Idea…

Lampadina-alogenaUna cosa è certa: qui bisogna inventarsi qualcosa. Oddio, non che questa si una novità dell’altro ieri o, peggio, di questa mattina, ma sta di fatto che una di quelle folgorazioni che ti illuminano di immenso è necessario trovarla. Uno dice: fa’ l’elettricista e taglia i fili dell’alta tensione con il cutter, con la u francese per le zone di Bergamo e Brescia. Eh no, non parlavo di quel tipo di folgorazione. Parlavo, invece di capire cosa fare da grande e chissà che un giorno o l’altro non ci diventi davvero, grande.

Premetto, giusto perché non venga a nessuno il sospetto che mi sia fumato il bastone di sostegno del Ficus Benjamina in plastica imitazione made in China, completo di finto muschio in moquette agugliato fine, che stavolta una mezza, no, è troppo; un quarto, forse ancora eccessivo; un centimillesimo di ideuzza allo stato larvale l’avrei. Ma parlarne anzitempo, si sa, porta una sfiga che nemmeno finire nel bel mezzo di una serata commemorativa dei Pooh. Onde per cui, taccio. Questo però non toglie che possa girarci intorno, giusto per testare le capacità residue di inanellare scemenze che, bene o male, dovrebbero costituire un ingrediente del progetto in fìeri.

E premetto anche, rischiando così di arrivare a chiudere il discorso a furia di sole premesse, una considerazione che costituisce il nocciolo della mia filosofia di vita, raggiunto, anzi direi quasi snocciolato (snocciolare un nocciolo non è impresa alla portata di tutti)  a fatica, col sudore della fronte e di tutto il resto, mitigato da sapienti spruzzate di Breeze in varie profumazioni, la sofferenza, le maledizioni e, soprattutto le scorpacciate di fegato e bile (miei) nel corso di lunghi e travagliati anni di studio, di lavoro, di dolce far niente e di tempo buttato nel, se mi si passa il francesismo, cesso.

Sintetizzando, come mi viene naturale fare e come i miei adorati lettori sanno, nonostante si siano trovati a leggere un concetto riassumibile in tre parole dipanato su settantaquattro pagine e nove righe, facendo bilanci (ah, i maledetti bilanci) e cercando di riflettere sulle mie scelte didattico/professionali, oltre che su cosucce e coseruole di nessun conto ma comunque di contorno, mi sono formato la profonda convinzione del seguente concetto. Che, essendo di animo oltremodo generoso, consento venga assimilato, analizzato e fatto proprio da chicchessia. Vediamo.

Ogni volta che ho preso una decisione o, più correttamente, operato una scelta, basata sulla logica, sulla ragione, sul “è la cosa più sensata”, sul “razionalmente è questa la cosa giusta da fare”, com’è, come non è, mi sono trovato a maledire quella medesima scelta per anni, lustri, decenni e, se fossi tartaruga o pianta di ulivo, potrei dire, centenni (centenni? O centinaia d’anni? Boh, fa lo stesso perché ci siamo capiti ugualmente). Una prova concreta? Vado. In senso lato potrei definirmi un collega del cosiddetto e sedicente professor (minuscolo) monti (ri-minuscolo). E non facciamo dello spirito sul fatto che io abbia un loden, peraltro blu e non verde, che si trova per giunta chiuso nell’armadio, sempreché non sia stato aggredito con manovra a tenaglia da un esercito di tarme. In effetti è qualche tempo che non gli faccio nemmeno prendere aria. No, no. Io parlo della BBBBBoccooooni. La mitica, sacra, iperincensata, prestigiosa, esclusivissima università BBBoccoooni.

Ma chi me l’ha fatto fare, dico io. In realtà, nessuno. Io. Lo scemo sono io. Non voglio dire di averla scelta per poter stabilire il record di convivenza studiorum con il mio amico Piero, dalla prima alimentare all’ultimo giorno dell’esperienza universitaria. Anzi, direi che forse forse se la motivazione fosse stata quella sarebbe stata più intelligente e tutto avrebbe potuto andare meglio, non avendo basi logiche né opportunistiche. Invece no. Quelle materie, che mi stavano sul gozzo più o meno come mi ci stanno ora, perché ben poco hanno di creativo, sarebbero state l’unica alternativa allo studio dell’ingegneria meccanica per il lavoro che, per logica, sarei andato di lì a poco ad affrontare.

