Le stagioni di una volta

Prima considerazione: non so se la categoria “Ricordi” abbia qualcosa a che fare con questo post. Seconda: un giorno o l’altro cercherò di scrivere un post con queste massime che dovrebbero essere scolpite nel marmo, tipo «Non ci sono più le stagioni di una volta» o cose simili, che tanto più vuote e stupide sono più mi fanno impazzire (in senso buono). Non confondiamo cone le espressioni di cui ho già parlato, tipo «senza se e senza ma», sentendo o leggendo le quali sento crescermi dentro un istinto assassino che fatico a contenere.

Dunque, anche se non si può dire che sia rispuntato il sole, siamo in quella fase di rischiaramento del cielo e purificazione dell’aria che seguono immancabilmente il temporale. Ecco, il temporale. Segno inequivocabile – salvo i capricci e le mattane di un tempo che a volte sembra davvero essersi trasformato negli ultimi cinquant’anni – che la stagione sta volgendo con decisione verso la primavera/estate. D’altra parte la temperatura, che non più di dieci giorni fa viaggiava anche intorno ai cinque gradi, già ci aveva avvertito che i freddi polari erano definitivamente sorpassati.

Ma porcaccia la miseria, può esserci una Pasqua al 10 di aprile con 5 gradi 5? Five? Fünf? Cinq? Eddai!!!! Comunque, tornando a bomba, o a tuono per stare in tema, oggi il suo bel temporalino l’ha fatto. Deciso, con tutte le carte in regola, con tutti i crismi, con tutte le caratteristiche del temporale che lo rendono così diverso da un passaverdura. E devo dire che il primo, vero, temporale di stagione mi fa sempre piacere. Salvo quando lo piglio tutto trovandomi all’aperto, magari senza coperture né protezioni. Oddio, anche con le protezioni quello di oggi mi avrebbe bagnato fino alle mutande e invece mi ha solo costretto a fare un giro veloce della casa a chiudere i vetri ed abbassare le tapparelle.

Chissà com’è, mi sono messo a pensare a qualcuno dei mille temporali che ho vissuto, cui ho assistito, ai posti in cui mi trovavo, alle impressioni del prima, del durante, del dopo. Una serie di sensazioni che obiettivamente trovo difficile spiegare (quindi ci si potrebbe dire «e allora non potevi parlare di come si condiscono i rigatoni?»), ma che mi piace comunque cercare di fissare. Gli scenari che ricordo sono di campagna, montagna, mare, città… insomma, forse facevo prima a dire che non c’è uno scenario ideale per il temporale, ma i ricordi delle sensazioni vengono a galla così, come le bollicine che salgono nel pentolino quando prepari l’acqua per il tè.

Colori: dire grigio è troppo semplice. Ho visto cieli verdi, giallastri, nero pece (c’è una foto di Londra in una delle gallerie fotografiche che fa spavento ancora adesso a guardarla). E l’aria appena prima dello scatenarsi degli elementi si ferma, si blocca a guardare, ad ascoltare, forse cerca di capire dove potrebbe andare a rifugiarsi anche lei per non bagnarsi tutta. Spesso si coglie un odore di ozono (in campagna vicino alle stalle no, è un altro odore, ma non sto a far il pignolo), un odore metallico, pungente, come quello che si sente o si sentiva nelle stazioni dei treni in Liguria d’estate. Probabilmente si sente sempre anche nell’Agro Pontino, in tutte le stagioni, ma che ci posso fare se lo ricordo così? Poi, una volta che l’aria ha deciso che c’è poco di buono da aspettarsi, comincia a girare di qua e di là come una pazza, si intrufola, si agita, ha una paura boia di restare in mezzo agli scrosci. E non capisce che muovendosi provoca lei stessa una confusione d’inferno. Fa volare le cose, la carta, i tendoni, fa sbattere le imposte, fa svolazzare le gonne (almeno scegliesse con oculatezza… ti schiaffeggia per prepararti all’idromassaggio che ti aspetta.

Nel frattempo i tuoni si fanno sentire, cupi, minacciosi, si rincorrono, si srotolano in un sottofondo tetro e che vorrebbe infondere paura. E i lampi… Ricordo notti, anche recentemente in campagna, illuminate a giorno (mai visto un giorno illuminato a notte) e scoppi violentissimi di fulmini che evidentemente stavano prendendo la mira per darmi più emozione. Sul mare a volte è davvero impressionante. Una volta ho visto chiarissimamente una tromba d’aria formarsi, compiere un semicerchio sul mare e poi andare a morire, con pochissimi danni per fortuna, all’estremità opposta del golfo in cui mi trovavo (Riva Trigoso).

In montagna anche, fa paura: ci sono un sacco di alberi, a meno che tu non sia a tremila metri. In quel caso hai ancora più l’impressione che la mira possa essere meno disturbata dalla presenza di ostacoli e vorresti scavare veloce veloce come una talpa per sfuggire al bombardaento. Più giù invece, dato che gli alberi attirano i fulmini, beh… Insomma, forse in città tutto sommato è meglio. Eppure ricordo chiaramente, qualcosa come trent’anni fa, un temporale che è riduttivo chiamare così, che ha fatto saltare sotto i miei occhi i tombini, un altro (maledetto, l’avevo dimenticato) che ha scaricato talmente tanta acqua da sparare fuori tutta l’acqua dagli scarichi del bagno del mio ex-ufficio a piano terra. Fortunatamente avevo 39 di febbre per l’occasione, così l’operazione di spazzare, arginare i getti, asciugare per terra prima di dover portare tutto alla discarica è stata immensamente più piacevole. Temporali…!!!

Poi, per magia, tutto va rapidamente scemando, come è cominciato finisce. Lascia dietro un’aria più limpida, fresca, umida ma non quanto quella che lo ha preceduto. In fondo, a meno che non ci siano danni o disastri, il dopotemporale è bello. Sempreché, come già detto, si possa contare su un riparo coperto, asciutto e in prima fila per lo spettacolo. E sempreché le mutande abbiano potuto mantenersi asciutte.

Ionnighitar


Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.