Lo scherzo…da (al) prete

Ho già accennato a questo argomento, ma l’ho lasciato in sospeso e ci ho perso le notti immaginando che le turbe dei miei lettori si stessero strappando i capelli nell’attesa spasmodica di leggere la vera sostanza dell’anticipato… scherzo al prete. Siccome ho già abbastanza motivo per dormire male e poco, vedo di togliermi questo cruccio se non altro per essere più tranquillo.

Correva l’anno. Quale non me lo ricordo, ma correva. Come tutti gli anni. Quelli che invece di correre sembra non passino mai sono gli anni di… insomma quelli non particolarmente fortunati. Un esempio? Va bene che parlo per me, ma mettendo insieme un po’ di impressioni, dati di fatto, accadimenti, avvenimenti più o meno felici (il piatto dalla parte dei non felici pesa maledettamente di più), direi che questo, il 2012, anno bisesto e anno funesto, si possa classificare con una certa sicurezza tra i suddetti anni di m… (che non è anni di Maria, o di misericordia, o di millantato credito).

Insomma, correva l’anno. Estate, o meglio verso la fine dell’estate, quando il soggiorno nel triangolo V./S./C. (tre ridenti perle della Valceresio) in fondo era più piacevole. Salvo che non fosse reso impraticabile per pioggia (cioè praticamente sempre), il settembre era il mese con la più massiccia presenza di villeggianti (noi) e con le compagnie che si gonfiavano e si arricchivano, a volte anche con la presenza di amici di amici, o amiche di amiche (che sarebbe stato molto meglio). Anzi, a dirla tutta, qualche volta c’è anche stata qualche amica di amica che valeva la pena passasse qualche giorno tra noi portando freschezza, beltade e fascino. peccato che noi maschietti fossimo stati reclutati in un istituto speciale per imbranati cronici, per non dire di peggio (deficienti).

Vabbè. Sta di fatto che il settembre, e credo fosse settembre, era anche ispiratore di idee un po’ più frizzanti di quelle che durante l’estate canonica ci portavano a fare giri in moto (brevi), a pescare in un laghetto di sette metri quadri, a passare i pomeriggi a sentire i dischi o sfumacchiare (parlo di sigarette al tabacco 100%, non so manco cosa significhi spinello). O meglio, lo so ma anche se qualcuno non ci crede sono pronto a giurare che non mi è mai nemmeno passato per la testa di provare. Anche perché i casi sono due: o sono scemo io e non mi accorgevo di certe opportunità, oppure le opportunità non esistevano proprio (propendo per la seconda).

Vengo al punto. Decidiamo di movimentare un po’ la popolazione. Ideiamo e prepariamo in bozza un volantino che promuove un pomeriggio di grande musica più o meno popolare in pizzo al colle Sant’Elia. E nel cast inseriamo nomi credibilissimi, del calibro dei Mesoni Pigreco o il coro dell’A.G.I.F. di Cuneo (chi ci arriva, bene, chi non coglie forse è meglio non abbia colto). Insomma, anche se non ricordo gli altri complessi gruppi e bande sbandierate, una cosa la posso dare per certa: solo un decerebrato totale poteva credere alla panzana. Il popolo di V. ed uniti, compresi quelli dei paesi limitrofi e anche un po’ meno limitrofi ci ha creduto in massa. Al punto che…

La domenica, ore quattordicizerozero una turba di pellegrini assaltava le pendici del Sant’Elia da ogni versante. Chi si era mosso per tempo era riuscito ad arrivare fin quasi in cima in auto o in moto. Ma molti avevano dovuto salire a piedi. Per esempio quei pazzi furiosi che salivano da B. o addirittura dalle sponde del lago. Il Ceresio, per gli esterofili il Lago di Lugano. Insomma, un assalto senza controllo e senza regole e un’invasione dei prati in cima al colle da non credere. Woodstock? Roba da poppanti.

Per alimentare il senso di attesa e l’aspettativa dell’evento, uno della compagnia, Antonio, con una faccia di bronzo che solo lui poteva avere, faceva la spola su e giù annunciando che sapeva di un guasto al pullmino, di una gomma forata, di un ritardo che però era destinato a finire, portando musica e gioia alle popolazioni convenute. Arrivano, arrivano, li hanno visti a pochi chilometri… I suddetti convenuti, verso le diciottozerozero, hanno capito di essere stati presi bellamente per i fondelli.

Chi non l’ha presa bene per niente è stato il sciur prevost (il parroco), in qualità di proprietario, lui o la curia, dei terreni calpestati e devastati dai barbari musicofili e gozzoviglianti. Ma l’ha presa male al punto che è andato dritto filato dai Carabbineri a denunciare ignoti. Ignoti…. Capirai, fossimo stati a Los Angeles o a New York. Ma ignoti a V….., eddai…

Si aggiunga che avevamo agito per certi versi in maniera davvero molto astuta. Fatti stampare i volantini in una tipografia di Varese, a nessuno era passato per la testa di tagliare la scritta “stampato da…”. Una fesseria. In più, già che c’eravamo, chi si era incaricato di andare a ordinare e ritirare i volantini insieme ad Antonio era l’amico Pino, gran testone rapato a zero (allora era una rarità), in sella ad una moto che per quei tempi era di grossa cilindrata, rossa fiammante, con due marmitte che quando la metteva in moto a Varese lo sentivano fino a Pomigliano d’Arco. Irriconoscibile, in effetti.

Ora, ingiustamente a volte si dice che i Carabbineri non sono sveltissimi nel dipanare vicende intricate. In quel caso mancava solo che il nostro emissario lasciasse la propria carta d’identità sul luogo del misfatto.

Tempo tre giorni i militi avevano già pizzicato Pino e il suo bolide rombante, il passeggero Antonio e… probabilmente li hanno torchiati al punto che sono crollati ed hanno vuotato il sacco. I Carabbineri sono arrivati anche a casa nostra, a C. Mi chiedo ancora oggi il perché cercassero la mia cugina Giulia e non me. Qualcuno aveva ceduto ma non mi aveva tradito. E così non aveva scoperto altri della masnada. Confesso che allora la cosa mi ha fatto molto ma molto piacere. però, a posteriori, cavolo, vuoi mettere essere considerato una delle menti del fatto criminoso? Ho perso un’occasione per guadagnarmi una fama da “duro”.

Alla fine, comunque, il tutto si è risolto con una solenne lavata di testa (anche a Pino che non ne aveva bisogno, vista la pelata), ma che è servita per toglierci in via definitiva il desiderio e il piacere di organizzare scemenze. O forse… forse un po’ per volta siamo cresciuti e abbiamo cominciato a pensare a cose meno goliardiche e più… più… Insomma, ad un certo punto le compagnie credo si stemperino per cause naturali. Lasciando il posto alle coppie. Che dopo un po’ si ritrovano a rimettere in piedi compagnie. Ci sarà una logica in tutto questo?

Ionnighitar


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