Evoluzione del(la) Ruggine

Sono un po’ in ritardo… Mettiamola così: per un lunghissimo periodo anche a voler spremere le dita e le meningi non saltava fuori niente che mi pareva potesse essere di interesse alcuno per chicchessia.
Fedele alla mia filosofia dello scrivere, che raccomanda il silenzio assoluto piuttosto del riempire qualche riga tanto per farlo, mi sono a lungo rifugiato in un bozzolo in attesa di ispirazione. Per la cronaca, non mi sono trasformato in farfalla, penso di non essere nemmeno arrivato allo stadio di crisalide (detta anche pupa, termine che non mi pare mi si addica granché). Ho perfino ricevuto, qualche volta, più o meno tiepidi solleciti a riportare i polpastrelli sulla tastiera, ma nemmeno l’incoraggiamento delle tifoserie ha il potere di rimettere in moto ingranaggi cerebrali che si sono temporaneamente (speriamo) inceppati.
Aggiungiamoci, per non farci mancare niente, anche una bella dose di pigrizia ed ecco che ci si ritrova a mesi di distanza a dirsi: “Ohibò (mia espressione tipica), siamo già con un piede nelle vacanze estive e non ho comunicato una notizia importante e ricca di fascino che meritava un lancio ben più tempestivo. Vediamo di rimediare.
Chi ha avuto la bontà, la pazienza o la temerarietà, vedete voi, di leggere i capitoli passati saprà innanzitutto dell’esistenza di un delizioso locale di ristoro in quel di Bologna, denominato Ruggine e responsabile della scelta del titolo di questo post.
Poi – e qui andiamo a racconti più recenti o se non altro meno datati – avrà anche letto del rinvenimento di un preziosissimo tesoro di immagini d’epoca frutto dell’ars photographatoria del nonno (il mio e di altri che leggono). La cosa ha una certa attinenza con quello che andrò a raccontare.
Tempo fa, parecchio, lo chef di casa trasferitosi nella città famosa per tortellini e mortadella, non pago del successo travolgente ancorché strameritato del suddetto Ruggine (non chiedetemi perché ruggine venga declinato al maschile perché non saprei come rispondervi) ha rispolverato un suo antico progetto che consisteva nell’aprire un laboratorio di preparazioni alimentari per arricchire e rendere più “libera” l’offerta che il menu aveva fino ad allora scodellato.
In altre parole, per tutta una questione di licenze, attrezzature, permessi e ammennicoli vari dell’italica burocrazia, mentre si trovava ad avere le mani discretamente legate nel cucinare direttamente da Ruggine, lo spostare la produzione altrove gli consentiva, finalmente, di dare libero sfogo alle sue fantasie e capacità di spadellamento.
Il parto ha richiesto una gestazione (come è normale che sia) un po’ più lunga di quella sperata, grazie anche e soprattutto alla solerzia di qualche artigiano chiamato a sistemare gli impianti ma, verso la fine di maggio, vedeva la luce il nuovo Ragù. Già, perché è così che il nuovo laboratorio è stato battezzato. Fosse stato a Canosa di Puglia magari avrebbe potuto diventare “L’orecchietta” o a Bressanone “Il canederlo”. A Bologna, Ragù. Chissà come mai.
La formula è semplice: una parte della produzione, una buona parte, viene dedicata come detto a rendere più vario e versatile il menu di Ruggine, il resto è offerto al pubblico per un consumo veloce sul posto, sempreché si sia fortunati nell’accaparrarsi uno dei quattro sgabelli disponibili, o preferibilmente alla maniera dello “street food” che, per fortuna e grazie allo spirito che si respira a Bologna, conserva, sì, le caratteristiche del cibo di strada, ma non prende quell’aria di “pasto-da-consumare-in-fretta-perché-dopo-c’è-un-sacco-di-altre-cose-da-fare” che di sicuro lo contagerebbe se fosse vissuto a Milano. Cito, giusto per dire, un paio di “must” di Ragù”: il ragù (guarda un po’) antica ricetta, che ancora non ho capito se davvero segua un capitolato entrato nella storia o se nasca da un’idea geniale dello chef di cui sopra e le cotolettine di pollo su un letto di crema di parmigiano e scaglie di prosciutto crudo croccante. Ho le bave già solo a scriverne e la cosa assurda è che ancora non ho trovato il modo di andarle ad assaggiare. Quindi parlo per sentito dire e per quanto assimilato da immagini fotografiche.
Beh, e le foto antiche? Ci arrivo. Dato che lo spirito col quale il tutto è stato concepito si richiama alla vecchia cucina delle nonne, a un ambiente famigliare e antico, alla tradizione, alla genuinità (il motto di Ragù è “Bentornati a casa”), mi pareva che dare libero accesso all’archivio fotografico del nonno potesse garantire una fonte pressoché inesauribile di immagini che paiono scattate ad hoc. E così è stato. Sono stati prodotti manifesti, cartoline, sono state divulgate sui “social network” (parola che amo quasi quanto location e mission), così da dare al nuovo Ragù quella caratterizzazione che pare abbia fatto presa e sia stata ben accolta dal suo pubblico.
L’unico interrogativo irrisolto sta nella sostituzione dei nomi dei personaggi via via presentati per costruire una storia antica: il nonno, diventato Attilio, si chiamava in tutt’altro modo. Il contadino battezzato Amilcare era un più banale Luigi (Amilcare era suo padre), ma in fondo il tutto cosa cambia? Potrebbero anche essere nomi d’arte: Sofia Loren o Johnny Dorelli mica si chiamano così, in realtà.
Che dire quindi? Sono soddisfatto di aver dato una mano, pur con pochi o nessun merito, al lancio di questa nuova avventura con strumenti che ne supportano lo spirito. Sono ancora una volta orgoglioso e ammirato nel vedere lo spirito d’iniziativa  di G. e la sua tenacia nel perseguire obiettivi che finora hanno superato ampiamente le aspettative. Soprattutto, sono tremendamente ansioso di andare a vedere il locale ormai finito e funzionante oltre che di assaggiare tutte (confermo, tutte) le proposte della casa. Poi vediamo, magari potrei anche decidere di dare alle stampe un resoconto.
Detto questo, con molte riserve che nascono dalla ruggine (femminile) che si è depositata sulle mie capacità nel manipolare questo blog e i suoi strumenti, provo ad inserire un link al nuovissimo e bellissimo sito di Ragù là sotto, insieme agli altri, dove ho raccolto i miei siti preferiti e consigliati. Ma non garantisco.
Per finire, prevedendo una non rapidissima ripresa a regime delle chiacchierate via blog, quasi quasi auguro buone vacanze a chi si trovi a passare di qui.

Ionnighitar


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