Ingresso nel nuovo mondo

Abbandonati senza grandi rimpianti il vecchio continente e con ancora meno dispiacere l’Unione Europea, decollati da Madrid tra le occhiate ostili dei compagni di volo, ci dirigiamo alla volta di Miami. Basta andare sempre dritto, avendo l’accortezza di controllare che sotto ci sia sempre l’Atlantico, preferibilmente a una giusta distanza, e prima o poi ci si arriva.
Le prime avvisaglie della fase di avvicinamento sono incantevoli macchie verdi che sfumano al turchese e poi si fondono con l’immensità del blu circostante. Questo sempre ammesso di trovare tempo bello, assenza di nuvole sotto la pancia, di essere in posizione favorevole rispetto al finestrino, di non affacciarsi sull’ala, di viaggiare di giorno. Fortuna ha voluto che godessimo di tutte queste premesse. Anche se tuttora non siamo sicuri di cosa possiamo aver visto. Bermuda? Non si vedeva gente in calzoncini. Scampoli di Bahamas? L’Isola di Montecristo? Va’ a sapere. Certo, per essere bello era bello. E poi, forse, una volta più vicini all’atterraggio, la distesa degli Everglades fitti fitti di vegetazione di ogni genere e di paludi. Complete di coccodrilli. Che tuttavia dall’aereo non si distinguevano grazie alle loro straordinarie capacità mimetiche.
Insomma, lo spettacolo dall’alto è quello di una terra ricca, rigogliosa, direi quasi… Florida. Ecco, è proprio Florida.
Finalmente, cercando di sbloccare le giunture ormai anchilosate e scricchiolanti, abbandoniamo l’aereo e ci inoltriamo nel dedalo dei corridoi, delle scale, degli altri corridoi, del trenino che anche qui ti porta in un lampo da un terminal all’altro. Anche se non è lo stesso terminal felicemente dimenticato a Barajas. Per f ortuna: altrimenti sarebbe stato stupido e inutile farsi ore e ore di volo.
Prima della partenza G., che ormai conosce l’aeroporto di Miami quasi come la cucina di Ragù, mi aveva dato tutte le dritte necessarie, che diligentemente non avevo annotato da nessuna parte fidandomi ciecamente delle mie capacità mnemoniche. Quindi, vedrai che trovi un corridoio a destra, poi uno a sinistra con scritto così e cosà, segui le indicazioni per chi ha già fatto l’Esta (una specie di pseudo-visto d’ingresso ottenuto on-line in largo anticipo), vedrai le postazioni dei poliziotti dell’immigrazione, non andare di lì ma cerca di fianco un salone con tante macchinette tipo slot-machines che servono per semplificare tutta la trafila. Perfetto. Poi, passato un altro corridoio, poi una scala, poi questo e quest’altro, ritiri i bagagli, passi i cancelli e noi ti aspettiamo lì. Ri-perfetto.
È successo anche un decimo di tutto questo? No. Assolutamente no. Non coincideva niente. Infatti finiamo a far la fila davanti ai gabbiotti degli agenti al controllo immigrazione. Fila che per la verità è scorrevole quasi dappertutto. Meno che davanti a noi. Capitiamo con la più rognosa delle poliziotte dello stato che, manco a farlo apposta, si trova ad un certo punto alle prese con una coppia di giapponesi totalmente decerebrati, con il sorriso da ebeti stampato in faccia, probabilmente i due unici giapponesi che non conoscono nemmeno una parola di anglo-americano. Risultato: fila bloccata. Tutto fermo. Mentre gli altri passeggeri delle file vicine sfilano e svuotano rapidamente il salone. Tentiamo allora, visto che qualche agente è disoccupato, di dargli di che passare il tempo spostandoci davanti alla sua postazione. Guai a noi! La poliziotta alle nostre spalle ci risbatte con energica decisione nella nostra fila, incurante del fatto che sia rimasta l’unica in tutto il circondario. Lì siete e lì dovete restare finché si renderà necessario. Grosso modo come a Napoli.
Tutto però si risolve e, un’oretta abbondante dopo l’atterraggio, riusciamo ad essere accettati negli States e possiamo raggiungere il salone bagagli. Dove ormai resta davvero poco da ritirare. A meno di non presentarsi al tapis roulant in arrivo da Santo Domingo o dall’Avana e pescare qualcosa di interessante. Ecco il cartello Madrid. Dai, andiamo, ritiriamo le valigie e sbrighiamoci a raggiungere l’uscita, se no G. ci darà per dispersi. Ma… i nostri bagagli non ci sono, mannaggia! Com’è possibile? Non siamo a Malpensa o Linate, qui le cose funzionano. Però i bagagli non ci sono e il nastro scorre davanti a noi ormai vuoto. Oh, ma siamo sicuri che sia davvero Madrid? Beh, fin lì so leggere. Un altro passeggero del nostro volo, come noi non trova le sue valigie. Mal comune mezzo gaudio? Ma manco per le scatole, chissenefrega del suo bagaglio? Ma è mai possibile ‘sta cosa? Aspetta, vado a chiedere. E percorro tutto l’immenso salone alla ricerca di qualcuno che sappia qualcosa. Invano. Oh, sono quasi in fondo, qui non si trova un accidente di niente, ma… aspetta, aspetta. E com’è che lì c’è un altro nastro con l’indicazione Madrid? E com’è che quelle lì mi sembrano le nostre valigie?
Il maledetto, dannatissimo, odiosissimo volo American Airlines, quello del Gate 50, partito alla nostra stessa ora da Madrid è, logicamente, arrivato a Miami alla nostra stessa ora. E io cercavo i nostri bagagli su quello che non era il nastro giusto. L’equivoco non aveva ancora finito di perseguitarmi. Dai. Ormai è fatta, ci siamo. Tutto è bene quel che finisce bene. Per uscire non c’è altra possibilità che passare di lì e di sicuro troviamo i bolognesi dotati di cagnolina ad aspettarci al di là del cancello. Chissà che feste… (la cagnolina, dico).
Voi dite? Siamo proprio sicuri che, superato il cancello, troveremo chi di dovere ad aspettarci? Beh, noi eravamo più che sicuri. Prima di oltrepassare il cancello.

Ionnighitar


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