Londra sotto casa (1)

Va bene, va bene, nel titolo c’è quel pizzico di fantasia e di esagerazione che servono a colorare la scena, ma… insomma, almeno un po’ il concetto regge. Avrei potuto, senza scomodare Londra, usare un parallelo con la Boqueria di Barcellona, ma anche qui mi sa che ci sarebbe un filo di forzatura o, per stare un po’ più con i piedi per terra e parlare di cose che conosco e che ho toccato con mano, piede e stomaco, cercare un gemellaggio con analoghe curiosità bolognesi, ma tant’è. Conta il concetto. Ah, già, dite che forse è meglio che spieghi meglio? Va bene, partiamo.

Si impone una premessa, probabilmente conosciuta ai lettori milanesi, di sicuro ai più giovani o ai più “modaioli”, un po’ meno a quelli che viaggiano oltre i… va be’ c’è bisogno di essere così fiscali? Sono naturalmente avvantaggiati nel sapere di queste cose tutti coloro che hanno figli dal teenagerismo in su, avvezzi a perlustrare le curiosità e le novità milanesi, soprattutto notturne, ma non necessariamente. A Milano, dunque, e più precisamente negli ex-magazzini della stazione FS di Porta Genova, che fino a poco tempo fa ospitava, solo nell’area esterna, la storica e ormai nomade Fiera di Senigallia è stato allestito, per il periodo dell’Expo, quello che è stato battezzato Mercato Metropolitano.

E che cos’è? E’ uno spazio, decisamente abbondante, in cui trovano posto banchi di vendita di prodotti ortofrutticoli, panifici, alimentari di vario genere, tendenzialmente accomunati dal concetto di “cibo a chilometro zero” e da quello, più in linea con una filosofia che personalmente trovo piuttosto ipocrita e che costituisce la bandiera di Expo, del cibo alla portata di tutti. Non di pochi privilegiati, insomma. Su questo preferirei sorvolare, perché faccio fatica nonostante tutto a trovare un punto di incontro tra questa teoria e lo sfarzo, oltre che lo sforzo, distribuito a piene mani da multinazionali, studi di archistar e amministrazioni pubbliche danarose nell’allestire lo spazio di questa manifestazione arrivata ormai quasi al traguardo. Sono opinioni assolutamente personali, se volete anche dettate da una discreta dose di faciloneria o magari di ristrettezza di vedute, ma sono e restano le mie opinioni.

Quanto al Mercato Metropolitano, per aprire e chiudere in un lampo le mie perplessità, mi sono semplicemente chiesto se i banco che offre sandwich all’aragosta del Maine o i prezzi di parecchi prodotti che ho controllato per curiosità si sposino con i due punti chiave: i chilometri zero (non sapevo che il Maine sorgesse sulla sponda sinistra del Naviglio Grande) e il cibo alla portata di tutti. Avrei voluto trovare una sciura Maria di ritorno dalla posta con il cartoccetto della pensione e chiederle se preferiva orientarsi sui vini tipici o sullke acque minerali svedesi a un prezzo paragonabile a quello di una buona birra artigianale (peraltro cara come il fuoco, ma si sa… le mode hanno un prezzo). A proposito, probabile che la Svezia si trovi di fronte al Maine, sempre lungo il Naviglio.

Nel Me.Me. (consentitemi l’abbreviazione), che peraltro mi è piaciuto a dispetto della mattina della domenica, notoriamente deprimente soprattutto se uggiosa -nonostante il fatto che all’aperto fossero aperti (ripetizione che ha una sua giustificazione) solo pochissimi “banchi”, nonostante io abbia potuto vedere, credo, un quarto o ancora meno di quello che ci sarebbe stato da vedere, ma sono sempre in tempo a rifarmi – Ci sono parecchie cose curiosa, carine e interessanti.

Nello spazio aperto, utilizzando cassette della frutta di riciclo, pallet, sacchi, materiali di recupero (o finto recupero), sono state realizzate coltivazioni di piante da frutto e da orto che consentono al cittadino medio milanese, sia esso giovane o solo ignorante, di capire almeno a grandi linee la differenza tra una piantina di fragole, una di finocchi e una di cavolo cappuccio. Tutta cultura (o coltura?). Se non altro, anche se non dovrebbe essere quello lo scopo principe, si è ottenuto così un arredo esterno piacevole, che richiama decisamente alla terra e alla natura e che ti fa quasi dimenticare che ti trovi nella sedicente metropoli lombarda.

Con assi da ponteggio sapientemente combinate e assemblate sono stati ricavati i tavoli che costituiscono l’arredo di ristoranti all’aperto, che servono rigorosamente street food, cioè golosità che puoi mangiarti anche passeggiando. Altre soluzioni carine i tavoli bassi, alla giapponese, costituiti da due o tre pallet sovrapposti e i cuscini, ricavati da sacchi di iuta artificiale riempiti in modo da fungere da cuscinoni.

Diverse le proposte che ho scorto, pur nella limitatezza imposta dallo scarso numero di “esercizi” aperti. Carina la roulotte che offriva non ricordo più che cosa (interessante, no?), piacevoli camioncini o piccoli furgoni con cibi di ogni genere provenienti da ogni dove (a proposito dei suddetti chilometri zero, non fa una grinza). Siccome io, come chi mi conosce sa perfettamente, non sono per niente goloso (chiariamo, i dolci per me potrebbero anche sparire, ma sul serio. Il resto nemmeno per idea), mi sono innamorato di un chiosco tirolese (anche il Tirolo è adiacente al Maine) che proponeva arrosto di maiale marinato per due ore nella birra scura e aromi e poi cotto al fuoco di legna. Insieme a stinchi, costine e altre irresistibili delizie. Più in basso la foto che immortala l’oggetto del mio innamoramento. Non ho ceduto alla tentazione. Ma alle rimostranze di chi aveva già in mente di portarmi a gustare un hamburger newyorchese lungo il Naviglio. Parlerò anche di questo nella prossima puntata.

Non lo sapevo, ma ho letto che a fine giornata tutti i prodotti rimasti invenduti al Me.Me. vengono raccolti dal Banco Alimentare per donarli alle 240 strutture assistenziali milanesi che si occupano di quasi 54.000 persone in città. E questa, obiettivamente, è una gran bella cosa. Qui sì, niente da eccepire sul fatto che il cibo diventa un diritto di tutti, specie quando l’alternativa sarebbe la discarica.

Come al solito, partito con un obiettivo mi perdo lungo il percorso. Credevo di poter raccontare tutto. Sono sì e no a metà. C’è di buono che da qui alla stesura del secondo tempo sono quasi sicuro che la mia memoria perderà una buona fetta di impressioni, quindi non dovrò dilungarmi più di tanto. Se non altro dovrò spiegare cosa c’entri Londra e tutto quello che ho ficcato nel pistolotto iniziale.

Se vi capita, comunque, andate a dare un’occhiata. Anche perché non mi è ben chiaro se il tutto verrà smantellato a fine mese, come succederà quasi certamente ai padiglioni di Expo. Alla faccia della lotta agli sprechi. Ça va sans dire.

Ionnighitar

E' che in casa non ho spazio... altrimenti l'avrei portato via!
E’ che in casa non ho spazio… altrimenti l’avrei portato via!

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