Happy birthday

Oggi ho aperto il blog. Dopo un sacco di tempo, è vero.
Ogni tanto va controllato, ci sono aggiornamenti da fare, la polvere e le ragnatele da togliere, insomma tutte quelle operazioni che lo mantengono più o meno in efficienza e con un aspetto decoroso.
Appena aperto, mi sono accorto di un messaggio che mi aspettava e, dato che ormai ho lasciato a stecchetto i miei avidi lettori da tempo immemorabile, mi chiedevo chi mai avesse potuto scrivermi qualche appunto.
Non era un lettore, appunto. Si trattava nientepopodimeno che dello staff di WordPress, mio ospite a titolo gratuito dagli albori a un anno fa esatto, quando presi la storica decisione di aprire uno spazio tutto mio e di registrare un dominio che non abbia indirizzi, sovraindirizzi o sottoindirizzi che non siano quelli delle polpette.
Beh, e per quale motivo mi scriveva WP? Per farmi gli auguri. Sembra (mi fido sulla parola) che siano passati ben cinque-anni-cinque dai miei primi timidi tentativi di dar voce per iscritto (una specie di ossimoro) a tutto quello che mi passava per la testa.
Chi l’avrebbe detto? Fischia se passa il tempo! Che fosse un anno da quando esiste polpetteditaccuino.com lo sapevo, perché avendo dovuto versare il pur contenuto obolo annuale (ma sempre di obolo si tratta) mi è stato chiaro che fossero passati ben dodici mesi.
Ma i cinque anni… suvvia… Possibile che sia riuscito a imbastire scemenze per un tempo così lungo? Boh, si vede di sì.
Poi, devo ammettere, aprendo il blog e vedendo sempre il rotolo della carta igienica finito mi sono sentito un po’ in colpa.
Prima di tutto perché era un controsenso il sostenere di voler tenere in ordine e decenza il posto, per poi lasciarlo sguarnito di un accessorio tanto importante. Poi, diciamocelo, anche se l’immagine a suo tempo aveva un suo perché, non era francamente molto elegante. Almeno a lungo termine.
Quindi mi son detto: “Visto che l’immagine va cambiata, visto che si deve celebrare almeno idealmente una data importante, visto che quest’anno mi sono addirittura dimenticato (non è vero, ma non c’era la spinta giusta) di buttar giù due righe per il mio, di compleanno, vediamo di dare una rinfrescata e mettere qualcosa che con le celebrazioni abbia una qualche attinenza”. La risposta più semplice, va da sé, era una bella torta. Senonché a me i dolci è difficile che piacciano granché. O meglio, tra un dolce e qualcosa di buono e salato non c’è concorrenza. Quindi…
Quindi ho fatto uno più uno più uno fa tre ed ecco che mi sono inventato l’orecchia d’elefante dotata di candeline. Ah già, vi chiedete quale sia il terzo elemento dell’addizione? Spiego. È l’intenzione di andare a provare prima o poi un ristorantino che credo sia abbastanza nuovo (non sono un gran frequentatore) aperto vicino a casa mia. Non vi dico come si chiama perché, dato che è abbastanza piccolo, non vorrei non trovar posto perché vi ci siete fiondati voi costringendomi a ripiegare su qualche immonda pizzeria cinese. Sta di fatto che ha in lista, appiccicata alla vetrina, un lungo elenco di supercotolette, orecchie d’elefante, appunto, che mi attraggono già sulla carta. Anche se so già che, se davvero dovessi andarci, sceglierei la versione originale, senza fronzoli, senza fantasiosi rimaneggiamenti o abbellimenti. Perché la cotoletta è la cotoletta. E basta. Non mi ci mettete nemmeno lo spicchio di limone perché mi ingombrerebbe il piatto e basta.
Un vantaggio da non sottovalutare di questo ristorantino (occhio, perché dicendo così ho già mezzo svelato il nome del locale) è che lo posso raggiungere a piedi, senza dover spostare la vettura che ormai sarà per metà sprofondata nell’asfalto per il troppo frequente uso. Oltretutto va a finire che mi dimentico dove l’abbia parcheggiata.
Salterei di palo in frasca o, per essere più precisi, di vitello in pollo, per fare una segnalazione a chi ogni tanto, come me, si lasciasse prendere dal desiderio di sperimentare in cucina. Lo faccio perché voglio evitarvi amarezze, delusioni, fatiche e smoccolamenti. Tu guarda se non sono di animo gentile!
Allora… a suo tempo, quando si andava a cena dalla zia, che spesso e volentieri attentava alla nostra salute rimpinzandoci come tacchini per il thanksgiving day, c’era un piatto davanti al quale perdevo completamente il senso della realtà e della misura nonostante i migliori propositi espressi quando ancora eravamo sull’ascensore. Le costolettine di pollo. Alla milanese.
Mi sono sempre chiesto, pur non avendo grandi competenze nell’anatomia animale, da dove diavolo arrivassero, dato che il pollo non possiede una cassa toracica dotata di costole come, per esempio, il cinghiale. Troppo facile rispondere che arrivavano dal macellaio. E soltanto da qualche ricercatissimo e ricchissimo macellaio. Lui, per la miseria, che polli allevava per ottenere quel risultato? In casa ci siamo consultati spesso sulla questione, stabilendo con una certa sicurezza che si trattasse di fettine di petto di pollo nelle quali con pazienza e perizia fossero stati inseriti ossicini leggermente ricurvi, atti a fare da “manico”.
Tutto questo fino all’altro giorno quando, parlandone con lo chef di casa che aveva preso in considerazione di prepararle come curiosa novità e particolarità per il quasi neonato locale-bis bolognese, salta fuori con una discreta sicurezza ad affermare che di ali di pollo sapientemente acconciate non può che trattarsi. Ali? Ma scherziamo? Avete presente come son fatte le ali?
Quelle erano minicotolettine, non ci son santi! Per sciogliere questo genere di dubbi, rendiamocene conto una volta per tutte, abbiamo oggi uno strumento impagabile: Internet. Ci trovi di tutto, sempre. La sola cosa un po’ complessa, a volte, è scegliere la giusta chiave di ricerca. Ma ci trovi tutto. Comprese le alette di pollo sapientemente acconciate a diventar costolettine, mannaggia.
Quindi? Che fare? Buttarsi? Lasciar perdere? Accendere un mutuo e, col tempo, andare a mettersi in coda fuori dalla vetrina dell’ormai stramiliardario macellaio? Non scherziamo. La parola d’ordine è “do it yourself”. Non sarà poi così impossibile, no?
Ecco dove volevo arrivare. Impossibile, no. Facile, nemmeno. Lasciate perdere, come forse farò io dopo il primo sudatissimo e stentatissimo tentativo. A meno che non abbiate a disposizione mezzo pomeriggio per preparare ogni costolettina. Se non altro non fatelo mai quando avete ospiti. Ora che avrete finito l’ultima, la prima avrà assunto una colorazione verdastra tipica della carne putrefatta. Chi lo sa… Ritenterò con maggior successo o archivierò quello delle costolettine della zia come uno dei più sublimi e indimenticabili ricordi culinari? Ve lo saprò dire. Forse.

Ionnighitar


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