Le fatiche di Cincinnato

Orto pali
Piano piano finirà col sembrare davvero un orto

Eh, lo so, lo so che c’è chi ha rinunciato a una domenica di relax e di distrazioni guardando in continuazione il blog per sapere dell’orto… D’altra parte, la sua cura dev’essere assidua, non posso zappettare, innaffiare e in contemporanea fare la blogocronaca in diretta. Ma vediamo da dov’eravamo rimasti… Ah, sì, dalla lista di semi e piantine.

Ma, come si vedeva già nella foto della volta scorsa, la terra resa un manto soffice e caldo a mezzo aratura, resa fertile e ricca a mezzo schifezza mista di bovino e cavalli, resa umida dai litri di sudore colati lungo la schiena, dalla fronte, dalle braccia… insomma, da ogni singolo poro, doveva ancora essere acconciata e disposta ad accogliere le diverse colture. Farebbe pietà, un po’ schifo e darebbe parecchio filo da torcere seminare a stretto contatto insalata, zucchine e pomodori. Ogni volta, per la raccolta, si tratterebbe di fare una specie di selezione/spulciamento, caccia al tesoro, che renderebbero l’operazione estremamente sgradevole e di nessuna soddisfazione. Quindi, che si proceda a formare quelle che in buon italiano si chiamano prose, termine che regolarmente mi dimentico, a dispetto del fatto che riesca a tracciarle con una discreta precisione.

Infatti, anche questa volta, armato di spago e picchetti, ho provveduto a segnare i confini per poi ricavare i vialetti tra l’una e l’altra con qualche semplice colpo di vanga. In linea teorica. Già, perché, forse preso dalla frenesia, forse perché intenzionato a segnare dei confini più marcati rispetto a quelli che ci separano dal resto della cosiddetta Unione Europea, ho esagerato leggermente in profondità, raggiungendo il risultato di non avere dei corridoi di passaggio, ma una copia sputata delle trincee presenti sul Carso o lungo i crinali dell’Ortles. Forse perché in zona, sopra l’amena località di villeggiatura, corre la cosiddetta linea Cadorna, fatta di camminamenti, passaggi, rifugi, trincee e punti di appostamento orientati verso la Svizzera (si vede che a suo tempo ci si aspettava un attacco da parte del settimo cavalleggeri Canton Ticino, divisione Mendrisio.

Tale linea Cadorna non va, ovviamente, confusa, con il tratto della metropolitana milanese e relativa stazione che sbuca, appunto, in piazzale Cadorna, per i più intimi “Piazzale Nord”, dove si trova la stazione dei treni che portano verso Varese, Como, la Brianza et similia. E’ tutta un’altra faccenda. Ma credo che per molti, oggi, soprattutto se discretamente giovani, non si possa concepire altra linea Cadorna se non quella che sta in mezzo tra Conciliazione e Cairoli. Amen.

Insomma, lo ammetto, i corridoi tra le prose sono venuti troppo profondi e marcati. E per giunta stretti. Bella soddisfazione, considerato che mi sono costati altri ventiquattro litri di sudore e una schiena tinta lampone per una quindicina di giorni. Già, perché essendo ai primi caldi, con un sole subdolo e traditore, io che ho voluto fare il vero contadino mi sono messo a scavare a torso (e schiena) nudo. E lì ho capito il motivo per cui i veri contadini, quelli veri sul serio, sono passati dai campi alla leggenda per la loro abbronzatura tipica, fatta di una zona candida a forma di canotta, forse non elegantissima se esibita sulle spiagge più “in” della Liguria ma certamente meno fastidiosa in termini di bruciore e prurito protratto nel tempo. Amen. Imparato anche questo.

Il sabato successivo abbiamo anche seminato, non piantato quindi, a strisce, semi di rucola, di altre insalate che non ricordo, di peperoncino Habanero, che ti fa piangere anche solo a guardarlo. La semina, dicevo nel post precedente, non è caldamente consigliabile se eseguita direttamente nell’orto anziché in semenzaio, perché di ben più ardua riuscita rispetto alla messa a dimora delle piantine. Infatti, a distanza di una settimana, la sola rucola pare essere intenzionata a dare abbondante produzione. Per il resto, tutto tace. Le piantine, invece, hanno resistito ai diluvi degli ultimi giorni, accasciandosi solo un po’, ma sono state subito messe in condizione di raddrizzar la schiena con l’aiuto di pali (tutori) in bamboo. Qualcuno piantato discretamente dritto, altri evidentemente della qualità di bamboo che cresce a Pisa. Ma questi ultimi avranno il compito di fare da spalla alle melanzane, che notoriamente non raggiungono vette particolarmente importanti.

E’ nel piazzare uno di questi paletti che, impedito dalla ristrettezza del corridoio, sbilanciato da una postura assurda e affrontabile soltanto da qualche contorsionista, che mi sono lentamente accartocciato su me stesso, come al rallentatore, finendo prima col sedermi su una piantina tenera di zucchina (attualmente non pare godere di ottima salute) e rovinando poi in posizione semisdraiata e aggrovigliata, dimenticando il braccio tra la massa gravosa del mio corpaccione e il bordo decisamente abrasivo e per niente ammortizzato di un muretto di confine alto venti centimetri.

La prima impressione è stata quella di essermi spezzato un osso. Poi, pian piano, visto che mano, polso e dita facevano il loro dovere, ho capito di aver subito soltanto una ferita lacero-contusa nella parte più delicata dal braccio, tra polso e gomito. Ho accettato di buon grado di aver dato alla coltivazione il mio pur contenuto contributo di sangue. Ma si sa, il sangue è un ottimo fertilizzante. Quello di bue, almeno. Il mio, non lo so.

Per le ultimissime dall’orto credo che la cosa migliore sia far riferimento a quanto si vede nell’immagine di ieri… Gli aggiornamenti, presumo, quando i primi veri frutti compariranno a piegar gli steli.

Ionnighitar


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