aerei per guidarli in pista. Ce l’hanno con noi. Sono gesti di incitamento, sollecitano, però non mi pare ci stiano applaudendo, non è come se stessimo tagliando il traguardo della Stramilano, per primi oltretutto. Nossignori…
Ehm… Ci stavano aspettando. Ci lanciano di peso sull’aereo e ringrazia che non ci prendono a schiaffoni e, appena entrati, chiudono il portello. Tutto l’equipaggio è schierato lì all’ingresso e dobbiamo sfilare come ad espiare la nostra colpa. Eggià, perché i maleducati, i ritardatari, i disorganizzati, gli strafottenti, le star del Grande Fratello, questa volta siamo noi. Che dobbiamo raggiungere i nostri posti in fondo in fondo, dopo essere entrati in cima in cima, tra due ali di sguardi che incenerirebbero il più scafato dei menefreghisti. E ci sentiamo piccoli piccoli, stanchi, ansanti, rossi più per la vergogna che per la corsa. Sprofondati nei nostri sedili cercando di non fiatare, di non farci notare, di farci dimenticare in fretta da una folla che, probabilmente, ci aveva appena augurato di raggiungere Miami a piedi (o in gran parte a nuoto, per ovvie ragioni). Non succederà mai più che arrivi in ritardo. Mai più entrerò per ultimo in un aereo. Cascasse il mondo… Ah sì? Sicuri? Beh… a parte le disavventure all’arrivo che riservo alla prossima puntata, non dimentichiamo che prima o poi ci sarebbe stato il volo di ritorno.

Ionnighitar


2 thoughts on “Madrid: andata

  1. Liz Rispondi

    Ahahahaha …rido ancora…ahahah…uno spasso.

    1. ionnighitar Rispondi

      Già, si fa presto a ridere… ancora che non stiamo girando per i corridoi e le porte d’imbarco. Un incubo! Ma ce n’è ancora :-).

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