I sogni

Domanda da un miliardo di euro (o franchi, o dollari, o quello che vi pare…): i sogni (quelli ad occhi aperti) è meglio lasciarli nascere, correre, viaggiare, o forse non sarebbe meglio metterli a tacere in quanto fonte frequentissima di dispiacere, disillusione, senso di fallimento? Lo so che è una domanda tosta. Ma se ci pensate bene non è così assurda.

Il luogo comune vuole che ci debbano essere i sogni, e che guai se non ci fossero… Saremmo piatti come una teglia per pizza, aridi come un appezzamento nel sahara, tristi come qualcuno che conosco ma non voglio nominare. Però, per la miseria, posso dire che a volte, quando lasci che i sogni affiorino e si scontrino con la realtà delle cose, è come mettere la faccia a un palmo dalla macchina degli schiaffi e cominci a lasciarti gonfiare le guance (guance o guancie? boh…) finché per sfinimento non fai i salti mortali per cancellarli, i sogni?

Perché questa considerazione? Spiego. Ma devo fare una premessa che chi ha letto il blog da quando era in fasce già conosce e potrebbe risparmiarsi. Ho, certamente, uno spirito più creativo che tecnologico. Amo infinitamente di più disegnare una schifezza o scolpire una porcheria in un pezzo di legno che non applicare la mente a problemi di alta, bassa o infima finanza, piuttosto che agli aspetti della commercializzazione della lana di puzzola. E sto sul vago, apposta.

Credo che queste siano predisposizioni naturali, contro le quali non ha senso battersi. Certo, ciò non significa che uno per forza debba votare la propria vita a quello per cui si sente più portato… magari fosse così. Come si dice… bisogna fare di neccesità virtù. Anche se a volte, per un complesso di motivi intricati e complessi questo è piuttosto indigesto, o doloroso. Oserei dire straziante se non temessi di essere tacciato di tragicità. Però, lasciatemelo dire, si può soffrire profondamente, anche in silenzio, se ci si deve adattare a fare qualcosa per cui non ci si sente portati, qualcosa che si sente anni luce lontano dalle proprie corde. Direi… dai propri sogni.

Vengo al dunque.  O meglio, alla scintilla che ha provocato questa serie di riflessioni. Partendo da una predisposizione d’animo che non potrei definire delle migliori, ma non posso nemmeno qui scendere in particolari, questa mattina mi è capitato di fare un giro a piedi con Ch., F. ed A. , la mia ragazza e i miei cognati (/ata e /ato) venuti a trovarci per provare l’ebbrezza delle domeniche di socializzazione ideate da quel genio irraggiungibile del nostro sindaco (esse minuscola, come lui).

Visitato il mercatino delle pulci della domenica a porta Genova, la pioggia ci ha spinti a portarci anzitempo verso casa, ma siamo risaliti lungo la sponda del Naviglio Grande, oggi purtroppo in secca, e ci siamo infilati a tratti in qualche cortiletto che solo qui credo si possa trovare. Lì, il dramma. Il sogno. Il tarlo.

Chi non ha mai visto cortiletti simili si immagini spazi di acciottolato su cui si affacciano case a ringhiera, ballatoi, e si aprono al piano terra portoni di sapore antico, una volta probabilmente stalle o magazzini. Tutti, ovviamente, oggi ristrutturati, rimessi a nuovo ma con gusto sapore e rispetto del passato. Ogni porticina, ogni portone, ogni pertugio è un atelier di pittura, uno studio di acquerellista, un negozietto di oggetti strani e ricchi di fascino. Però, e questo non l’avevo mai notato, ci sono anche studi estetici (seri), piccoli negozi di abbigliamento… insomma un po’ di tutto. E qualche spazio ancora disponibile, in affitto.

Visto che due più due fa sempre e solo quattro, mi sono ritrovato immediatamente a sognare. Ad immaginarmi sistemato in uno di questi spazi affascinanti, con i soffitti a volte, con le travi a vista, magari con un caminone sempre acceso, a lavorare di sgorbia, di lime, a intagliare, modellare, scolpire…

Ho immaginato di riprendere la mia vecchia passione per le pipe con l’aggravante di non fumarle più, ma senza per questo amarne di meno le forme, la sericità, l’armonia delle forme. Ho sognato, sì, ho sognato, di riprodurre una cravatta come questa che accompagna il post e che ho intagliato una vita fa. Ho desiderato riprodurre i finti libri in legno, la penna stilografica con il pennino a vista, sempre di legno, la cassetta della posta come quella che ho appeso nell’ingresso di casa mia.

Mi sono visto impolverato, pieno di trucioli, con le mani doloranti ma con il cuore gonfio di gioia e di voglia di fare, di vivere, di dare e di fare qualcosa di nuovo, di bello, di unico. Sono arrivato a sognare che i miei amici più cari, come succedeva poco tempo fa, passassero a sorpresa a trovarmi, anche solo per un saluto, anche solo per berci un caffè e dirci un paio di scemenze a testa. Ho sognato.

Ecco. Non l’ho detto. Me lo sono tenuto per me. Il perché non lo so ma me lo sono tenuto. Forse perché so che non succederà mai. Forse perché so che mi darebbe più gioia e piacere di una vincita improvvisa. Forse perché so che non avrei mai né il coraggio né le possibilità per cercare di realizzare questo sogno. Ma quell’ambiente, quell’atmosfera, quei portoni ed i soffitti a volte mi hanno stregato, mi hanno spinto involontariamente a lasciarmi andare al sogno.

Sono passate parecchie ore, adesso. So quanto, soprattutto domattina, sarò lontano da questo sogno. E mi sto chiedendo se l’aver indugiato e lasciato andare la fantasia sia stato un bene o un male. Una mezza idea ce l’ho… Sognare è bello, certo. Senza sogni si muore.  Ma se si indulge ai sogni come ho fatto io si rischia grosso. Se non altro si rischia di soffrire, sapendo quanto siano lontani, capendo quanto siano belli e proporzionalmente irrealizzabili (i miei, almeno). E allora, anche se so che è una fesseria, credo che per un po’ eviterò di ripassare di là. So che è triste. Ma quanto masochistico sarebbe continuare a coltivare un’illusione che pur attraente può soltanto farmi sentire il peso di tutta una lunghissima serie di errori che mi hanno portato dove sono e non dove magari avrei potuto essere?

Non c’è più il tempo per rimediare. Che piaccia o no. Il tempo passa, corre, fugge. E quando capisci che tante cose avresti potuto affrontarle o gestirle diversamente è troppo, davvero troppo tardi. Non si può che accettarlo, e ricominciare da capo domattina, sia quel che sia. E lì un’altra domanda mi viene spontanea: è meglio avere rimpianti o rimorsi? Possibile che non ci siano mai domande più terra terra?

Ionnighitar


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