L’eleganza: un optional

Chi segue o ha seguito il blog dagli albori sa di doversi aspettare che ogni tanto mi rimetta in pista, lancia in resta, a fustigare pubblicamente qualche pubblicità vista passare sugli schermi a interrompere spettacoli o intrattenimenti che, qualche volta, riescono anche a risultare piacevoli o interessanti.
Se vogliamo la cosa è un po’ da stupidi, considerato che sarebbe molto più sensato fustigare i pubblicitari che le hanno partorite o gli imprenditori e/o i manager che le hanno approvate e pagate profumatamente. Ma, detto tra noi, credo che sarebbe una fatica improba risalire ai mandanti e agli esecutori. Si fa prima ad additare al pubblico ludibrio il prodotto di cotanta creatività.
Il bello è che spesso, soprattutto quando il messaggio è rivestito da un alone di incommensurabile stupidità, va a finire che ti ricordi la pubblicità in sé, senza far minimamente caso all’oggetto o al servizio pubblicizzato. Quando si dice colpire nel segno.
Nel titolo ho citato l’eleganza. Avrei potuto parlare di buon gusto, magari semplicemente di buon senso. Ma si sa, i titoli sono un po’ uno specchietto per le allodole. Servono per fare pubblicità a quello che poi ci scrivi sotto.
Già, buon gusto. Perché quella che recentemente mi ha fatto saltare la mosca al naso e che, come volevasi dimostrare, pur con tutti gli sforzi di memoria non riesco a ricordare dove vada a parare, si basa in sostanza su una domanda alla quale sono chiamate a rispondere un paio di pargole. E la domanda incriminata è la seguente, più o meno: “Quanto ti senti pulito dopo essere stato in bagno?” Una delle attrici in erba non ricordo cosa risponda, non è evidentemente una frase destinata a restare scolpita nella storia. L’altra invece, risponde, forse per non discostarsi più di tanto dall’ambiente sopra citato “Come una mutanda pulita”. Sissignori. Avete letto bene. Una mutanda pulita. Termine di paragone che, obiettivamente, viene scelto da molti di noi ogni volta che ci si debba dare un’immagine di pulizia. La mutanda. O no?
Ora, per onestà intellettuale, devo dire che l’altra sera, a tavola, quando sono saltato sulla sedia sentendo una considerazione tanto elegante, si è aperto un dibattito coniugale perché la mia metà sosteneva che l’accezione “andare in bagno” si riferisse alle docce, alle immersioni nella vasca piena di schiuma o per lo meno a un veloce risciacquo del viso o a un’insaponatura delle mani. Illusa. Illusa e ingenua.
Ma ti pare che vai a chiedere a uno quanto si senta pulito dopo una doccia? O dopo una mezz’oretta passata a giocare con la paperella che fa le onde nel Badedas? Cosa vuoi che ti risponda? Sarebbe una domanda discretamente cretina. E inutile. La domanda non è; quanto ti senti profumato, quanto ti senti liscio e morbido. Nossignori. È “quanto ti senti pulito”. Il che, a me che sono malpensante e sospettoso, fa venire in mente una sola cosa. Già, anche perché, pur facendo finta che ci si riferisse alle docce, allora perché non rispondere “pulito come un cielo di montagna in primavera”, o “come le lenzuola fresche di bucato stese ad asciugare al sole”?
Dai, non giriamoci intorno. Non ci sono dubbi. La domanda mirava proprio lì.
E, sorvolando senza sorvolare sull’aspetto del buon gusto che fa indagare su un momento che mi sembra un tantino personale e intimo, soprattutto se ne discutiamo all’ora di cena, trovo che una risposta cretina come quella della mutanda non sia carino metterla in bocca a una bambina di pochi anni e mezzo.
Detto questo, come ho già accennato sopra, il bello della faccenda è che, per quanto mi riguarda, il messaggio ha talmente colto nel segno che potrebbe tranquillamente riferirsi a un detergente intimo, a un’automobile pronta consegna tasso zero o ai servizi impareggiabili e senza prezzo di una delle grandi compagnie telefoniche scelti dal capofamiglia, diventato per questo l’eroe del quartiere “a meno che non arrivi Patrick Dempsey” (hai detto poco!). Non ho la minima idea di cosa ci possa far sentire puliti come un bel paio di mutande pulite. Punto e a capo.
A capo ce n’è un’altra che mi fa riflettere seriamente sul mondo della pubblicità. O se preferite sul fatto che la mia visione sia ferma ai tempi della disfida di Barletta. Possibilandia.
Ma dico, qualcuno l’ha vista? Se la ricorda? In breve, con una base sonora che dire che fa schifo è farle un complimento, ma grosso, la storia vede un byker, uno di quei motociclistoni tipo Whatsamerica ma un po’ sfigato, giacca di pelle e casco, con una barba improbabile alla Roberto D’Agostino, che racconta di avere incontrato sul suo cammino Bronson, la sua anima gemella, che si mette a giocare a biliardo con lui e che, poi, lui scorrazza allegramente nel suo sidecar. Occhialoni e barbe al vento. Bronson, per inciso, è una capra che ha una barba identica al centauro narratore.
E uno che vede e, soprattutto, ascolta la storia, finisce col chiedersi per forza: “Ma dai… possibile?” Eggià, cari miei. Possibile, perché tutto questo succede a Possibilandia. Occorre un commento?
Ma facciamo finta che non l’abbiate vista (beati voi, nel caso). Allora vi chiedo così, tra il lusco e il brusco: avanti, ditemi a quale prodotto fa riferimento. Come? Una schiuma da barba? Ma va’. Palle da biliardo? Palle. Giubbotto di pelle, moto, sidecar, benzina, allucinogeni (questa forse sarebbe la più calzante)? Nossignori. Si tratta nientemeno che di, peraltro ottimi, crackers salati che tanto tempo fa se ne mangiavo uno poi ne mangiavo qualche dozzina. Cosa c’entrano i cosi, lì, con possibilandia? E a me lo chiedete? Boh.
Vabbè. Detto questo ci tenevo anche a rassicurarvi. Ho visto che un socio Conad ha ricominciato ad alzarsi nottetempo e attraversare la città che sta dormendo beata per andare ad accendere tutte le luci del suo negozio e aggirarsi tra gli scaffali per radunare i prodotti con i prezzi bassi. E fissi.
Però, attenzione. Non è più quello che andava a controllare che fosse tutto a posto qualche anno fa. Questo è un suo collega. L’altro era stato diffidato dalla moglie che minacciava, in caso di ulteriori abbandoni notturni, di aprire un conto alla Coop. D’altra parte, la Coop sei tu. Chi può darti, chi può darti di più? Geniale.

Ionnighitar


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