La terra dei cuochi

Credo si possano nutrire pochi dubbi in merito al fatto che la passione per la cucina abbia avuto negli ultimi anni un’impennata senza paragoni. Lasciamo stare i sedicimilaventiquattro programmi dedicati ai cuochi professionisti o presunti tali, alle cucine da incubo, alle porcherie immangiabili scovate ai quattro angoli della terra, ai dolci che sembrano sculture ma che non assaggerei manco se mi pagassero… Lasciamole anche stare, ma resta il fatto che, sia a livello amatoriale, sia professionale, quella dello chef sia diventata una vocazione virale e incontrollabile. In parole povere, una pandemia della padella. Sarà anche perché sono leggermente coinvolto dall’argomento, specie in quel di Bologna, dove sta per prendere forma un nuovo e antico sogno dello chef di casa, ma è indiscutibile che anch’io mi senta trascinato nel vortice ogni giorno di più. Con grande entusiasmo, infinita curiosità e, udite udite, una buona dose di soddisfazioni. Dunque vogliamo parlare di cucina? E parliamone, una volta buona.
Facciamo una rapida e superflua premessa, inutile ma doverosa: sono goloso, da sempre. Molto goloso. Non di dolci, quasi per niente, ma sempre di golosità si tratta. È una colpa? Una tara? Un difetto? M’importa poco. So che mi dà e mi ha sempre dato una gran soddisfazione e mi ha riservato indescrivibili godimenti. E questo basta e avanza (non avanza quasi mai niente). Chiuso l’argomento.
Mi è sempre piaciuto anche cucinare. Da fanciullozzo curiosavo e stavo attento in cucina, soprattutto per sgraffignare qualcosa, ma facendo inconsciamente tesoro dei segreti dell’arte culinaria.
Diventato giovanottello la mia specializzazione erano i primi piatti, paste con sughi vari, risi acconciati in vario modo e, soprattutto, sontuosi risotti. Il tutto con un filo conduttore: il desiderio e la ricerca di metterci del mio senza stare per forza ancorato alle rigide regole delle ricette canoniche. D’altra parte lo diceva anche Steve Jobs, anche se in altre accezioni: “Stay hungry, stay foolish“, cioè siate affamati, siate un po’ matti. Sull’affamato ho sempre avuto tutte le carte in regola. Sul pazzerello direi che lo interpreto come “siate curiosamente arditi”. Lanciatevi, insomma. E io ci provo, ci ho sempre provato.
Recentemente, pur non essendo diventato un emulo di Gordon Ramsey o di Antonino Cannavacciuolo (mai uno chef ebbe tale phisique du role), per motivi pratici ho intensificato la mia attività, estendendo gli esperimenti ai secondi piatti e ai contorni (roba da non credere). Con soddisfazione, come già segnalato.
Ci sono però in tutto questo alcune sfumature o zone d’ombra che in parte mi disturbano in parte mi fanno sentire un po’ stupido. Le prime consistono nel fatto che, una volta elaborata la pensata, progettato l’esperimento, ideati gli accostamenti e i connubi di ingredienti, approfittando della comodità della rete vado sempre a verificare se nel mondo qualcuno abbia già pensato la stessa cosa che ho pensato io. Porca paletta, immancabilmente la ricetta la trovo. Magari non identica al millesimo di millimetro, ma tale da impedirmi di considerare la mia scoperta degna di brevetto. E regolarmente ne resto deluso.
In aggiunta a questo, nella mia profonda scaltrezza, cosa faccio le rare volte in cui la ricetta sembra essere davvero una mia esclusiva? Dimentico di scriverla ma, quel che è ben più grave, dimentico addirittura di averla realizzata. Me ne ricordo solo a grandi linee, vagamente. Il che, se va bene, porta a una rielaborazione fantasiosa e ancor più originale. Se va male porta a una porcheria che cancella impietosamente il dolce ricordo del successo passato.
È anche vero, se vogliamo, che con un po’ di buona volontà a quest’ultimo inconveniente si potrebbe porre rimedio. Infatti, giusto per fare un esempio, proprio l’altra sera, dopo un innegabile successo, ho immediatamente scritto ingredienti e sequenza delle operazioni. Le dosi mai, non sono capace e mi disturba anche solo l’idea che qualcosa si debba dosare.
Vi state chiedendo quale fosse questo piatto da chef stellato? Eggià, bravi. Ve lo dico, così nel giro di venti minuti me lo ritrovo su internet e smette subito di essere una mia esclusiva. È terribile sta cosa, non so se vi sia mai capitato. Ma se andate a cercare qualche ricetta, non parlo del riso lessato o degli spaghetti aglio e olio ma di qualcosa di poco più elaborato, non solo la si trova in decine e decine di siti specializzati, ma la si ritrova ripetuta tale e quale, pedissequamente copiata e incollata senza cambiare nemmeno i commenti a margine. Questo a testimonianza della passione e del trasporto coi quali i siti delle ricette della nonna siano costruiti. Le ricette della nonna… L’ho già detto in altre occasioni. In famiglia c’è chi ha conservato e sperimentato le ricette della nonna Maria, genovese e gran cuoca. A quelle ricette mi piacerebbe aggiungerne altre, a volta semplicissime, che facevano parte dei menu di famiglia nei tempi della mia fanciullezza. La cosa si potrebbe anche fare eh, non è così impossibile. Però una cosa è certa. Mai e poi mai finirei col metterle in rete. Eh no, per la miseria! Con la fatica che si farebbe a trascriverle, a trovare il/la depositario/a dell’una e dell’altra, a scavare nella memoria e a confrontare le versioni personalizzate, poi vado a darle in pasto (è il caso di dirlo) all’universo navigante (in rete)? Neanche per sogno.
Credo che mi limiterò a un esercizio di diligenza nel prendere nota di quello che mi illudo di inventare di volta in volta, anche se prima dovrei farmi un appunto che mi faccia ricordare dove mi appunto le ricette. Già, perché tra carta e matita, pc, tablet e via dicendo, gli strumenti nati per archiviare e mettere ordine rischiano solo di creare un disordine ancora maggiore.
Comunque, facciamo così: se mi capiterà di realizzare qualcosa di memorabile e se sarò colto da un attacco di spirito caritatevole può anche darsi che decida di riportare qui le istruzioni per l’uso. Se qualche lettore di buon cuore, nel frattempo, ha in mente qualche ricetta degna di nota che non sia patrimonio dell’umanità, ogni suggerimento è, ovviamente, bene accetto. Buon appetito.

Ionnighitar


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