Fumo meditativo 1

Quasi tutte mie (fatte da me)

Nel senso… Come ho accennato, nella mia passione nel maneggiare e modellare il legno la parte più importante, di soddisfazione e di impegno credo l’abbiano avuta le pipe. Pipes. Pipe da fumo. Da riempirsi con tabacco, ho detto tabacco!!! e da gustare con quattro sensi su cinque (non ho mai trovato grande soddisfazione nell’ascoltare il suono di una pipa, anche se quando la fumavo spesso producevo delle specie di pernacchiette aspirando (a pipa vuota) e producendo una specie di suono lontanamente parente del… del? Boh, una pernacchietta insomma. Che però poteva anche essere modulata. Che sia da lì che ho cominciato ad amare la musica?

Insomma, succede questo: già fumacchiavo la pipa, diciamo intorno ai 18-20 anni. In occasione di un compleanno ricevo in regalo un kit per costruirsi due o tre pipe, non ricordo bene. Conteneva altrettanti bocchini già modellati e “abbozzi” di radica, ovviamente da modellare con lime raspe e carte vetrate. Bello. Il risultato in effetti faceva abbastanza schifo, ma bisognava pur dare all’apprendista il tempo di formarsi, o no? L’idea nata di conseguenza, tanto per non complicarsi la vita, diventa ad un certo punto quella di andarsi a cercare abbozzi non forati, per non essere legati alla forma finale che, ovviamente, era almeno in parte condizionata dalle forature di partenza. Il progetto viene messo nell’incubatrice in attesa di essere pronto a prendere il volo. Anche perché con i mezzi, soprattutto materiali, a mia disposizione, probabilmente avrei finito col produrre una nutrita serie di altrettante schifezze.

La svolta. Qualche anno dopo mi capita che mio fratello, che a differenza di me conosce il mondo, estenda anche a me l’invito a visitare la fabbrica Castello, a Cantù, per me eden del fumatore. Forme classiche con forte impronta personalizzata, quel tocco di creatività che non guasta, qualità eccelsa, finiture di categoria superiore. Lì capisco qualcosa di più del processo e mi convinco che devo riprendere l’idea di cercare abbozzi grezzi. Anche perché, nel frattempo, mi sono trovato a disposizione un’officina meccanica che poteva tranquillamente affrontare alcune fasi complesse come se niente fosse (a mano e in casa certe lavorazioni sarebbero state impensabili). Confesso anche una cosa: mi piacevano moltissimo le pipe artigianali, con un’anima e un fascino irraggiungibili anche da parte delle titolatissime e famosissime concorrenti inglesi, penalizzate dall’appiattimento della produzione in serie. Però costavano e parecchio, le artigianali (oddio, anche le inglesi, ma non importa). Quindi, dato che in me scorre sangue genovese e provando una forte attrazione per la Scozia, ecco che il fai da te ha trovato terreno ideale per attecchire.

La ricerca di fornitori, per il legno, per il plexiglas per modellare i bocchini, per le paste abrasive necessarie alla finitura, per utensili, attrezzi e attrezzini vari, è stata un’avventura. Divertente da ricordare. Molto meno da leggere, quindi diamola per acquisita. La sola cosa notevolissima, che purtroppo non posso mostrare perché non la trovo più, è stata la risposta del fornitore calabrese (mi è servito un interprete) che accettava di effettuare la fornitura. Sulla fiducia, nel senso che manco sapeva chi io fossi, mi ha spedito per ferrovia 200 pezzi della migliore qualità per un valore, era il 1979, di seicentomilalire (trecento euro, che sembran pochi ma parliamo di trentatrè anni fa). Che ho pagato, giuro.

La fase preparatoria e quella realizzativa, parlo soprattutto degli aspetti più tecnici – se non avessi l’impressione di bestemmiare direi meccanici (la detesto, la meccanica) – non si sarebbero mosse dalla linea di partenza se non grazie al mio fidatissimo capo officina, Salvatore M., che mi ha seguito e assecondato con una pazienza da certosino in tutti i miei tentativi, le mie richieste, le mie pretese, direi. E’ stato unico ed irripetibile. Ho imparato molto da lui, anche se dubito che sarei ancora in grado di mettere a frutto quello che ho appreso. Ma non si può mai dire.

In ogni caso, la fase di modellazione vera e propria, quella che consiste nel togliere al pezzo di legno e alla barretta di plexiglas tutte le parti che che li rendono semplice pezzo di legno e grezza barretta, e che tengono celata nell’angolo più segreto del  loro cuore l’oggetto pipa, beh, quello l’ho sempre fatto io, con raspe, lime, attrezzi vari, montati a un mandrino mosso da un motore di lavatrice in pensione o da una serie di trapani, regolarmente fusi per utilizzo troppo intenso. Spesso e malvolentieri ho tolto anche qualche pezzo di pelle o di carne dalle dita o dalle mani, ma è roba che si aggiusta e che andava messa in preventivo. Insomma, dai oggi e dai domani, sono riuscito a produrre circa 150 pezzi. Alcuni, poveretti, usciti con qualche difettuccio, grassi da una parte, magri dall’altra, stortignaccoli, con una forma un po’ indecisa.

Col tempo, però (lasciamo perdere la modestia che non ha senso quando si sente che è falsa), ho ottenuto dei risultati notevoli, sia dal punto di vista estetico, della forma e della finitura, sia da quello della bontà e del buon tiraggio. Che sembra una scemenza, ma non lo è per niente. La mia intenzione originaria era quella di costruirmi una collezione personalissima e speciale. Il caso ha voluto, però, che la faccenda prendesse inaspettatamente una piega ben diversa. Ma è materia buona per un altra pagina.

Ionnighitar

Una delle prime. Concentrato di difetti.
Ma le voglio molto bene