Fotografia che passione

Una volta, parecchi anni fa, facevo molte fotografie. Addirittura in bianco e nero ed avevo allestito una specie di laboratorio di fortuna per le fasi di sviluppo e stampa. In casa, a Milano, più che un laboratorio di fortuna era una specie di fotolab clandestino. Montaggio, utilizzo, pulizia e rimessaggio di attrezzature e materiali dovevano avvenire entro la serata in quanto il bagno di servizio doveva essere adibito a bagno di servizio… Un modo efficacissimo per farti passare la voglia di fare il fotografo, seppur dilettante.

Poi, in collaborazione con una cuginona (in tutti i sensi, di età e di volume), abbiamo allestito un localino serio quanto lurido in campagna. Ma lì per lo meno potevamo lasciare il tutto in giro e magari dimenticarcene pure. fatto sta ed è che di foto ne facevo proprio tante. Come mi capita spesso la fase più entusiasmante era quella preparatoria, nel caso specifico la ricerca e acquisto della macchina, degli obiettivi, delle borse… Però per la verità poi le usavo e quindi davo un senso al dispendio di energie e di capitali. Ho fatto un sacco di ritratti, ritrattini e istantanee prima alla mia dolce metà (partendo quando non era ancora tale, e non per una questione di proporzioni), poi ai bambini, tante, ma proprio tante. E anche belle, a volte, se posso autoincensarmi un pochino. Poldo, il mio cagnone adorato, ha avuto la sua bella parte di notorietà in qualità di modello.

Poi, chissà com’è, col crescere dei bambini diventati ragazzi (e oltre), col fatto che la mia metà mi sono sempre beato di guardarmela dal vero e il più possibile, col fatto che la foto digitale agli inizi la vedevo più come una faccenda di gadget che come una cosa seria, con la vicenda della macchina finita a mollo in un gavone allagato e trasformatasi magicamente in cozza (per di più non commestibile), la mia frequenza con la fotografia ha subito qualche rallentamento.

Due risvegli inattesi e pieni di soddisfazioni sono però stati favoriti da un viaggio a Londra due anni fa, di cui prima o poi scriverò, e da una settimana a cavallo tra la Val d’Orcia e la Val di Chiana a fine luglio 2011. Quando riuscirò a capire come costruire una pagina del blog con una galleria fotografica metterò le immagini che più mi sono care, parlando di luoghi ed emozioni. A proposito, un concetto filosofico: io credo che siano le emozioni e alcune sensazioni fisiche (nel mio caso soprattutto generate da profumi e aromi particolari, di legname, di bosco, di mare, di mix molto caratteristici, fosse anche la schifezza dell’odore di fritto e di grasso di certe città mitteleuropee) le principali se non esclusive responsabili dei ricordi che ci rimangono appiccicati per tutta la vita.

Insomma, ero partito dalle fotografie, ma perché? Ah sì. Per dire che la foto che ho scelto per la testata di queste pagine è una veduta della zona delle Crete Senesi che mi ha stregato come mille altri scorci che mi sono rimasti nel cuore. E non ho ancora messo le altre…!!!

Come nel cuore mi è rimasta la gioia di godere per una settimana dell’ospitalità squisita della mia nipotina E. e di M., perfetti e generosi nell’accoglierci, coccolarci, scarrozzarci e farci sentire a casa. Ma… spero non se la prendano se lo dico: la cosa più bella di tutte è stata la compagnia di Ionni. Sì, anche lui si chiama Ionni, o meglio, l’ho chiamato Ionni io anche se lui non credo se ne ricorderà quando crescerà. Posso dirlo, si chiama Niccolò, ma è troppo simpatico, troppo incredibilmente affascinante per non chiamarsi anche Ionni. (Io faccio eccezione, mi sono preso questo nome più che altro per poterci aggiungere Ghitar. Niente a che vedere con la sua simpatia e unicità. E per ora passo e chiudo

Ionnighitar


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