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Credo di avere uno strano rapporto con i libri.

Tendenzialmente, adoro leggere. Non ho cominciato prestissimo, ma so che ho cominciato leggendo libri che mi facessero ridere o per lo meno mi tenessero allegro. E questa tendenza, salvo per il caso dei thriller, polizieschi, romanzi storici e poco altro, è una cosa che mi è rimasta attaccata. Parecchio tempo fa avevo anche l’abitudine, non so se pessima o meno, di leggere parecchie volte (non di fila) i libri che più mi avevano soddisfatto. Non dico di conoscere a memoria la serie completa di Don Camillo, ma ci manca poco. Lo stesso vale per i gialli/comici, molto leggeri per carità, di Carlo Manzoni. Protagonista Chico Pipa, con il socio Gregorio Scarta (un cane poliziotto amante del bourbon, come il socio umano). Qualche titolo? Un calcio di rigor sul tuo bel muso, Io, quella, la faccio a fette, oppure Un colpo in testa e sei più bella Angelo. Evito di ricordare i nomi di alcuni tra i personaggi. Si è capito che siamo al limite della comicità demenziale. E a me piace.

Altra cosa che adoro, ma che ho scoperto molto più tardi, è la scrittura scioltissima, piena zeppa di giochi di parole, di doppi sensi (in senso buono), di ricami costruiti ad arte arrampicandosi intorno a vicende e personaggi che, ancora una volta, stanno a metà tra il grottesco, la follia, la caricatura… insomma difficile spiegare. Basta andarsi a leggere qualcosa di Andrea G. Pinketts (G sta per Genio) per farsi un’idea. Il che non significa che piaccia facilmente. Anzi. Si tratta di humor nero, o noir vestito di umorismo, che a chi con l’umorismo si trova stretto difficilmente può piacere.

C’è stato il periodo di Wilbur Smith, appassionante agli inizi, tremendamente scostante quando ho deciso di abbandonarlo. Non so se sia io ad aver modificato i miei gusti o lui ad aver trasformato ogni suo romanzo in una specie di vetrina pubblicitaria di beni di lusso, orologi, automobili, abiti, whisky… Non fa per me, grazie. Ho frequentato (si  fa per dire) numerosi scrittori di thriller enormemente distanti tra loro, vedi Cornwell, Ian Rankin (validissimo), Michael Connelly, Jeffery Deaver (adorato). Ho gustato come pochi altri quasi tutti i romanzi di Ken Follet, in testa a tutti I pilastri della terra e Mondo senza fine. Insomma, più ne scrivo più me ne vengono in mente. E più ne scriverei. provvederò, prima o poi.

Non posso però non nominare James Michener, che mi ha incantato con La baia, L’alleanza, Colorado, Texas… E’ leggendo Michener, tanto per dire come non mi faccio influenzare, che ho scoperto l’esistenza di quello che per me è il miglior tè esistente sul mercato. E che da allora consumo regolarmente, avendo declassato qualsiasi altro al rango di brodaglia.

Ecco qual è il problema: mi immedesimo. Come tanti, forse tutti, detesto arrivare alla fine di un libro che mi è piaciuto. Come tanti, se leggo che qualche personaggio cui mi affeziono soffre o subisce torti e ingiustizie mi arrabbio a morte con l’autore. Ci sono situazioni che sono normalissime e quasi di routine in alcuni romanzi, situazioni famigliari o di rapporti di coppia che riescono a provocarmi un’ansia e una voglia di abbandonare che solo il mio rifiuto di arrendermi salvo casi estremi riesce a contrastare. Non parliamo poi del caso limite… quello in cui vorrei avere qui lo scrittore per sottoporlo ad ogni sevizia. Succede quando sono costretto appunto, nonostante sforzi disumani, ad abbandonare un libro perché illeggibile. Lo odio profondamente. La considero una sconfitta, una resa alle forze subdole del male che mi riempiono di rabbia. Un esempio? Faccio un nome, Alessandro Piperno. Provare per credere.

Questo, ho notato, mi succede soprattutto quando ci casco come un pollo e decido di leggere un titolo che va per la maggiore, che ha ottenuto grande successo, che mi è stato consigliato magari da qualcuno che “lui sì che se ne intende”. Mi è andata bene una volta su cinque, se vogliamo essere ottimisti. Però, per assumermi tutte le mie colpe e le mie responsabilità, ci metto del mio anche nel dimenticare dopo tre secondi titolo e autore che qualcuno a volte mi consiglia. Non lo faccio volutamente, è che proprio non mi rimane attaccato. Così non saprò mai se mi è andata bene o se mi sono perso qualcosa di interessante.

Infine, la mia sindrome particolarissima. Che vale anche per i CD musicali. Entro in un negozio, scaffali stracolmi, pile di volumi in lancio, ordinamento per autore, per genere, per editore… Magari sono entrato con un’idea ben precisa. Addirittura con un titolo in testa. C’è un buon 50% di probabilità che, una volta davanti agli scaffali, il cervello mi venga resettato all’istante. Un colpo di spugna, cancellazione dei dati… Il nulla. Le volte che sono entrato e uscito senza niente, o nel migliore dei casi con qualcosa che non era quello che cercavo non si contano. Possibile che succeda solo a me? Ecco perché sono stato strafelice quando mio fratello, dovendo traslocare, mi ha invitato a pescare a piene mani da un pavimento tappezzato di libri. Un eldorado di carta. Peccato essersi limitati a tre scatoloni… Mai accontentarsi, quando ti viene data una possibilità.

Ionnighitar


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