Gnothi seauton

Gnothi seauton

Chi l’ha inventata? C’è chi dice Talete, uno dei sette savi, dal momento che l’ottavo (io) doveva nascere parecchio tempo dopo. C’è chi ne attribuisce la paternità a Chilone, per la verità più vicino a me quanto a stazza, se partiamo dal presupposto che “nomen, omen”. Alla fin della fiera, comunque, questa espressione riassume l’insegnamento di Socrate. Sì, vabbè, ma chevvordì? Uffa, vuol dire “conosci te stesso” e implicherebbe anche il concetto che “se conosci te stesso conosci anche l’Universo e gli Dei”. Il motto, per inciso, è inciso sul tempio dell’Oracolo di Delfi. Che è uno che quanto a conoscere e a rilasciare scampoli di verità o di conoscenza non scherza un accidente.

In sostanza il detto può essere intrepretato in parecchi modi. E io sono del parere che come qualsiasi altra cosa ognuno abbia il diritto di interpretarlo come gli pare e piace. Questo ovviamente non si può applicare a frasi tipo “non sputare per terra”, “non sparare sul pianista” o “non farla fuori dal vaso”. Anche se quest’ultima credo non sia scritta da nessuna parte. Forse nelle toilette dell’Autogrill, che peraltro non frequento molto.

Io, qui, oggi, adesso (ho preso in prestito tre parole di un verso de “Il tempo di morire” di Lucio Battisti, quella che comincia con «Motocicletta 10 HP» o, come qualche distratto cantava: «Motocicletta, riesci a capirmi». Da non commentare) ho pensato di ispirarmi a quel gnothi seauton per un altra faccenda. Sempre ispirata a quella strana situazione di limbo psicologico in cui da tempo mi pare di essere circondato. O di galleggiarci dentro, che è poi quasi lo stesso, con la differenza che le volte che non galleggi ti pigli delle sorsate di…. delle sorsate di roba non buonissima che avresti fatto a meno volentieri di ingollarti.

Semplifico, sempre che ci riesca. Ho già detto e non mi ripeto (falso come Giuda) che ho purtroppo perso entusiasmo per tante piccole o grandi cose. E che questa perdita mi logora, mi addolora, mi ferisce, mi sfinisce (eh, sì, cosa volete, se son poeta son poeta anche quando non lo faccio di proposito).

Insomma, l’altra sera stavo pensando a queste non-più-passioni, a l desiderio di risvegliarle senza riuscire, all’apatia che mi si vernicia addosso mio malgrado soprattutto quando penso alle belle cose che mi piacerebbe fare (parlo di lettura, di musica, di disegno, di… di passioni). Non mi sono mai stato dedicato, se non senza entusiasmi, alla filatelia. Non mi ha mai acchiappato in modo particolare lo studio dell’astronomia, della geologia, dell’evoluzione della razza, né umana né canina, né di qualunque altra.

Facendo pubblicamente outing della mia ristrettezza di vedute e della mia ignoranza (più grassa che crassa direi), non sono mai stato un divoratore di libri di storia, un viaggiatore né da atlante né da mappamondo, figuriamoci se avrei potuto diventare un globetrotter. Occhio, non sto rimangiandomi il piacere dichiarato del camminare, del guardarmi in giro, del passeggiare, del fare “walking” giusto per tirarmela un po’. Ma anche se mi è rimasta addosso un po’ di farina di cultura che il liceo che non avrei voluto fare e che ringrazio il cielo (e il mio papà che mi ci ha spinto a viva forza) di aver frequentato, non mi definirei né un topo di biblioteca né un ricercatore della verità assoluta, né un filosofo o uno studioso tout-court.

Detto questo, come succede sempre nei miei voli pindarci, che diavolo c’entra tutto questo con il gnothi seauton del titolo? Sono diventato un socratico? Voglio fare l’oracono, anche se non a Delfi. Ho chiara la risposta (ovvio, se non l’ha chiara l’oracolo chi ce l’ha?). NO. Nè socratico né scettico, né discepolo di Krishnamurti. Ma mi sono dato, cercando di guardare dentro me stesso (in senso figurato intendo) una spiegazione a quel senso odioso di mancanza di qualcosa, di incompletezza, di perdita di qualcosa che c’era e non trovo più.

E l’ho sentita chiara, questa faccenda, mentre poche sere fa assistevo a uno special in tibbù su Lucio Battisti. Che con me non c’entra un fischio, ma che mi ha fatto capire il nocciolo, il quid, anzi, per essere forbito, direi quasi il why e il because. Ho bisogno, ho una necessità che rasenta l’esigenza fisica, di sentirmi creativo. Di fare qualcosa che porti in sé traccia di me. Per non ripercorrere tutta la carriera, quando mi sono sentito bene? Quando scolpivo le madonne e i frati col coltellino svizzero (nel legno, non è che cercassi frati e madonne da seviziare a mezzo lame).

Quando mi sono deciso a creare, prima disegnandole poi facendole nascere da un pezzo di legno e da uno di plexiglas che si univano e si sposavano, le quasi duecento pipe che ho creato. Quando ho dipinto i miei pur scadenti o elementari quadretti a olio, le quattro scemenze ad acquerello, i disegni a matita e a sanguigna che ho in casa e che ho schiaffato anche in questo blog. Lì, facendo quelle cose, guardandole, sentendole mie, lì so di essere stato davvero me stesso. So di essere stato gratificato dal semplice fatto di averle realizzate.

E questo è valso anche quando ho costruito il nostro lettone poco prima che ci sposassimo (e ancora regge, a dispetto dell’aumento di carico), quando ho costruito la libreria, quando ho scolpito la cravatta, la penna stilo, i libri, la cassetta delle regie poste… Devo andare avanti?

E poi, la musica. Santa musica. Divina musica. Ho sempre amato ascoltarla fino allo sfinimento, mentre studiavo e mentre mi facevo le pulizie del naso a spazzacamino. Ma questo amore è aumentato a dismisura suonando, sentendomi tra le mani la mia chitarra, le mie chitarre, che qualche imbecille non capisce quale valore possano avere per me anche se non sono chitarre da migliaia di euro. Ignorante, rozzo e, direi quasi, poveretto te che non capisci. Io ho capito. Poco, pochissimo, ma ho capito.

E l’altra sera, dopo lo special su Lucio, prima di dormire, ho preso l’I-Pod, ho ascoltato tre volte l’unica e sola canzone (“il pezzo”, per fare gli splendidi) che, ha cullato e accolto sulla musica del grande Fabio, le parole che ho scritto io. Parole semplicissime, più che elementarissime, magari banali ma chissenefrega. Sono mie. Sono un piccolo pezzo di me, che rimane, che ormai è lì, scolpito in una specie di lastra invisibile, e vaga nell’universo. Magari con un solo ascoltatore. Ma è roba mia. E, mi spiace doverlo ammettere, ma mi dà più soddisfazione di quanta me ne darebbe redigere un bilancio di esercizio o chiudere una trattativa di vendita per centoventi chili di viti autofilettanti del 2,5 per 4. Ho sbagliato… ho detto mi dà più soddisfazione. Dovevo dire che me ne darebbe. Perché per mille motivi non trovo più le occasioni che mi lascino giocare con la mia creatività. Ingabbiata. Ed è molto triste. Per me, almeno.

Ionnighitar


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