Il primogenito

Tranquilli, non sto per diventare padre, né tantomeno è in arrivo o arrivato un primogenito. Esiste già, è collaudato, laureato, cresciutello e non rischia di trovarsi un fratello maggiore a sorpresa che lo scalzi dalla sua posizione. No, no. Sto parlando di musica, sempreché mi concediate che si possa chiamare così quello che sto per andare a piazzare qui sotto.

L’attività della band è in desolante ristagno. Ric non c’è mai, diviso tra Lugano, Londra e Mosca grazie al florido andamento dell’attività di architetto che in Italia pare si stia spegnendo siccome tremulo moccolo. I moccoli per la verità sono quelli che si meritano tecnocrati già archiviati e nullafacenti ancora al governo che, in tandem e in rapida e scientifica alternanza hanno portato l’intera economia al di là del fatidico orlo del baratro. E non veniamo a snocciolare idiozie sulle responsabilità pregresse, perché la scelta di misure così totalmente sballate, raffazzonate e controproducenti non è stata presa da governi passati, ma dai due reggenti che il sedicente e secredente monarca alloggiato al Quirinale ha con tanta cura covato al suo seno e preservato dagli strali di chi li avrebbe voluti scaricare nelle fognature in cui sarebbe stato più consono immergerli. Amen.

Polemiche inutili. Ma sta di fatto che, tra un rimbalzo e l’altro, un imprevisto e uno spostamento improvviso, l’attività del gruppo si è sostanzialmente vaporizzata. Nientecchiù. Qualche volta cerco di strimpellare per i fatti miei, per forza di cose più con la chitarra che con il basso, cosa logica in considerazione che nella band avevo da poco assunto e con piacere il ruolo di basso. Ma va bene lo stesso. Cero, suonare cos’, da solo, sempre la stessa roba, senza particolari stimoli, senza dover mettere alla prova creatività e improvvisazione, dopo un po’ stimola la diuresi e induce all’abbandono delle corde (sei o quattro, dipende) in favore di amene letture o della coltivazione dell’insana passione per lo scrivere. Giustappunto.

Dato però che lo scrivere ormai è cosa che risulta legata a quadruplo filo (o cavo elettrico) con il Piccì, inteso come personal computer e non come partito comunista, va a finire che nelle pause ti capita di sbirciare in rete, incuriosirti, ficcare il naso, gettare il seme di strane idee, spesso balorde, che possono anche avere conseguenze nefaste (per ora son piacevoli, almeno per me, poi si vedrà). In sostanza che succede? Che ho trovato un software per la composizione di pezzi musicali, dicretamente semplice da capire, infatti credo, dopo qualche giorno, di avere appreso su per giù lo 0,0000000001 per mille di quelle che sono le basi fondamentali e, com’era nei disegni del destino, ho cominciato ad assemblare roba, parti di percussioni, brevissimi cori, linee di basso e chitarre che se le suonassi così io sarei un signore.

Sono sincero: oltre che essermi divertito sono anche soddisfatto. Ma sono anche realista: sono soddisfatto perché si tratta del mio primogenito – a parte il testo scritto per l’ormai famoso brano che ha cavalcato p er mesi il miliardesimo posto nelle classifiche del rione – ma consapevole che un buon pezzo musicale è un’altra cosa. Quindi per chiuderla qui con gli sproloqui direi questo: è un pezzetto in cui ho cercato di armonizzare e fondere suoni fino a ricavarne una quasi-musica. E’ un inizio. Potrebbe anche essere una fine. Ma ci si prova, no?

Per la cronaca, il mio vero primogenito, quello in carne ed ossa, mi è riuscito decisamente meglio di questo pezzo. Anche se devo riconoscere che non tutto il merito può essere attribuito a me.

Ultima cosa: appiccico qui sotto il pezzo, senza avere la più pallida idea di cosa ne succederà, se si vedrà qualcosa, se si materializzerà una specie di finestra buia o solo una striscia di avanzamento con freccetta e la gradita icona per lo stop del pezzo. Magari non succede niente. Se si riuscisse a sentire sarei più contento, ca va sans dire. Ma se non succede niente, per ora fate finta di aver ascoltato e apprezzato. Poi alla peggio vi spiego come faceva scrivendo làlàlà zumpappà tuz tuz. Ho cercato, a proposito, di evitare il ritmo tuztuz. E qualsiasi influenza dello stile (e chiamalo pure stile) Pooh. Questo è il risultato (incrocio le dita).

Ionnighitar

P.S. Ormai avevo finito la descrizione e mi seccava cancellare tutto. Vi aggiorno: il pezzo non può essere caricato, sia come formato sia come dimensione. Compratevi il disco quando sarà in commercio. Vi saprò dire. Grande delusione, però.

 


Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.