Letti per di…letto

Scusate la polvere. Ho dovuto abbattere il muro di ragnatele e stalattiti che ostruiva la porta del blog. Non sembra, ma mesi di assenza fanno danni e non ho nemmeno mandato un’impresa di pulizie a preparare il terreno per un rientro in grande stile. Primo, perché non volevo buttare preziose risorse finanziarie dalla finestra, secondo, perché se devo dire che sono certo di riprendere a frequentare questa scrivania come nei primi tempi mi arrestano per mendacio palese e consapevole. Comunque. Dice «Blogger disperso tra le cinque del pomeriggio, le tre cime di Lavaredo, i quattro cantoni (scvizeri), i quattro più quattro di Nora Orlandi… insomma, disperso nelle nebbie e nel nulla». Mica vero. Non mi sono perso, ma non state a divulgare la notizia, che un po’ di mistero non fa mai male. Aggiunge quel tanto di fascino e di intrigante curiosità sul perché delle sparizioni che fa tanto “vip”. Avevo voglia di scribacchiare un po’, tutto qui. Ecco il perché della resurrezione improvvisa e imprevista. Ma parlare de che? Beh, stavolta potrei approfittare del fatto che mi sono buttato anima e corpo nella lettura, complice il mio a suo tempo citato “e-book reader”, o Kobo, per non fare pubblicità, e sproloquiare di quanto ho divorato in questi mesi premettendo, come è giusto fare, che tutti i gusti son gusti. Tiè.

Diciamo che ho confermato quella che sapevo essere una mia predilezione per i polizieschi, thriller, gialli, a volte noir, pur non disdegnando altri generi (mi sono riletto tre o quattro Piero Chiara di antica memoria, una sfilza di Andrea Vitali, qualche raccolta di scritti di Fruttero e Lucentini). In questa categoria, per i primi due soprattutto, quello che mi affascina sono le atmosfere tutte particolari che creano, uno maestro l’altro in un certo senso emulo, e che mi fanno sentire immerso in quella realtà affascinante, un po’ torbida a volte, piena di sfumature a metà tra il grottesco e il comico che caratterizza i loro racconti ambientati in riva al lago, anche se non si tratta del medesimo lago. Ma va bene lo stesso, dato che conosco bene l’uno e l’altro.

Ho letto anche un libro di Andrea G. Pinketts, maestro indiscusso di una specie di noir particolare, semidemenziale, ambientato a Milano (fa schifo, ma in fondo è sempre casa, dolce casa). A. Genio Pinketts (già, perché la G sta per Genio), ha dalla sua una cosa che mi strega: l’abilità indiscussa di giocare con le parole, i doppi sensi, i paradossi… Mi piace assai assai. Ma penso di dover ammettere che è un genere moooolto particolare, che forse non trova così facilmente seguito o ammiratori, facile com’è ad essere tacciato di pura e semplice astrazione umoristica fine a se stessa. Vabbè, tanto lo leggo io, mica lo impongo a qualcuno.

A pensarci adesso, mi tornano in mente a poco a poco i titoli che ho macinato e che, senza una buona scrematura, mi costringerebbero a scrivere per ore. E non sono più abituato, ho già le formiche ai polpastrelli e nodi e grovigli al filo logico del discorso. Perciò mi sa che si impone una specie di filtro. Che mi fa tralasciare, per ora, i romanzi ambientati nel medioevo, il mai abbastanza presente Camilleri, un piacevole giallo ambientato sulle piste di Champoluc, scritto da un autore alla sua opera prima ma comunque gradevolissimo o cose più impegnative e meno “frivole” come le profonde riflessioni sul domani di una grande, grandissima penna che in passato ho sempre ignorato: Oriana Fallaci.

Invece voglio mettere, nero su bianco, tre differenti impressioni su altrettanti filoni, o autori se si preferisce. Comincio da Ian Rankin, che già conoscevo, e che narra di un personaggio-chiave, l’ispettore John Rebus della polizia scozzese. Infallibile segugio, allergico alle convenzioni, scorbutico, con un piede nell’alcoolismo e uno nel tabagismo, uomo pieno di angosce, di dubbi, ossessioni, rimorsi e sensi di colpa tardivi per un comportamento che spesso potrebbe essere censurabile (ed è abbondantemente censurato). Ma anche una specie di super-eroe che con intuizioni geniali e con la determinazione di un mastino non si capisce bene se combatta con più ardore e successo il crimine o le regole dettate dai suoi superiori. Lo so che è una figura già vista, il ribelle che corre preferibilmente da solo, che copre gli amici anche a costo di imbrogliare le carte ma che, alla fine, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo, più o meno lecito o convenzionale, riesce ad incastrare chi deve essere incastrato.

Un po’ come il commissario Soneri, altro nuovo eroe scoperto per caso, magistralmente tratteggiato e fatto vivere da Valerio Varesi, che non ha di scozzese nemmeno un plaid, ma che riesce a farti sentire immerso in un’atmosfera nebbiosa, un po’ malinconica e umida tra Parma e un pezzo di Valle Padana. Un’ottima lettura, avvincente, con un giusto mix di suspence, di profonda umanità e con la solita, immancabile, sfumatura di ribellione alle convenzioni.

A grandi linee, ma molto a grandi linee, si potrebbe dire lo stesso dei romanzi di Hanz Tuzzi (italiano a dispetto del nome, finto teutonico) ambientati principalmente a Milano intorno agli anni 80 e incentrati sulla figura del Vicequestore Norberto Melis. Beh, se vogliamo guardar bene,  forse la caratterizzazione di questi protagonisti è discretamente stereotipata. Quanto si allontana dai tratti di Salvo Montalbano? Gli ingredienti sono un po’ sempre quelli. E allora, come è inevitabile che sia, la differenza sta nel manico. Nel contorno, nella cornice. Nella scelta della forma adottata per stabilire un rapporto con il lettore. Ecco, non posso dire che mi siano dispiaciuti i libri di Tuzzi, ma non li metterei di sicuro in cima alle classifiche. Trovo che con troppa frequenza, su una base di narrazione scorrevole, spigliata, a tratti molto più cruda e forse realisticamente grezza nei dialoghi rispetto agli altri autori che ho citato, ci sia un indulgere all’autocompiacimento. Trovo abbastanza sgradevole, direi fastidioso, che Tuzzi non perda occasione per dare sfoggio di una cultura vastissima, enciclopedica, che spazia dalla storia, all’arte, alla letteratura, e non soltanto mettendo in bocca ai suoi personaggi citazioni che non sono obiettivamente all’ordine del giorno, ma anche e soprattutto indulgendo in modo palese al voler fare “letteratura” in modo un po’ gigionesco. Cosa che, non so se per ironia o per palese contraddizione, sembra voler criticare quando uno dei suoi personaggi riflette sulla possibilità di scrivere romanzi polizieschi. No, a pensarci bene, Tuzzi non rientra né rientrerà nella mia top ten.

Ecco, lo sapevo: volevo parlare anche d’altro. Non l’ho fatto. Ed ho già scritto esageratamente, as usual. Che fare? Chiaro. Rimandare. Lasciare un po’ di suspence. Dato, ovviamente, per scontato che prima o poi qualcuno ripassi ancora da queste pagine e ci butti un occhio (in senso metaforico).

Ionnighitar


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