Friends

Che pignoli!!! Lo so che ho già scritto un post sull’amicizia. Sono un po’ rimbecillito e preda della demenza senile ma non al punto di non ricordarmene. Eppure capita che un argomento valga la pena di essere ripreso, rispolverato, ribadito. Anche per se stessi, anche per gioirne o rifletterci o arrabbiarsi di più e caricarsi, anche solo per fare una specie di TAC a un concetto e cercare di capirlo e penetrarlo meglio (si spera) di quanto si sia fatto in precedenza. Magari, molto più semplicemente, per sottolinearne aspetti differenti, complementari e non immediatamente colti ad una prima scansione.

Siamo partiti bene, c’è poco da dire. Ho riletto e non ci ho capito un accidente, io che so a cosa mi riferisco. Mi immagino come sia preso e affascinato chi mi legge senza ancora avere immaginato dove io voglia andare a parare (a proposito, che c’entra il parare? Non si potrebbe dire dove io voglia andare a battere un corner, fare un passaggio, tirare in porta, battere un rigore?). Misteri di un Paese, di una lingua, di una cultura (ehm…. cultura… si fa per dire) basata sul pallone. Va sempre a finire tutto lì, nel pallone. Accidenti, mi sono perso, non so più cosa stavo dicendo… sono finito nel pallone. Appunto.

A volte mi chiedo se il mio rifiuto, la mia crisi di rigetto nei confronti del fussball sia dovuta più al martellamento mediatico cui siamo sottoposti senza pietà, se al fatto che ormai non c’è giorno che non si debba sentir parlare di campionato, Coppa di qui e Coppa di là, amichevoli, nazionale, recuperi e chi ne ha più ne metta, o piuttosto da quella sudditanza penosa e tutta italiana nei confronti di termini, espressioni o, peggio, neologismi finto-esteri che infarciscono i discorsi che gravitano in torno al calcio. A partire dal famoso e deprecabile mister, per passare al penalty, all’assist, a tutta una sequela di idiozie che forse fanno sentire più nobile e degno di venerazione uno sport che non considero più sport. Ma indegno spettacolo basato, tanto per cambiare, sulla produzione di lucro. In fondo, però, chissenefrega, visto che volevo parlare di amicizia?

In questi ultimi due giorni ho avuto un piacere grande, che è stato quello di incontrare persone che ritengo essere amiche amiche amiche. Non che l’abbia scoperto nelle ultime 48 ore, ma come dicevo, ho colto qualcosa che non sempre si prova, pur passando una serata o una giornata intera in compagnia di qualcuno di cui da sempre ci si considera amici. Se faccio un esempio pratico forse riesco ad essere più chiaro. Venerdì abbiamo assistito al concerto di un amico pianista per passione e, purtroppo per lui e per noi non per mestiere. Emozionantissimo. Piacevolissimo. E, dato che mi aveva incaricato di diramare inviti, l’ho fatto. C’erano amici insieme a noi. Coppie di amici. E lì ho avuto una prima rivelazione. Con qualcuno ti senti… a casa, direi. Più sciolto, più in sintonia, più… se dico più sereno, soprattutto dati i tempi, sarà esagerato? Beh, lo dico lo stesso. C’erano, si sentivano, io per lo meno, sentivo differenze. E ne avevo bisogno.

Ieri sera poi, siamo stati a cena da altri amici, non di lunga ma di lunghissima data e… non posso più considerarli amici. Come c’è stato modo di dirsi reciprocamente tempo fa, sono famiglia. Ci fanno sentire famiglia. Ma un tipo di famiglia che non è quella che dipende dalle iscrizioni all’anagrafe o ai legami di sangue. E’ diversa. Profondamente diversa. E’ un tipo di familiarità che non si può esprimere, descrivere, spiegare. E’ un legame invisibile fatto di pensieri, sentimenti, affinità e reciproca tolleranza e comprensione.

E’ da ieri che ci penso: appena arrivati, dopo i convenevoli del caso, mi sono trovato a tu per tu con il “padrone di casa”. E dal profondo del cuore ho dovuto dirgli una cosa: «Per le mille ragioni che conosci (e di cui non ho parlato, né parlo qui), avevo un profondo bisogno di stare con qualcuno con cui mi sento davvero bene». Mi avrà preso per scemo? Io non credo. Avevo bisogno di dirlo, anche. Di esprimere il mio sollievo di sentirmi “a casa” e di mostrare in un certo senso la mia riconoscenza a chi, sempre, mi permette di vivere questa sensazione.

E’ amicizia? Direi che non ci sono dubbi. Ma… le amicizie sono tutte così, sono tutte uguali? Possono tutte darti l’idea di un porto tranquillo in cui rifugiarti anche solo per una sera, per dimenticare ciò che ti angustia o per concorrere alla ricarica delle pile? Non lo so. Non credo. Se fosse così immagino che non avrei provato il piacere che ho descritto. Se fosse così forse non avrei nemmeno bisogno di aspettare con ansia la prossima occasione, come in effetti sto già facendo. No. Sono certo. Le amicizie non sono tutte uguali. Ma non so mettere a fuoco quali siano le sfaccettature che le rendono a volte così simili, a volte tanto diverse. Una cosa credo possa influenzarle… sempre, fino all’ultimo giorno della nostra lunghissima vita (bi o tricentenaria naturalmente) tutti noi cambiamo. E se questi cambiamenti non collimano… beh, possono anche entrare in lieve collisione. E lasciare piccole, piccolissime ammaccature che poi passano, ma che lasciano un segno invisibile. Alt. Mi sono perso un’altra volta. Non riesco più  a seguirmi e ho pietà di chi mi legge. Passo e chiudo.

Ionnighitar


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