Ora, senza tirarmela perché non credo si aun vanto, ma io ho nel mio DNA una vena creativa. Magari creerò solo scemenze, partorirò idee o tangibili oggetti di genere il più disparato e di grande schifezza, ma resta il fatto che ho da essere creativo. Punto. Appunto. Quindi, ditemelo voi, tra l’andarsi a studiare le materie economiche e il diventare esperti di meccanica, oleodinamica e lavorazioni per asportazione di truciolo, metallico come aggravante, cosa avrei dovuto fare? Lo dico? Che ne so, Architettura? Un accidente che se lo porti e mettermi a studiare musica, disegno, design per i più fighi o autoeleggermi scultore? E chi lo sa.

Non so, me lo sono chiesto troppe volte e ormai è del tutto superfluo, se una scelta del genere avrebbe gettato nello scompiglio almeno una particola della famiglia (detta così sembra più che altro Famiglia Cristiana). Obiettivamente, la cosa migliore da fare sarebbe stata quella di strafregarmene di quello che avrebbero potuto dire o pensare (e che oltretutto erano solo mie elucubrazioni fondate sul nulla) e cercarmi una strada più confacente. Invece no.

Che fare, se non andare a impugnare le redini di un’aziendina di famiglia lasciata in balìa di estranei nullafacenti e anche discretamente incapaci? Disonesti non lo posso dire. Pensarlo sì, però. Che fare? Andare, buttarcisi a pesce. E siccome, ve lo ricordo, dovevo dare afflato alle mie tendenze creative, di cosa poteva occuparsi la sunnominata aziendina? Ma di meccanica, che diamine. Puzza di olio lubrificante e di raffreddamento, trucioli di acciaio minuscoli che ti trasformavano in un battibaleno un paio di scarpe normali nei polacchini della “cosa”, la creatura del Dott. Frankenstein, avete presente? E poi, diciamocelo, ma ci pensate alla soddisfazione di veder nascere da un tondino di ferro una lama di cacciavite a croce, oppure poter controllare la tolleranza centesimale di una tornitura? Piaceri che difficilmente potrò gustare ancora.

E che ho soffocato, in mezzo alle critiche e scuotimenti del capo di qualcuno che mi considerava un povero demente, ostinandomi a fabbricare, partendo da un pezzo di legno e da uno di plexiglass, una pipa dopo l’altra, per quasi duecento volte. Creandomi una dotazione privata ed esclusiva e, guarda un po’ il caso, finendo anche ad ottenere l’apprezzamento di uno dei più importanti e blasonati commercianti di pipe di Milano, per non dire d’Italia. A questo punto che fare? Ovvio, continuare a produrre utensili per la nostra cara, amata, fiorente industria.

No. Stavolta no. Ho imparato, abbandonando i miasmi della meccanica, che si poteva campare dignitosamente anche facendo grafica senza mai averne letto nemmeno un manuale per disadattati. Ci ho campato vent’anni. Alla faccia della logica e della razionalità. Questa volta mi è scattata una nuova lampadina. Promettente? Non lo so. Azzardata? Lo ignoro. Eccessivamente ottimistica e assolutamente fumosa? Peut etre (non trovo la cediglia). Le idee, chissà perché, vengono rappresentate da lampadine. Una volta erano idee a filamento di tungsteno. Oggi ci sono quelle a led, quelle a basso consumo, quelle alogene che se non stai attento ti riducono il cristallino come una frittatina, per giunta un po’ bruciacchiata. Sarà di buon auspicio? Non lo so. So per certo che non presenterò domanda di assunzione in banca. Anche perché non credo che mi prenderebbero. Staremo a vedere.

Ionnighitar


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