Legno amore mio

   Amo il legno. Da tempo immemorabile legno per me significa quella sensazione olfattiva che mi avvolgeva e mi incantava appena arrivati a Champoluc, fine anni ’50, quando ancora era poco più di un villaggio. Diciamo un paesino, non ancora paesotto, tanto meno località à la page e sulla cresta dell’onda com’è adesso.

Era un profumo misto, perfetta miscela di resina, fumo di camini, seppure estivi, sentore di cirmolo (questo l’ho scoperto molto tempo dopo), aroma di aria cristallina che scendeva dai boschi in quota. Era il legno. Era l’estate montana, era la Valle d’Aosta, era Champoluc. Primo acquisto, da effettuare religiosamente prima di qualsiasi altra cosa, un nuovo paio di sabot, visto che allora il piede cresceva di stagione in stagione. E c’era, naturalmente, l’artigiano migliore fra i cinque o sei sparsi nelle casupole di sasso del paese, spesso nei sottoscala. Pura bestemmia il solo pensare di acquistare gli stessi, identici sabot, in uno dei pochi negozi che tra prosciutti cotti, gomitoli di lana, fontina da premio oscar e guanti a muffola ti vendevano anche quelli.

Dall’artigiano era un po’ come andare in una boutique di Montenapo, immaginando per assurdo che in Montenapo ci possa essere uno che ti fa le scarpe su misura. Il mastro sabottaro (neologismo, chiedo venia), era sommerso per metà dai suoi manufatti e per l’altra metà dai trucioli. Usava tre o quattro attrezzi per modellare la parte esterna e il tacco, oltre a una stranissima sgorbia tipo trapiantatore di bulbi per scavare l’interno della calzatura. Starlo a guardare mi incantava… assistevo ad un piccolo, grandissimo, quotidiano miracolo.

La scelta era sostanzialmente obbligata. Non potevi far altro che cercare il tuo numero nella montagna di paia accatastata vicino al mastro intagliatore (ogni paio religiosamente unito da un leggero fil di ferro che impediva la dispersione dei pezzi singoli nel marasma) e poi la netta linea di demarcazione: modello da uomo, modello da donna. Eh sì. Perché se qualcuno pensa che ci fosse un solo modello unisex vuol dire che di sabot non sa proprio niente.

Scelto il paio ideale (secondo me era il paio che diceva “prendimi, prendimi”, come quando ti trovi davanti a una cucciolata e devi scegliere il tuo compagno e amico a quattro zampe), non era finita lì. Almeno per quelli che, come me, avevano una lunga esperienza e profonda consuetudine con i sabot (già nella prima infanzia) era indispensabile la cerimonia del “rinforzo”, cioè della legatura intorno all’apertura (collo del piede e posteriore) con fil di ferro fermato da due chiodi all’altezza del malleolo, per fortuna più in basso, nel legno e non nell’osso del fortunato acquirente. L’artigiano praticava una leggera scanalatura con una sega in modo tale che il fil di ferro trovasse una sede in cui far presa, lo affrancava all’inizio da un lato, faceva il giro, lo passava intorno al chiodo dalla parte opposta e poi chiudeva il “cerchio”, ribattendo i chiodi e fissando il tutto.

Questo serviva per evitare che le quasi inevitabili crepe o spaccature dovute ad utilizzo intenso, a botte, a ritiro del legno (e qui si manifestava la differente qualità dei diversi produttori), ti lasciassero all’improvviso con un paio di Sholl’s senza fascia superiore. Insomma, calzature rudi, forti, maschie, per uomini duri come potevo essere io intorno ai sei/sette anni (e oltre). Calzature che con il rinforzo avrebbero potuto resistere anche a un attacco nucleare.

Con i sabot la sola cosa che non facessi era dormire. Camminavo in montagna, giocavo a pallone, andavo in bici…. tutto quanto. Ed era motivo di grande orgoglio a fine stagione mostrare un tacco diventato quasi piatto per l’intensità dell’uso. Era un po’ come un nastrino o una ferita di guerra. Grandioso. E non parliamo dei decori fatti con la biro o con la lente di ingrandimento che pirografava al sole… opere d’arte, autentiche, irripetibili, mai eguagliate opere d’arte (mie).

Sarà quindi per questo che amo il legno? Non lo so, ma credo che tutto questo abbia avuto la sua bella importanza. Al punto da spingermi a creare in questo blog una sezione che parli del legno e di tutto, o quasi, quello che nel corso dei secoli ho realizzato amandolo e plasmandolo come se fosse malleabile. Non lo è. Anzi. Molti legni sono durissimi, ti tradiscono, si fessurano, si spaccano, ti spaccano le mani, gli utensili e anche altro… ma una caratteristica li accomuna: sono vivi. Vivi di vita e vivi di emozioni.

Ionnighitar