Eh sì, sono perplesso

Leggo un quotidiano di parte, consapevole che lo sia. Come credo lo sia qualsiasi quotidiano. C’è di buono che, con tutti gli impegni che ho, riesco a leggere anche altre campane (ignorante, si dice ascoltare altre campane) grazie a Internet e alle mille strade che oggi ci vengono offerte per conoscere l’opinione di ogni organo di informazione, bollettino condominiale compreso. E con un certo stupore ultimamente, salvo sfumature, direi che la partigianeria dei giornali o delle tibbù è quasi resa vana dall’enormità e dalla sfacciata uscita allo scoperto delle più immonde, maleodoranti e ignominiose vicende, legate per la maggior parte al mondo della politica e dei partiti.

Non so, anche se me lo sono chiesto, se ci sia una specie di sotterranea e sistematica operazione volta a minare il tradizionale mondo della politica per poi farlo deflagrare lasciando solo rovine. Il dubbio mi viene perché, alla fin della fiera, non esiste partito, fazione, clan, terzetto di compagni di briscola, che oggi non sia invischiato in qualche schifezza il più delle volte legata alla corruzione. Della Lega ho già detto. E al di là di tutto mi pare chiaro che la sostanza ultima sia una feroce lotta di potere interna destinata a vedere fratelli che dilaniano fratelli (coltelli). O se preferite «Homo homini lupus».

Degli altri, che dire? Intendo  di tutti quelli che sono indagati, che hanno a loro carico prove provate che schiaccerebbero non uno, ma diecimila dinosauri, ma che hanno la faccia di indignarsi, negare, dichiararsi parte offesa, minacciare azioni legali verso chi li ha turlupinati e derubati. E, come già detto, ancora una volta: benone, non riteniamoli correi, ma per lo  meno riteniamoli totalmente deficienti e priviamoli della capacità di fare danno ulteriore. Leggiamo di chi nega di aver conosciuto Tizio se non di striscio e poi viene fotografato sulla di lui barca, sbugiardato dalla moglie dell’amico rinnegato che nel frattempo è finito in galera (meritatamente, per carità).

Davvero, con tutta la buona volontà, faccio fatica a trovare chi negli ultimi sei mesi, diciamo, sia stato almeno toccato (e non semplicemente infangato) da vicende che definire di malaffare è offendere i malfattori. Qualcuno ha il pudore di andarsene? Sì, qualcuno sì, lo ha fatto. Non lo considero per niente un eroe, ma mi secca se non altro che di fronte agli altri impuniti e senza vergogna faccia anche la figura dello scemo.

Poi abbiamo il nostro beneamato governo. E lascio perdere il 98,5% delle cose che vorrei dirne. Solo sono colpito da due cose: la prima è la presa di distanze dalle politiche o meglio dalle misure adottate da un esecutivo al quale si è inneggiato quasi all’unisono al momento dell’insediamento, proprio da parte di chi lo aveva incensato. E qui mi riferisco ai grandi giornali economici angloamericani, al Corriere, a Repubblica, alla Stampa, che magari non a piena pagina, magari non come titolo di testa, ma pubblicano articoli di economisti riconosciuti competenti che cominciano a fare distinguo, se non addirittura a dire a chiare lettere che le misure sono quanto di meno indicato si possa immaginare per gettare le basi di un ridimensionamento del debito e di una pur lenta inversione di tendenza. Non è una soddisfazione, anzi. ma questo io l’ho sostenuto, in discussioni accese, prima di Natale, con qualche Solone. Amen. La seconda è la spocchia, quell’aria insopportabile di superiorità e di distacco che li porta quotidianamente a dire fesserie a raffica se non addirittura a dichiarare «se ti va bene così, bene, se no guarda che me ne vado e poi sono problemi tuoi».

Il che poi, a ben guardare, è molto spocchioso, presuntuoso, tira gli schiaffi, ma si basa su una tragica realtà: dietro di loro il guano.

Ma, conciso come sono, non è qui che volevo arrivare. E’ che questa mattina ho letto un’altra notizia che mi ha letteralmente nauseato, se ancora fosse rimasto spazio per la nausea in questa vicenda: la moglie di uno dei due marò “trattenuti” in India scrive che, al di là di tutti i problemi che possiamo immaginare stia passando (ha tre bambini piccoli), al di là del fatto che la mancanza di aiuto, economico e non, da parte del marito si fa ovviamente sentire, tra le altre cose adesso ha anche subito la sospensione dell’erogazione di corrente perché non pagava le bollette. E chiede aiuto.

Ora, io non so, essendomi lasciato crescere una specie di scorza di cinismo, se queste siano notizie vere o false. Voglio essere a tutti i costi come San Tommaso. Però… Però, per la miseria, i due marò sono stati fermati il 15 febbraio e oggi è il 20 aprile. Abbiamo un ministro degli esteri che non ce l’hanno così nemmeno a Paperopoli, manda sempre avanti (e indietro) il suo delegato Staffan de Mistura, ma per il resto… Non sa, non c’è, non fa. A che serve? A CHI serve? Intendiamoci, non credo che dovremmo o potremmo dichiarare guerra all’India, ma mi faccio due sole domande. Prima: molto probabilmente è vero che nell’era premontiana la nostra considerazione all’estero non fosse ai massimi livelli. Ma oggi, con questi ministri dotati di siffatti attributi, ci considereranno almeno quasi quanto lo Swaziland? Secondo: ma a vostro parere i due marò, che si trovavano dove si trovavano non tanto per scelta o divertimento, come il re di Spagna che andava a sparare agli elefanti (in qualità di presidente del WWF), ma perché quello è il loro lavoro e il loro dovere, come si devono sentire? Possono sentirsi ancora fieri di avere la bandierina italiana sulla manica della tuta militare? Possono nutrire qualche dubbio sul fatto che chi li ha mandati dove li ha mandati se ne strabatte di darsi da fare per toglierli d’impaccio? E questo, sia ben chiaro, al di là del fatto che abbiano o meno commesso degli errori. Sono militari. Italiani, per la miseria. Sono, e non per colpa loro, caduti in una trappola meschina tesa dalle autorità indiane. Ma sono là. E ci restano. E nessuno, dico nessuno, ha il pudore di vergognarsene. Compreso il protetto dal reato di vilipendio, anzi…

Ionnighitar


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