La prima impressione

Albero solitario

Il ferro va battuto finché è caldo. Quindi, avendo introdotto ieri l’argomento foto fantastiche, comincio a passarle in rassegna e a registrare le impressioni e le emozioni che mi suscitano. Per mia immensa fortuna posso anche dire “i ricordi che mi riportano in superficie”, visto che un numero spropositato di anni fa, anche se in Kenya e non in Tanzania, in Africa ci sono stato anch’io. Anzi, anche noi. Già, perché è stata la prima tappa di un viaggio lunghissimo e avventuroso iniziato tot anni fa e ancora in pieno divenire. Il nostro viaggio di nozze.

Quest’immagine che ho scelto, a prescindere dal fatto che sia bellissima, mi dà prima di tutto l’impressione di una natura carica di una potenza sconfinata, pronta a rivendicare la sua forza e a scatenare la propria violenza su qualsiasi essere decida di polverizzare. Chi lo sa perché? Forse per i colori così meravigliosamente carichi e pieni, forse perché leggo quel cielo, che non so se plumbeo o prossimo alla mancanza di luce, come lo scenario perfetto per un temporale di quelli che ti sparano raffiche di gocce grosse come acini d’uva e violente come palle da squash (mai provato a beccarvi una palla da squash addosso?). Beh, questa foto, come del resto quelle che vedrete presto, è l’Africa. Quella cruda, quella che ti intimorisce, quella che ti incanta. Quella che ti fa venire il mal d’Africa.

Sembra un dipinto, un virtuosismo grafico, più che una fotografia. E non è difficile, in Africa, trovarsi di fronte a spettacoli di tale portata, fatti di contrasti violenti, di elettricità sospesa, di grandiosità inimmaginabile. E quell’albero? Povero, vien quasi voglia di andare a fargli compagnia, così sperduto e solitario in una distesa uniforme e compatta. Che poi uno si fa prendere dalla tenerezza e magari finisce col dire “povero alberello”. Quando si avvicina però, facile che non bastino sei persone che si tengono per mano a fare il girotondo per circondarlo tutto.

È un’immagine che mi fa quasi sentire il silenzio rotto appena dalla melodia del vento che passa tra le erbe altissime e le fa vibrare come le corde di un’arpa. Impressioni, certo, perché magari c’è una gran cagnara, un coro di richiami di uccelli, di abitanti della savana più o meno nascosti, ma io sento il silenzio. D’altra parte, a voler essere pignoli, una cagnara nella savana sarebbe fuori luogo. Semmai una leonara, una leopardara, ma una cagnara non ci sta bene. Qui non si vede niente, nessuno. Qui ci sono il cielo, la terra con una ricchezza di tonalità calde che solo in Africa ci sono e un albero. Stop. Trovo che sia di la rappresentazione in immagini del concetto di grandiosità.

I ricordi che ha risvegliato in me riguardano, per forza di cose, una delle trasferte nei parchi del Kenya alla ricerca di altrettante immagini suggestive, a caccia (fotografica) di paesaggi e animali che una volta visti non possono più essere dimenticati. Durante uno di questi trasferimenti, in partenza dal parco di Amboseli o da quello di Tsavo su un Piper dalla livrea mimetica, zebrato come a volersi confondere con la fauna locale (come se le zebre avessero le ali, un timone e il motore scoppiettante) non riuscivamo a decollare perché la pista era occupata, giustamente, da un branco di zebre che si facevano i fatti propri, noncuranti delle nostre pretese di farci largo e del tutto indifferenti alle sgasate che il pilota dava ripetutamente per imporsi come capobranco e dettare le regole. Può anche darsi che, a guardar bene, il Piper fosse così ben acconciato da essere davvero scambiato dalle zebre per un proprio simile.

Quando gli animali decisero che potevamo anche levarci di torno finalmente ci sollevammo da terra e, dopo una serie di giri in tondo sopra i villaggi masai, dove spiccavano i loro nobilissimi ed elegantissimi abitanti drappeggiati di rosso in mezzo a mandrie apparentemente smunte e slavate di bovini, puntammo decisi verso la seconda tappa. Il pilota, africano, un armadio quattro stagioni in calzoncini cachi e camiciola bianca, berretto da baseball in tela e occhiali da sole di ordinanza. Equipaggio: i due sposini (noi) e una famigliola svizzero/tedesca o tedesca tout-court, composta da madre ansiosa, padre tutto d’un pezzo e figlio deficiente. Quello è raro che manchi in certe famiglie o in certe situazioni. Talvolta anche in certe popolazioni.

A volte credo di essere parente di Fantozzi. Durante il volo, per esempio, quando di punto in bianco (o in nero, dipende se uno pensa ai passeggeri o al pilota), il cielo diventò color piombo, con fiocchi di nuvole dense come la schiuma poliuretanica per isolamento e con il nostro comandante che, di colpo, zittì la radio che stava ascoltando, piacevolmente rilassato come fosse stato sulla spiaggia di Vado Ligure, per concentrarsi nel modo più totale sulla situazione che sembrava presentarsi difficile. Mancava che sporgesse la testa dal finestrino. Forse evitava di farlo per non bagnarsi.

Confesso, non eravamo proprio l’immagine della tranquillità. Quel filo di timore latente che già ti accompagna quando sali su un trabiccolo magari sicurissimo, che ti sembra comunque poco più di un aggeggio delle giostre, si faceva sentire in modo deciso con tendenza al rinforzo. Tutti tesi, dunque. Tutti? Neanche per sogno. Il giovane imbecille teutonico aveva trovato un modo piacevolissimo di occupare il tempo per terrorizzare la sua genitrice, disperata già del suo, forse per mettere alla prova il suo grado di resistenza agli stimoli della paura e verificare se avrebbe saputo resistere dal lanciarsi col paracadute sulla savana sottostante. Che oltretutto non era nemmeno più visibile.

Ho ringraziato il cielo, ma non solo quella volta, di non conoscere di tedesco se non kartoffel, nein, ja, Volkswagen. Ah, sì, anche BMW. Questo mi ha impedito di capire le idiozie sgorgate dall’ugola del piacevole fanciulletto e soprattutto di fargli capire in modo comprensibile dove avrei voluto che si recasse immantinente, senza por tempo in mezzo. Poiché sto scrivendo è intuibile il fatto che il volo sia andato a buon fine e l’atterraggio non sia stato un precipitaggio. Ma a distanza di tanto tempo, magari anche stimolato da questa fotografia stupenda, ancora ricordo quanto stupido fosse il pargolo. Di tempo ne è passato un sacco. E se fosse diventato un consigliere di Frau Merkel?

Ionnighitar

 


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