Ma famm’o piacere

Mi sono messo a pensare a due argomenti che spesso mi forniscono lo spunto per riflessioni decisamente poco benevole. Uno è legato alle pubblicità, che in certi casi ritengo raggiungano una profondità da Fossa delle Marianne (profondità intesa come livello basso, certemente non profondità di pensiero). L’altro, alcuni modi di dire, frasi fatte, espressioni che diventano magicamente di moda, che vengono infilate a sproposito in qualsiasi discorso e che mi danno una misura della mancanza di fantasia e di originalità da parte di chi le usa, scrivendole o pronunciandole. Ma di queste scriverò un’altra volta.

Partiamo dalla prima. Premetto e confesso che sono andato a cercare su Google una qualsiasi classifica, aggregazione, elencazione, che mi aiutasse nell’individuare l’oggetto delle mie ossessioni. Non ho trovato niente di interessante, salvo vedere, o intuire più che altro, che la Littizzetto recentemente ha avuto la stessa idea e ne ha parlato nel programma di Fazio. Un po’ ci sono rimasto male, più che altro perché sentire che ho qualcosa in comune con la Littizzetto potrebbe anche farmi cadere in depressione e farmi perdere la poca stima che già ho di me stesso. Quindi tocco l’argomento al volo ma non approfondisco. Supposte EvaQ. Effervescenti!!! Già il prodotto in sé non scherza. Vedere una rappresentazione grafica (e ci mancherebbe pure che facessero un filmato vero) che ci illustra dove deve andare la supposta e come agisce sprigionando in loco una stimolante schiuma effervescente… Beh, una delicatezza notevole, soprattutto se trasmessa all’ora di cena. Fa il paio con questa quella delle signore che entrano in ascensore, felici perché liberate dall’incubo dei miasmi dovuti alle perdite urinarie, abilmente mascherati da non so quale pannolone. E che diamine. Complimenti vivissimi.

Per la verità non raggiunge a mio avviso la volgarità dell’altra, di alcuni anni fa, in cui tre o quattro garrule fanciulle, preso posto nello scompartimento del treno e infastidite dall’olezzo non propriamente esaltante che si sprigionava dalle prese d’aria e che evidentemente portava un misto di ozono, carbone, scarichi, insomma quell’eau de station che quasi dovunque ci dà l’idea del viaggio su rotaia, eliminavano sapientemente il problema stendendo sulla presa d’aria stessa un assorbente (immagino nuovo) a riprova del fatto che la sua capacità di smorzare qualsiasi spiacevole sensazione per le narici fosse ineguagliabile. Interessante e fine. Non ricordo se l’assorbente avesse le ali… forse no. Quelli dovrebbero essere riservati ai viaggi in aereo.

Insomma, si potrebbe, credo andare avanti ore e ore, scrivere centinaia di righe sull’argomento, ma non voglio rischiare di limitare lo spazio a quella che per me è una pubblicità addirittura inquietante: San Crispino. A prescindere dal vino in cartone… Ho provato anche quello, ma non credo possa mai essere ripugnante come la pubblicità che ci martella quotidianamente senza tregua.

«Nonno, nonno, c’è San Crispino!!!» Già il bimbo che si gasa alla vista del passaggio di un camion di vino mi preoccupa: se è così adesso, considerata la percentuale di adolescenti che come ridere finiscono in coma etilico, questo cosa farà arrivato a sedici anni? Si metterà a tendere imboscate all’autobotte di benzina avio sulle piste di Malpensa per farsi un goccetto di quello buono?

E poi… Il nonno. Eh sì ragazzi. Il nonno. Mi inquieta. Mi turba. Lo vedo e mi sento a disagio. Se nella mia pur scarsa immaginazione devo cercare di figurarmi che aspetto potrebbe avere un maniaco, magari uno di quelli così ripugnanti da preferire i teneri virgulti… beh, farei l’identikit del nonno, per la miseria. Il sorriso ambiguo, lo sguardo torbido, la coppola in nuance con la barba mal fatta… cosa potrei vedere in lui se non la personificazione dell’idea di pedofilo? Terribile.

I comprimari sono tristissimi, trovo. E si sono messi in cinquemila per tirare insieme sta schifezza… La contadina che recita «coltiviamo buona terra» e in compenso scuote il capino…. allora, la coltivate o no? E’ buona terra o fa schifo? Deciditi. Poi di sfuggita un altro villico che si toglie educatamente il cappello quando è inquadrato. L’unico educato, si vede che vuol rendere omaggio a chi ancora non ha cambiato canale. Poi c’è la raccoglitrice, quella che ha un fazzoletto color carta da zucchero sulla capoccia, ma che non so perché mi dà l’idea di avere un berretto frigio, quelli della rivoluzione francese. Dopo di lei inquadrati i contadinacci, gli uomini duri, quelli che dicono che la buona terra di cui sopra dà un vino buono. Occhio, non un ottimo vino… un vino buono, insomma di qualità accettabile, non scadente. Il che, essendo pubblicità, mi spinge a pensare che sia una schifezza.

E infine, di nuovo lui… Il mostro, l’inguardabile. Che, invidioso della sua collega, con un mezzo scuotimento del capo e con aria ancora più losca e inquietante recita: «un vino per tutti». Quindi anche per il bambino. Ecco perché gioiva al passaggio del furgone.

Sarei tentato, se fosse possibile, di proporre una joint-venture con i concorrenti del vino Ronco. Quelli con la moglie a tavola ad intrattenere gli ospiti mentre il marito, con una faccia da furbetto che sarebbe più da furbetto se avesse tentato l’espressione da imbecille, spilla nella caraffa il vino dal cartone da cinque litri facendo il rumore del tappo con il dito in bocca. E poi ancora l’altra, con suocero e genero che vanno estasiati a visitare la cantina con soffitto a volte e prendono felici un cartone dal portabottiglie. E il messaggio è: «Sta fermo lì…. te lo dò io il….. » Ossignore noooooo.

Solo adesso ho realizzato. Sto parlando sempre dello stesso vino. Ronco San Crispino. Col suocero cantiniere, il marito furbetto che fa il rumore di tappo ti stappo e la massa di deficienti guidati dal pedofilo, con il nipotino alcolizzato. Ma…. e se cambiassimo agenzia?

Ionnighitar


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