La terra è bassa

Fresh vegetables and fruits at a farmer's market
Non è roba mia… purtoppo!

E così, quest’anno si è deciso di ritentare l’avventura orto. Anni fa, quando un giovane virgulto dotato di potenza fisica, competenze di agronomo e tanta voglia di trafficare con la terra ancora non aveva preso il largo, prima per andarsene quasi due anni a Londra (ogni volta che la nomino salterei sulla bici, che tra parentesi non ho, e mi metterei in viaggio). Sarebbe un po’ lungo, d’accordo, ma in fondo la campagna francese è piacevole, le Alpi, se le affronti d’estate, mitigano l’afa delle pianure e la Manica, intesa come canale, molto più lunga dell’omonima parte della maglietta da ciclista, non dovrebbe essere un problema. Intendo dire che sono quasi certo si possa approfittare di un servizio di traghetto, magari su chiatte o zattere in legno, per abbandonare il regno di Franza e spiaccicarsi contro le scogliere. Dover? A Dover. Sì, appunto, si è capito, ma dover? Dalla parte opposta rispetto alla Francia, così è più facile.

Poi là, a meno che non abbiano preso le brutte abitudini de noantri, c’è il rischio che si possa parcheggiare la bici e ritrovarla quasi intatta anche dopo una mezz’ora buona.

Ma, strano a dirsi, ho divagato. Dicevo, appunto, che ai tempi che furono l’attuale chef del titolato e ipernominato Ruggine in Bologna si incaricava di decidere di fare l’orto, di pensare a tutte le operazioni necessarie e, cosa da non sottovalutare, di metterle anche in pratica. Ancora non capisco come abbia fatto, ma ha cintato l’area interessata (una trentina di metri quadri) con blocchi di porfido che avevano prestato servizio in qualità di cordoli di marciapiede in varese e che erano poi stati dismessi a prezzo di realizzo. Una cornice all’orto di grande impatto architettonico e, ancor di più, di grande impatto tout-court qualora anche un solo blocco fosse capitato a passare casualmente su un dito, della mano o del piede, senza preferenze. A tutto questo si aggiunga che l’eleganza di una cordonatura in porfido non è cosa da tutti. Forse forse alcune ville del FAI o qualche castello patrimonio dell’Unesco può farsene un vanto. Noi possiamo.

Sta di fatto, comunque, che dopo qualche anno di abbandono forzato (l’esperto emigrato in terra d’Albione si è poi trasferito nella dotta e ghiotta Bologna) la terra soffice e grassa che aveva accolto e prodotto ortaggi di ogni genere numero e colore era tornata a far parte a tutti gli effetti del prato. Pur conservando intatta la sua bella cornice di pietra rossastra. Vi faccio notare, per inciso, che il prato ha una consistenza maledettamente più prossima a quella del cemento o dell’asfalto che non a quella della terra smossa e soffice. Il che impone, qualora si voglia dissodare il terreno, o muscoli da Ercole, pazienza di Giobbe e volontà ferrea, oppure, sempre di ferro si tratta, il noleggio a giornata di apposita motozappa che, in pratica, affronta il terreno come il minipimer affronta le croste di grana padano. Un casino.

Ho optato per la seconda soluzione. E quando, dopo due ore e mezza, sfatto, sfinito, svuotato di circa sette litri e qualcosa di sudore costantemente reintegrato da damigiane d’acqua, ho pensato a quella che sarebbe dovuta essere la soluzione più semplice e meno impegnativa mi sono chiesto se non fosse meglio, a volte, farsi un paio di chilometri e andare a cercare il mercato più vicino. Sempreché ancora si trovino nei paesi i mercati di frutta e verdura che resistono strenuamente ai subdoli attacchi della grande distribuzione. Ma ormai era fatta. Dopo una decina di passaggi avanti e indré, con l’impressione di essere in un campo minato a cercare di far brillare gli ordigni disseminati dal nemico in fuga, ecco che la terra tornava a sembrare terra. Marrone, soffice, grassa, calda, accogliente come dev’essere il ventre di madre terra, pronto a dare nutrimento e sostanza ai semi, a farli germogliare e sbocciare per poi esplodere in un trionfo di foglie, di gambi, di fiori e di frutti succosi, saporiti e, soprattutto, naturali (non ho usato né siliconi, né vernici a spruzzo, né intrugli di natura chimica capaci di trasformare il deserto del Kalahari in ricco e fertilissimo limo del Nilo.

Un ultimo tocco era però inevitabile per la preparazione ottimale del terreno di coltura: la concimazione.

Che orrore, dirà qualche purista, soprattutto se cittadino, quei miasmi che un tempo aleggiavano per le campagne in tempo di semina. Quelle misture mefitiche e probabilmente esplosive che le lettiere di stalle e scuderie fornivano per dare fondamentali elementi nutritivi alla terra. E che, son scemo? Ma vi pare che vada a prendere quelle cose tanto ricche quanto irrespirabili per il mio orticello? Ma no… Ho comperato un sacco da cinquanta litri (si misura in litri e non in chili, va’ a sapere perché), di stallatico scelto, misto bovino ed equino, compresso e confezionato in pellet. In pratica, letame schiacciato e passato nel tritacarne, quello per fare anche il ragù o le polpette.

Ragazzi… Se il letame fresco puzza, questo non avete idea di cosa sia! Un concentrato del concentrato del concentrato. Che ho sparso a piene mani (coi guanti) sulla terra arata e invitante. Che ho rastrellato con amore per farlo scomparire sotto due dita di terra, come raccomandano i più esperti coltivatori e i nonni contadini (i miei non erano contadini, ma nonni sì, anche se non li ho mai conosciuti).

Finito il lavoro, con precisione cronometrica (siamo sul confine svizzero, mica per niente) ha cominciato a diluviare proprio quando dovevo rendere la motozappa. Poi, rientrato in casa, mi sono lasciato disciogliere in una vasca da bagno strapiena di un’acqua che avrebbe potuto ustionare la pelle di un elefante. Ma ero troppo stanco per schizzare fuori. Ho aspettato pazientemente. Mi sono lasciato lessare lentamente stringendo i denti e ottenendo come risultato di restere per tre giorni di un bel color barbabietola. Dappertutto. Credo di averci messo quaranta minuti a riemergere dalla vasca, grazie a quella leggera sensazione di indolenzimento che fa di un contadino cittadino un vero contadino. O è il contrario? Ma altre fatiche mi aspettavano. Questo era solo il primo tempo. Torneremo sul pezzo. Grandine permettendo.

Ionnighitar


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