I have a dream

Corre voce (quasi quasi la confermo io) che dopo un tot di anni l’animale uomo (quindi vale per il gentil sesso e per quello meno gentile, spesso rozzo) cominci a subire un lento processo di decadimento – per non dire degrado – e che molte delle caratteristiche, anche funzionali, degli anni migliori vengano poco a poco a scemare. Non che per questo diventino scemi. Non tutti per lo meno. A questo proposito, parecchi partono avvantaggiati perché scemi lo erano anche in età precoce.

Che succede dunque? Beh, se vogliamo cominciare dall’alto, si può andare incontro a uno smarrimento tricotico, detto anche caduta dei capelli. Riguarda, per fortuna, quasi solo i maschietti e, ancora più per fortuna, non tutti indistintamente. Ma, bene o male, è difficile negare il fatto che, se ci prendessimo la briga di contarli, a tot anni non avremmo più lo stesso numero di capelli che avevamo intorno ai vent’anni. Forse questo è uno dei motivi che spinge molti giovani, non necessariamente rampanti, a rendersi prematuramente rapati. In sostanza, se eliminano a mezzo tosatura tutte le loro chiome non sono costretti a vivere il dramma della progressiva ma inesorabile incipiente calvizie. In altre parole, una volta completamente calvi perché le foglie son cadute manco se ne accorgono: si erano già calvati da soli per ingannare la natura e i suoi piccoli dispetti.

Se non cadono, però, i capelli sono inesorabilmente destinati a mutar colore. Si passa così da castani più o meno scuri o biondi decisi a miscugli elegantemente definiti sale e pepe che mostrano, a seconda dei casi, una proporzione di miscelazione tra l’uno e l’altro estremamente variabile. Per chiarire, in effetti non è che i capelli perdano colore, ma più semplicemente cadono per far posto ai nuovi arrivati che hanno deciso di crescere candidi. Dicono che l’uomo brizzolato incontri. Mah, se si tratta di incontrare coinquilini o altri avventori al bar per il caffè di metà mattina mi succedeva anche prima, a dirla tutta. Non so se adesso gli incontri si siano fatti più frequenti o più cordiali.

In questo campo le signore, bisogna ammetterlo, sono avvantaggiate rispetto ai loro compagni o presunti tali. Possono tingersi senza destare ribrezzo o rendersi insopportabilmente ridicole. Per carità, a voler cercare c’è anche la signora un tempo castano medio che improvvisamente diventa rosso Tiziano con riflessi che vanno dall’arancio all’amaranto. O che improvvisamente diventa biondo platino spiazzando i famigliari che sulle prime pensano di ritrovarsi a cena un’ospite sconosciuta e poi realizzano essere sempre la stessa moglie o madre. Ma, a parte i casi estremi, una donna può andar serena indossando la sua nuova tinta senza imbarazzo né timori. Fatto salvo il caso di quella maledetta ricrescita che, pur con tutta la comprensione che merita, trasmette immediatamente un’impressione di trascuratezza o di disagio esistenziale.

L’uomo no. Scusate l’intransigenza, ma l’uomo non può, non deve, nemmeno immaginare per scherzo, di ricorrere alla tintura. Se escludiamo l’ipotesi di un tizio che si tinge e poi emigra, tagliando tutti i ponti col passato e troncando ogni rapporto di amicizia e parentela, che allora può spacciarsi per biondo dalla nascita anche se rosso in gioventù e grigiastro fino al giorno prima, un uomo tinto suscita immediato sgomento. Lo si vede, per la miseria. Si capisce, si nota. Non ne esce bene. Lasciamo perdere poi due casi estremi: quello della tinta mogano, adattissima per un trumeau vittoriano ma inesistente nella gamma dei colori che la natura ha messo a disposizione del genere umano e il nero-nero. Riconoscibile anche al buio. Inguardabile. Oserei dire repellente. Ecco, una cosa sola forse è peggio di queste due: il mogano o il neronero con la ricrescita. Da deportazione. Vade retro. Non toccherò l’argomento parrucchini perché ho l’animo gentile.

