Emotion & Commotion

VeronaPrima di essere tacciato di plagio sarà bene che specifichi: il titolo non è mio, ma è quello di una bellissima raccolta di Jeff Beck di cui ho parlato nel blog, nella notte dei tempi. Ma non potevo non approfittare del fatto che riassume alla perfezione le sensazioni che ieri, inaspettatamente, ho provato in una circostanza che mai mi sarei aspettato mi desse una scossa simile. Ma sarà meglio principiare dal comincio (quando si dice una frase storica…).

Siamo stati beneficiati, e ringrazio ancora i benefattori, di una gita a Verona, un po’ per visitare la città, un po’ per visitare una mostra di pittura alla quale inizialmente non avevo dato il giusto peso. Poi spiegherò anche questo. Va detto prima di tutto che non ricordo, a parte le gite scolastiche che risalgono ai tempi delle carrozze o, più realisticamente, delle carovane stile far west (lo so che il carro si chiama Conestoga, ma non volevo metterla giù troppo dura, quindi non lo dico). A dirla tutta non sono tipo da gite collettive, trasferimenti in pullman, intruppamenti di vario genere. Volendo essere eleganti potrei dire che sono uno spirito libero. Con un po’ di realismo in più mi azzarderò a dire che sono un rompiballe. Non che voglia per forza fare solo quello che piace a me, ma che ci posso fare se il programmare, il seguire l’onda, il fermarsi a contarsi, il chiedere «ci siamo tutti» mi provoca, in genere, l’orticaria? Invece, tu guarda a volte la vita, mi sono trovato bene, non mi è pesato. Devo anche ammettere che seguire la guida, bionda fanciulla bionda di nome Giulia (a Verona avrebbe potuto chiamarsi Marisa? Ovvio che no) dotata di ombrellino a pois quale segno di riconoscimento tra la folla tenuto a mo’ di fiaccola sopra il mare di teste, mi è anche risultato divertente. Piccolo inciso: era forse la mia prima esperienza al seguito di una guida. Sono rimasto colpito dalla competenza, disponibilità, capacità di catturare l’interesse a totale assenza di pedanteria. E brava Giulia.

Vabbè, poi ho trovato il modo di svicolare un po’, siamo d’accordo, ho abbandonato il gruppo che comunque per pranzo non era più così compatto, per girare in solitudine di coppia tra bancarelle e salsicce di Norimberga e per una rossa doppio malto non filtrata, ma dopo la scappatella mi sono ripresentato puntuale per le visite dell’arena e, soprattutto, per la mostra di cui sopra.

Non avevo messo a fuoco bene che il sottotitolo della mostra era “Storia del paesaggio dal seicento al novecento”. Già, perché il genere pittorico che io amo di più in assoluto, è il paesaggio. Se vogliamo essere pignoli i paesaggisti dell’ottocento, quindi come periodo ci siamo in pieno. La mostra, comunque, si chiama “Verso Monet”, il che, grosso modo, fa intendere quale sia il punto d’arrivo di tutta l’esposizione. A proposito di esposizione, ma in altra accezione, grandiosa la preparazione, competenza, passione, semplicità e chiaredda di un’altra guida/fanciulla. Non mi ricordo come si chiamasse, ma era giovanissima anche lei, bionda anche lei, straordinariamente perfetta anche lei. E brava anche lei.

Le opere esposte, quasi tutte, mi sono piaciute davvero tanto. D’altra parte c’erano nomi da niente, basti pensare a Canaletto, Vanvitelli, Guardi, Cezanne, Pizzarro, Van Gogh, Constable, Corot, Gauguin e un’altra truppa che un po’ non ricordo in questo momento, un po’ va citata tra poco. E poi, ovviamente, Monet. Nella mia profonda rozzezza non è che io sappia apprezzare proprio tutto. Ci sono opere, indubbiamente capolavori indiscussi, che non riesco a farmi piacere e mi ostino a ritenere più bello (per me, ribadisco) un quadro che mi trasmette qualcosa rispetto al più grande masterpiece (odio questi inglesismi ma non volevo ripetermi) che invece mi lascia indifferente.

Ciò non toglie che, obiettivamente, è difficile non ammettere che il novantanovepercento dei dipinti esposti era da togliere il fiato. Ma c’è un particolare. Verso la fine del percorso, inaspettatamente, mi sono trovato davanti alle opere (poche, purtroppo) dei due pittori che amo di più, anche se li conosco davvero poco. Dire che li amo sembra fuori posto, ma sta di fatto che i loro quadri, visti finora esclusivamente in fotografia o sul monitor, mi hanno sempre dato una scossa particolare. Mi  piacciono senza ragione, mi arrivano diretti al cervelletto e lo scuotono come fosse la campanella dell’elevazione. Dimenticavo: sto parlando di William Turner, maestro inglese capace di trasmettere la grandiosità della natura con rappresentazioni al limite dell’astrattismo, capace di dare alla pittura ad olio effetti che sono tipici ed esclusivi dell’aquerello, e di Jean Francois Millet, autore, oltre che di paesaggi straordinari, di quello che per me è uno dei dipinti più belli mai realizzati (sento già mormorii di protesta e disapprovazione, ma non mi importa).

Beh, riprendendo il titolo… Non sapevo, non avevo mai provato, non mi sarei mai aspettato che, trovandomi di fronte a un quadro, potessi provare un misto di sensazioni ed emozioni tali da fondersi e manifestarsi in pura, profonda commozione. E, devo dire, è stata un’ esperienza che probabilmente ricorderò a lungo. E ne sarò ben lieto.

Ionnighitar


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