“Il gruppo”

In principio era il tam-tam, o i segnali di fumo tra i pellerossa. Erano i mezzi più rapidi e pratici per comunicare a distanza senza dover assoldare qualcuno per recapitare i nostri messaggi a chi di dovere. Beh, per la verità non proprio tutti i messaggi, forse erano adatti a istruzioni o comunicazioni sintetiche, ma potevano funzionare.

Potevi dire a tua moglie “butta il bisonte che arrivo” o trasmettere un segnale di richiesta di soccorso o una dichiarazione di guerra (comprensiva di insulti). Poi, un po’ più in là nel tempo, ci pensarono prima Guglielmo Marconi, poi Meucci o Bell o tutti e due, ancora non l’ho capito, e la trasmissione della parola cambiò definitivamente pelle. Con una vertiginosa escalation dovuta all’affinarsi delle tecnologie che ha visto nascere e sparire telefoni portatili delle dimensioni di una scatola da scarpe e del peso di un casco di banane, per passare a “cellulari”, che non so come sia ma sono sempre di ultima generazione e che sono diventati via via più piccoli, al punto che con un dito potevi premere tutti e dieci i pulsantini della tastiera numerica (molto pratico, in effetti), per arrivare, almeno fino a questo pomeriggio, ai tanto venerati e ambiti smartphone. Che, tu guarda a volte i ricorsi storici, stanno ingrandendosi sempre di più per consentire una visione formato cinerama ma, ad essere onesti, stanno diventando sottili come una cartina per le sigarette. Presto, sempreché non sia già realtà, avremo smartphone formato A4 da piegare o arrotolare per una comoda collocazione nel taschino dei jeans.

Ma in definitiva cosa sono gli smartphone? Sono telefoni intelligenti. Loro, sono intelligenti. Non necessariamente chi li adopera. Tant’è vero che basta andare in un ristorante, su un mezzo pubblico, guardare dentro le auto, che siano ferme al semaforo o lanciate in terza corsia sull’autostrada non fa diffrenza, per avere conferma di quanto sopra. Non necessariamente l’intelligenza del mezzo fa da contraltare ad altrettanta sensatezza di chi li ha in uso.

Però, diciamocela proprio tutta, anche chi non rompe l’anima al vicino di tavolo, non fa sapere a tutto il tram i fatti suoi mentre parla col cugino Gianguglielmo, non gioca come un alienato a candy crush e non si barda la testa con elastici così da tenere l’apparecchio in posizione per poter parlare anche mentre va in bici, anche noi “morigerati” a volte caschiamo sulla proverbiale buccia di banana.

Credo che chiunque possieda uno smartphone sappia dell’esistenza di whatsapp. Che cos’è? E’ un’app (bestemmia chiamarlo programmino) che consente di comunicare con altri utenti sfruttando la connessione internet senza gravare sui costi a consumo o in bolletta che in certi casi sarebbero rapidamente in crescita esponenziale se si ricorresse agli ormai datati sms. Il che è un grosso svantaggio, per certi versi, perché non tocca nel portafoglio i grafomani poco smart, che si abbandonano così a dialoghi chilometrici conditi dal segnalino di ricezione del messaggio. E pensare che se si deve farla tanto lunga una telefonata sarebbe la cosa più pratica. Mah. Già, dimenticavo, con questo mezzo si possono mandare anche fotografie e filmati, cosa che una telefonata in effetti rende problematico.

Whatsapp, però, offre purtroppo anche un’altra opportunità: quella di creare dei “gruppi”, cioè di coinvolgere una serie di utenti in una specie di catena di comunicazione in cui ognuno può scrivere sapendo di essere letto dagli altri e può leggere tutto quello che scrivono tutti i suoi “congruppari”. Comodo? In certi casi indubbiamente sì. Ma anche perverso se, come al solito, chi utilizza uno strumento ne abusa o perde il senso della misura. Facciamo qualche esempio? Mi baso su esperienza diretta, quindi sappiate che ogni riferimento a fatti o persone reali può essere rigorosamente provato.

Si deve organizzare una gita. Sono coinvolte più persone (a parte che se queste persone sono accoppiate a due a due e conviventi sarebbe più saggio e del tutto sufficiente inserire nel gruppo il “lui” o la “lei”. Speriamo che il cane o il canarino non abbiano uno smartphone, se no è finita). Nel prendere dunque gli accordi sulla destinazione, l’orario, i mezzi di trasporto, e tu cosa porti e come ti vesti, ma hai sentito la Marisa che ha comprato lo zaino hi-tech, eccetera, obiettivamente è più pratico scrivere un messaggio che leggono tutti e che, in teoria, non dovrebbe lasciare adito a dubbi o incomprensioni. Detto questo, però, il guaio è che poi, chissà come, ha inizio una sequela di scambi di considerazioni, contrordini, puntualizzazioni, fotografie-reportage, complimenti (magari fatti a uno che la foto l’ha scattata a un metro e venti da te), che arriva alla sublimazione quando parte la raffica dei “ma che bello”, “è stato fantastico”, “dobbiamo senz’altro replicare” e così via.

Ribadisco, sono messaggi che il più delle volte (a parte quelli iniziali) mandi a persone che non sono distanti più di sei metri da te. Alzati e cammina. Vaglielo a dire di persona, che è più incisivo. No?

Bene. Dimenticavo di dire che sono/siamo in quanto coppia stati inclusi in un gruppo del genere, per una gita in montagna prima e per una pedalata intorno ai laghi poi. Il particolare è che alla gita noi abbiamo subito comunicato di non poter partecipare. Alla pedalata ha partecipato soltanto la mia metà, mentre io da casa seguivo ogni dialogo e ricevevo immagini di repertorio a raffica. Dopo le gite una cena, alla quale non abbiamo partecipato. Dopo la cena “cosa fate oggi? Tutti a poltrire?”. Ecco. Mi ha fatto piacere essere stato considerato per l’inserimento del gruppo, per carità. Capisco anche lo spirito compagnone e di aggregazione di questa specie di comunità di amici vacanzieri, Ma alla fine il tutto si è risolto nel ricevere decinaia e decinaia di messaggi. Se li ignori pare che tu voglia stare sulle tue. Se rispondi dai la stura a una sequela di controrisposte…

Ho un problema. Grosso. E lo dico perché ho la certezza quasi matematica che i promotori dell’iniziativa non leggano qui. Whatsapp dà la possibilità, in ogni momento, di abbandonare il gruppo, di uscire dal cerchio. Ma una mia iniziativa in tal senso quanto rischia di essere scambiata per uno sgarbo o per la volontà di chiamarmi fuori? Rischia molto, temo. Quindi continuerò ad essere reso edotto degli spostamenti e delle iniziative di ogni componente del gruppo, al suono del cicalino di avviso ricezione messaggio. Amen.

Ionnighitar


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