Londra sotto casa (2)

 

Ho riletto il post di ieri e, come prevedevo, l’ho trovato lacunoso, incompleto e fuorviante. Devo rimediare, anche se era già nei programmi una sua integrazione (vedi titolo).
Prima di tutto, per non essere colto dai rimorsi e dai sensi di colpa, ribadisco che sì, il Me.Me. è cosa curiosa, piacevole, inusuale, da visitare se se ne ha l’occasione, ma non vorrei si organizzassero charter apposta per andarlo a vedere, perché allora vi do qualche indirizzo un po’ più titolato e degno di nota.

Perché ho nominato Londra? Beh, perché con le dovute proporzioni – essendo quella una metropoli con tutti i crismi al confronto di Milano, che è e resta una nanometropoli – là ci sono realtà che il Me.Me. richiama e cui, credo, si sia ispirato. La differenza sta in primis nelle dimensioni, in secundis nel fatto che i mercati di Londra sono permanenti e non hanno vita limitata alla durata di un evento specifico, quale per esempio l’Expo. Così, al volo, mi viene in mente Borough Market, nel quartiere di Southwark, subito a sud del London Bridge, specificamente dedicato ai prodotti agroalimentari, caotico, colorato, confusionario e affascinante in ugual misura, costellato di stand e banchi che ti offrono la possibilità di assaggiare e gustare di tutto, da tutto il mondo. Tenendo conto anche del fatto che Londra è leggermente più cosmopolita di Milano e, siamo onesti, anche del fatto che la terra d’Albione non è ai primi posti nella produzione agroalimentare mondiale. Ma non dimentichiamo che il Me.Me. si dedica principalmente ai prodotti italiani a “filiera corta”. Infatti le aragoste del Maine le porta tutte le mattine un vecchio pescatore di nome Steve, che non fa nemmeno in tempo a cambiarsi d’abito nel breve tragitto tra la sua barca e porta Genova.

Un altro mercato che ho nominato e preso a termine di paragone, o meglio a muso ispiratore (si può dire musa al maschile? Non credo ma mi veniva comodo così) è la Boqueria di Barcellona. Fantastico. Da sogno. Paradiso per gli occhi e per le papille gustative. Credo. Come credo? Eh, sì, credo. Mica ci sono stato. Però ho visto un paio di trasmissioni davvero ben fatte alla tibbù, non ricordo né canale, né rete, né network, così potete andare a cercarli anche voi, che parlavano di mercati metropolitani. E poi ho letto un libercolo delizioso che consiglio vivamente a tutti (occhio, trattasi di diario di viaggio misto a guida gastronomica, non di un romanzo), scritto da Marco Malvaldi, che ha un modo di raccontare che adoro. Ti fa sentire lì, ti accompagna, ti racconta, sembra quasi che aspetti che tu gli risponda. E parla della Boqueria… oh, se ne parla!!! Il libro si chiama “La famiglia Tortilla”.

Anche lì, un misto di banchi del pesce, delle carni, delle verdure (sembrano quadri dipinti da artisti con un senso davvero straordinario del colore e della forma), accostati a quello che ha come unica specialità la tortilla con patatas o i cartoccetti di pesciolini fritti o altre cose che preferisco evitare di elencare perché sento già lo stomaco che gorgoglia. Confesso che mi piacerebbe visitarlo. Ma anche saperne quel poco, anche aver visto immagini e filmati o averne letti i segreti già mi fa star meglio.

Attenzione, non è che con tutti questi pistolotti voglia inneggiare alla superiorità britannica o all’epicureismo iberico. Rendo onore al merito, ma non dimentichiamoci che ormai sono anche un profondo conoscitore di Bologna (visitata troppo raramente, mannaggia). E a Bologna, cara la mia bella gente, ci sono da tempo realtà simili a questa meneghina, più grandi, collaudate e definitive. Ex mercati ortofrutticoli, capannoni dismessi, riattati e sistemati in maniera magistrale per accogliere decinaia di negozi di frutta e verdura, salumai (a Bologna non era nemmeno il caso di dirlo), pastai (come sopra)… E insieme a questi, ancora una volta, deliziosi angolini, piccoli e piccolissimi esercizi dove gustare di tutto, per la gioia del palato. Liquidi compresi, occasionalmente anche di una certa gradazione alcoolica, mai esagerata. Non è riferito all’acqua, né alle bevande delle multinazionali.

Ecco, quindi. Tornando a bomba, al Me. Me. (non chiamatelo così eh. E’ una mia abbreviazione ma il suo nome è da pronunciarsi per esteso)  se ieri ho parlato dell’area “open air”, giusto per usare un’espressione tanto esterofila quanto cretina, Vediamo cosa c’è all’interno dei vecchi magazzini delle F.S.

All’esterno è stata montata una pedana/passerella in legno con tavoli sedie e panche per chi, una volta ottenuto l’oggetto del proprio desiderio dietro chiamata a numero, vuole gustarselo seduto all’aria aperta. Questo credo sia stato piacevolissimo fino al mese di settembre. Oggi come oggi temo che le congestioni siano lì, in agguato dietro ogni vaso di fiori. All’interno, nella parte sinistra sono in vendita prodotti di pastifici tanto sconosciuti quanto raffinatamente ricercati, vini, bevande e acque minerali di ogni provenienza (anche svedese, si diceva), che mi hanno fatto pensare quanto sia alla portata di tutti una bottiglia con le bollicine che costa magari quei sei, sette euro al litro. Sempreché sia un litro. Mah…

E poi ancora marmellate, miele, birre artigianali, sughi, salse, conserve, farine di ogni genere e nunero (si dice così, anche se con le farine non c’entra un accidente). Attraenti. Stuzzicanti. Però, secondo me… cari. Nonostante non ci sia, o almeno credo, lo zampino di Oscar Farinetti e della sua Eataly. Forse.

La parte preponderante dello spazio è invece occupata da una fila di negozi/stand/banchi, che offrono davvero di tutto. Difficile elencare questo tutto. Cosa mi ricordo? Pani e pizze che hanno il solo limite imposto dalla ristrettezza della fantasia umana, piadine, carni e salumi in tutte le salse, di tutti i generi, pesci, cotti, crudi, interi, tritati, verdure e frutta… cosa dimentico? I dolci? Probabile. Non me ne accorgo mai quando ci sono. E vini. Alla spina. Dalla bottiglia. Da bottiglie di grandi vini, anche. Un po’ troppo tecnologico, per i miei gusti, ma andava ricordato.

Lì fai la tua bella coda, prendi il tuo numerino, aspetti che ti chiamino e poi consumi. O almeno credo. Io, come detto, mi sono innamorato di un arrosto di maiale alla birra scura che mi ha anche ispirato per un prossimo esperimento culinario, ma era troppo presto e poi qualcuno voleva offrirci il famoso hamburgher newyorkese nel famoso locale tipico dove già un paio d’anni fa avevo mangiato il migliore hamb della mia vita. Ecco. Ne approfitto per buttare lì una considerazione. Quando andata da qualche parte che vi piace da morire o gustate qualcosa che vi manda in estasi pensateci bene prima di tornare. Non è matematico che l’esperienza si ripeta. E in tal caso ve ne resterà un ricordo negativo. Capace anche di cancellare il precedente. Ed è un guaio. Se volete l’indirizzo, da evitare, scrivetemi.

IonnighitarMeMe5

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