L’importante è crederci

conto alla rovesciaIn questo preciso istante mancano… setteore e cinquantatreminuti prima di poter archiviare in via definitiva un anno che, sperando non si vendichi sul filo di lana per i commenti impietosi, oserei definire non solo bisesto e funesto, ma orrendamente schifoso, duro, maledettamente ostile e degno della più assoluta e irrimediabile cancellazione dalle cellette della memoria (parlo per me).

Eh sì, caro il mio bel (è un modo di dire) duemiladodici. Se posso, e posso oltreché VOGLIO, ti comunico ufficialmente che come anno sei stato davvero un vero e proprio stronzo (deroga all’aplomb consentita al poeta sul finire d’anno). Per carità, non che per tutti e tutto sia stato negativo, ci mancherebbe. Per esempio cito il solo fatto che sia venuto alla luce IonniIunior e che già questa cosa da sola dovrebbe allietare i cuori (li allieta, in effetti, ma non riesce comunque a far scordare il resto). Sono certo che in quest’anno c’è chi ha coronato il proprio sogno d’amore. Chi, magari, ci ha aggiunto un carico da novanta andando incontro a un lieto evento, tipo quello di Ema, per intenderci, ma che darà i suoi effetti nel duemilatredici. Di certo qualcuno ricorderà con gioia e commozione quest’anno che sta per salire sul treno dell’oblìo. Io no. L’oblierò di certo, spero tra circa otto ore, o comunque mi butterò a capofitto, come già un pochino sto facendo, nella speranza, nel sogno, nella preghiera silenziosa che qualcosa cambi radicalmente. Ma tanto radicalmente da riportarmi magari alla situazione di qualche annetto fa. Non parlo di anagrafe. Il tempo non lo ferma nessuno né mi sognerei mai di chiederlo. Ma il resto sì.

Vediamo… parlando di eventi cosiddetti pubblici non c’è granché di bello da ricordare. Mi vengono in mente la Costa Concordia e quel mezzo marinaio (gioco di parole per addetti ai lavori) che nonostante gli accorati inviti a farlo non è mai risalito a bordo. Complimenti. Un eroe. E anche un po’ cretino, mi pare.

Passiamo ai due marò trattenuti in India, che qualche idiota ha già detto che torneranno in India? Volete farmi arrabbiare di brutto? Se tornano, credo di averlo già detto, chiedo la nazionalità rumena (o ticinese, dato che già vado a nozze con la lingua). Vogliamo (io no, ma sono buono e tollero) parlare di Mr. Monti e della sua banda, che non è della Magliana ma di magliari? O del vilipendibile che quando andrà in pensione farà un regalo al mondo intero e a me in particolare? Vogliamo parlare del caos più caoticamente caotico in cui quelle brave persone dei politicotecnici associati ci hanno portato senza ancora averci fatto vedere dov’è il fondo? Già, perché sono più che convinto che non ci sia limite al peggio e che ancora non l’abbiamo intravisto. la verità? Non ne ho voglia di parlare di queste vicende, che mi hanno nauseato e continuano a farlo. Tanto, di fronte a tutto ciò, che ci piaccia o meno, siamo tutti, indistintamente, impotenti. Ho detto tutti, quindi non fate tanto gli spiritosi/e.

Nell’anno dei signore (distratto e un po’ dispettoso) domiladudes persone che mi sono vicine, in modi diversi, hanno sofferto la perdita di persone molto care. Non credo sia il caso di fare elenchi. Di qualcuno ho parlato a suo tempo, di altri ho preferito tacere, per rispetto, per pudore, per affetto. Perché spesso i silenzi sanno esprimere più di un pensiero scritto o di una frase pronunciata, seppure col cuore. Alcune di queste persone, che più mi erano vicine, hanno lasciato un vuoto anche in me. Le ricordo. Rivolgo loro un pensiero speciale, perché so che comunque ci sono. E loro sanno che questo mio pensiero li sta cercando tra una meteora e una stella, che sia cadente o meno.

Poi, che dire? Quella che per me è stata forse la prova più dura è stata l’abbandono di un lavoro che, pur dimagrito in modo sensibilissimo, era sempre e comunque qualcosa che mi consentiva di dare sfogo alla creatività. O al veder nascere dal nulla qualcosa in cui il mio impegno e la pratica acquisita lasciavano una traccia, una specie di firma. Finito. Kaputt. Finished. Fini. Forever? E chi può dirlo? Vorrei poter dire di no. Vorrei permettermi di lasciar correre ancora una volta la mia mente dietro un sogno, ma la vera verità è che mi fa paura. Mi fa paura l’idea di dare una terribile dentata contro il muro delle disillusioni e del nulla. E sì che ho ripetuto fino alla nausea, anche in questo blog, che la mia filosofia è «L’ultima scelta da fare è quella che si basa sulla razionalità, sulla logica, su quella che pare essere la strada più ovvia.» A me questo tipo di scelte ha sempre portato una iella infinita, con contorno abbondante di rimpianti e pentimenti. Infatti è una strada che continuo, coerentemente, a percorrere. Però, di pari passo, continuo con altrettanta coerenza a dire e a dirmi che il non poter fare qualcosa che abbia una parvenza di creatività alla fine avrà per me lo stesso effetto che ha la CocaCola su un chiodo immerso nel bicchiere. lo sapete, credo, che alla fine si corrode al punto da non lasciare il benché minimo residuo, no? E poi Vasco Rossi cantava «Bevi la CocaCola che ti fa bene, bevi la CocaCola che ti fa digerire…» E te credo, chiamalo digerire. Anche l’acido muriatico ti toglie quel peso dallo stomaco che ti tiene sveglio. Converrà farsene un goccetto?

Dai, basta. Ho ecceduto, as usual. Come sarà il dumilatredisci? Meglio? Credo ci voglia poco, obiettivamente, ma come detto, al peggio non c’è mai limite, quindi non si può mai dire. Però si può sperare. Il che è ancora una volta sbagliato, mannaggiaccia. C’è un proverbio che dice «Chi vive sperando… ecc ecc.» Oddio, c’è anche «La speranza è l’ultima a morire». Ma per una volta, una sola, almeno questa, almeno oggi, alla faccia di quest’anno bisesto, non voglio dire «ci spero», ma «ci credo». Se no che senso avrebbe aver messo là in cima quel titolo?

Ci credo per me, per tutte le persone cui voglio bene, quelle che mi sono vicinissime e non passano mai dal blog e per quelle che non vedo mai o quasi mai (alcune mai, proprio mai) ma che passano di qui e che, come è lapalissiano, ogni volta mi rivolgono il loro pensiero. Vi abbraccio o, se preferite vi dò una pacca amichevole sulle spalle. E vi faccio un sacco di auguri. Serviranno? Crediamoci. Grazie. Ci vediamo tra un anno (originale questa, no?).

Ionnighitar


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