E dopo si casca di sotto

Qualche volta mi capita, e so che non sono il solo, di mettermi a ragionare dei massimi sistemi (si fa per dire). Galileo Galilei non c’entra. Intendo dire che chissà perché qualche volta mi salta in mente di considerare quanto immensamente piccoli siamo noi, uomini e donne, indipendentemente dall’altezza, dal peso e dalla fede calcistica o politica e dal colore delle bretelle, oppure di immaginare cosa succederebbe se per qualche evento più o meno naturale si tornasse tutti all’età della pietra. Mi sono ritrovato a fare le considerazioni del primo tipo l’altro giorno, guardando per l’ennesima volta, la lunga serie di immagini che mi sono state concesse in uso per il blog. Sì, quelle dell’Africa. Che ci siano cieli incredibili ormai è assodato e, ve l’assicuro, aspettatevi ancora immagini da incanto. Che ci siano scatti straordinari che ci trascinano nella natura più cruda e selvaggia ve l’assicuro e dovete credermi sulla parola, anche perché quelle meno poetiche e un po’ cruente ho deciso di risparmiarle sia a voi che a me stesso, pur riconoscendone la bellezza.

Ce ne sono alcune però – e qui ne metto due che sono quasi gemelle – che mi trasmettono una sensazione di immensità come poche altre. Sorvolando sul fatto che chi le ha scattate è decisamente un artista, che sa cogliere e fermare nel tempo colori, sapori, atmosfere… mancano i profumi ma secondo me è soltanto perché non ho visto tutte le sue foto. Sono sicuro che riuscirei a trovarci anche quelli.

Masai 1

Credo ci sia poco da dire a commento di questi due quadri. Io ne resto incantato ogni volta e vi assicuro che le ho già guardate parecchie volte. Sono rapito dai contrasti, dalla perfezione della scelta di esaltare la presenza dell’uomo vestito di rosso su uno sfondo che non potrei definire se non come “l’immensità fatta immensità”. È chiaro che sia assurdo, ma ricevo un’impressione di infinito molto più intensa guardando il paesaggio che si snocciola ai suoi piedi a perdita d’occhio che guardando una foto dello spazio, in cui tutto è infinito per definizione, in cui la terra o qualsiasi altro corpo più o meno celeste finisce col diventare un palloncino, una boccia. Saturno è un misto: boccia francese nel mezzo e boccia da spiaggia per gli anelli.

E il protagonista? Credo sia un Masai, popolo fierissimo dedito all’agricoltura e all’allevamento che vive in villaggi fatti di bassissime abitazioni fatte di sterco e fango (lo sterco viene fatto seccare preventivamente per motivi facilmente intuibili). In occasione del nostro ormai celebrato viaggio in Africa, al tempo dell’imperatore Dario il Grande di Persia, ci capitò di incontrare gruppi di Masai tutti vestiti di rosso e con le lance impugnate con fierezza, oltre che di sorvolare i loro villaggi punteggiati del rosso delle loro tuniche e del bianco degli animali. Ricordo che ci dissero che non dovevamo fotografarli (da vicino) perché erano convinti che gli si rubasse l’anima. Forse si sarebbe potuto farlo dietro generoso compenso, ma non ne sono sicuro. E forse mi sono anche messo in mente la leggenda della caccia al leone a mani nude, con la sola lancia come arma. Forse. D’altra parte, se sono agricoltori il leone lo lasciano in pace, no? Mah. Ci sono leggende metropolitane e leggende della savana. Ma sono sempre e comunque affascinanti.
Poi tutte ‘ste belle considerazioni per scoprire, magari, che l’uomo vestito di rosso non è affatto un Masai… Di sicuro posso affermare che non sia di Bisceglie, di Valdidentro o di Pordenone. E so di non sbagliare.

Stavolta comunque credo sia il caso di lasciare che il post lasci il post(o) all’immagine. A quello che può trasmettere. Mi piacerebbe, certo, poter dire che vi faccio dono di queste strepitose vedute. Ma non vi posso regalare un accidente, accidenti. Non è mia e non l’ho scattata io. Però, siamo sinceri, se non ci fosse il mio blog, che per definizione è mio, questi due capolavori non li avreste potuti vedere. E questo è già qualcosa, in tema di soddisfazioni.

Ionnighitar

Masai 2


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