Detto questo e stabilito che per oggi non riuscirò a scendere oltre il cuoio capelluto nella disamina dei danni subiti da chi è diversamente giovane, perché come al solito ho divagato oltremisura, mi riprometto, se ispirato, di riprendere l’argomento evitando, ove possibile, gli aspetti più scabrosi e imbarazzanti.

Ma devo, questo sì, arrivare al punto cui miravo. Tra le altre inevitabili magagne, un calo progressivo della vista, si sa, ci aspetta tutti al varco. Beati i miopi perché saranno vedenti. Grazie alla compensazione della presbiopia. Per gli altri… saranno cavolacci loro. Si comincia col leggere a fatica il giornale, non parliamo delle clausole delle assicurazioni e delle banche, poi ci si accorge di strizzare gli occhi per leggere quasi tutto quello che ci si presenti a distanze inferiori al metro. Poi due. Poi tre… Quando vedi che della televisione vedi a malapena i contorni ma devi vagamente immaginare cosa stia trasmettendo, basandoti sul sonoro e sui dialoghi, è ora di ricorrere a un aiutino. Se interviene anche, come succede, un pur lieve calo dell’udito… beh, tutto non si può avere, no?!

Vengo al dunque, e sintetizzo. Non ridete, ho detto sintetizzo, che c’è da ridere? Scena-tipo: uno, metti me per dire, tutto contento si appresta a farsi la sua bella doccia calda (d’estate si consiglia tiepida). Apre la porta della cabina, entra. Preferibilmente dopo aver fatto scorrere l’acqua finché non sia sopportabile. Si bagna, caccia la testa sotto il getto, felice. Ah, dimenticavo, questo discorso decade completamente se siete o vi siete resi calvi. Saltate al prossimo post. Bene, si diceva, il nostro eroe, cioè io, si appresta, prima di prendere il flacone del proprio docciaschiuma preferito, a farsi un ricco shampoo. NO. Nossignori. Non so negli altri bagni, ma nel mio c’è una doppia mensola d’angolo che trabocca, solitamente, di flaconi e flaconcini, bottiglie e bottigliette di ogni genere e colore. Balsamo, rinforzante, rigenerante, cura antistress, di tutto e di più. Anche shampoo, forse. Ma dove? Quale? Come distinguerlo?

Come? Dite che basta leggere? Allora, io in genere non faccio la doccia con gli occhiali. Secondo, sul novantasettevirgoladuepercento dei flaconi ci sono trecento scritte, dalla marca a qualche frase ad effetto tipo “riflessi d’oro” o “morbidi come la seta”. Probabilmente c’è anche il numero di telefono della zia di chi ha imbottigliato l’intruglio. E poi, piccolo, ma piccolo, ancora più piccolo, c’è scritto il nome comune che individua il prodotto contenuto: shampoo, o balsamo, o cheildiavoloviportidovemeritate. Ecco. Tutto qui.

Ecco perché ho un sogno. Perfido. Vorrei prendere i signori che progettano i flaconi. Per meglio dire gli esperti di packaging, i grafici. In senso lato miei colleghi di sventura. Imbecilli (non in questo senso colleghi). Vorrei metterli uno dopo l’altro, in fila, a farsi una doccia comprensiva di shampoo. E sulla mensola, in mezzo a trentadue flaconi tutti uguali, stessa forma, stesso colore, uno solo con lo shampoo. E gli altri contenenti senape, vinavil, pasta d’acciughe, cera liquida per mobili o pavimenti, olio lubrificante. Scelgano. Ah, dovevo dirlo che i flaconi sarebbero, ovviamente, totalmente privi di scritte o indicazioni? Idioti. Diventerete presbiti. E allora riderò.

Ionnighitar


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