Dopo il velocipede (storia delle due ruote)

Guzzi_dingo_cross_50 Già, dopo il velocipede… o il cavallo, avrei potuto scrivere. Non so spiegarmi perché, ma questa volta mi è saltato in mente di passare in rassegna i mezzi di trasporto di cui sono stato tronfio possessore in età infanto/giovanile. Da qui il motivo del titolo: non sto a elencare la ruota di pietra, la biga, la diligenza, il cavallo montato a pelo e, appunto, il velocipede, più che altro perché se iniziassi da lì perderei una buona fetta di aficionados.

Nei ricordi devo ammettere che mi danno una mano anche le vecchie fotografie (che non sto guardando, ma che ricordo di aver visto mille volte), perché se è vero che la memoria può farti rivivere episodi e, soprattutto, sensazioni lontanissime nel tempo, è anche vero che tutto ha un limite. E lì interviene la memoria della memoria fotografica. Trucchi del mestiere.

Allora, vediamo… so di essere stato immortalato su un balcone di casa, a Milano, alla bella età di tre o quattro anni direi, in sella a un meraviglioso triciclo che immagino rosso. La foto è in bianco e nero. Indossavo un elegantissimo cappotto che ricordo per certo essere stato rosso, con bottoni dorati e che, con immenso imbarazzo, ho visto dalle immagini essere fatto a maglia o all’uncinetto. Non si addice ad un gentleman di campagna. Non che io lo sia mai stato, ma vi prego, un cappotto a maglia…

Se non altro nella foto sfoggiavo un meraviglioso e piumatissimo cappello da bersagliere. Quello con tutto il ciuffo di piume (occhio a non chiamare piuma quella del cappello degli alpini o vi fanno lo scalpo). Mi dava un’aria decisamente importante… Poi, in effetti i bersaglieri quando non vanno di corsa vanno in bicicletta, no? Ecco, io, bersaglierino in fìeri andavo sul triciclo. Dove, non saprei, dato che il balcone era pur sempre un balcone e non l’autodromo di Monza, ma va bene lo stesso.

Secondo ricordo, una meravigliosa bici Doniselli rosso metallizzato (aridaje), battezzata “Fulmine”, nata con le rotelle e cresciuta senza. nel senso che è con quella che ho imparato i rudimenti dell’equilibrio ciclico. La foto che mi ritrae fiero in sella questa volta mostra una connotazione più “di frontiera”, dove per frontiera non si deve intendere quella con la Cunfederaziun ma quella dei pionieri in marcia verso il far west. Infatto ho sulla capoccia un meraviglioso cappello da cow-boy e allacciato in vita un cinturone con coppia di pistolone di ordinanza. Si intonano perfettamente alla maglietta a righe orizzontali bianche e rosse da marinaretto.

Non so collocare bene nel tempo alti due mezzi passati alla leggenda e rimasti nel cuore: un monopattino in legno con pulsante posteriore per il freno, che consentiva di bloccare la ruota posteriore e fare sbandate stupende dopo aver percorso il corridoio di Milano a tutta birra e, per analogia, uno spettacoloso go-kart a pedali sul quale credo di aver macinato (in casa) migliaia di chilometri.

Era davvero fantastico. Per inciso era rosso, con il sedile bianco e, forse perché col passare degli anni mi ero fatto più ingegnoso ed esigente, avevo legato con spago e scotch al telaio appena sopra o sotto il volante, una radiolina a pile dotata di antenna estraibile. Il primo fanciullino italiano a viaggiare a velocità folli avanti e indietro nel corridoio lunghissimo con la sua bella autoradio artigianale a tutto volume. Era fantastico arrivare in fondo, imboccare l’anticamera e poi, bloccando i pedali e sterzando, fare dei testacoda da brivido. Ecco, la sola fregatura era che non aveva clacson e se qualcuno fosse sbucato da una delle porte che si aprivano sul corridoio sarebbe stato difficile evitare l’impatto. E’ successo. Più volte. Ero l’ultimo, il piccolo di casa. Nella constatazione poco amichevole che ne conseguiva avevo sempre la peggio.

Tornando alle biciclette, più seria e in tema la mise che sfoggiavo in sella a una legnano blu metallizzato (credevate rossa eh?) di media misura, in cui compaio con una pseudo-maglia da ciclista con la scritta FAEMA (era una squadra che andava per la maggiore), che la mamma aveva realizzato scrivendo forse con un pennello sporco di nero (non c’erano i pennarelli, signori) su una striscia di stoffa da stracci bianca. Poi l’aveva cucita a mo’ di anello e potevo infilarmela e piazzarla all’altezza del petto. Un figurone, vi assicuro. Ah, dimenticavo… la maglietta sotto era… occhei, era rossa. probabilmente non sceglievo ancora io.

Verso i quattordici, direi, corono finalmente il sogno di una scintillante Legnano 50 sport con il cambio (allora se andava bene c’erano quattro rapporti, non sessantotto come oggi, sulla più scalcinata). Giallino metallizzato, era il solo e caratteristico colore. Misura 28, da uomo, sella da corsa Brooks, in cuoio durissimo e stretta. Di quelle che fai tre metri e cominci a pensare che forse farà ganzo passare per provetto ciclista ma ti rompe anche le ossa del posteriore. il bello è che non ci nasceva con quella sella, l’avevo messa io. Mai portata a Milano, ci ho macinato chilometri avanti e indietro soprattutto tra C. e V. per raggiungere la compagnia e per farmi bello con la più carina (risultati, zero).

A sedici anni, praticamente consumato dall’invidia per le moto o i motorini che alcuni amici avevano ottenuto, ero quasi deciso a scappare di casa e fuggire in Nuova Guinea, per non sentirmi un minus habens. Ancora non so come io abbia potuto convincere mio padre, ma sta di fatto che un bel giorno d’estate si prende, si va a Varese dal concessionario Guzzi e si compra un Dingo Cross. Meraviglia delle meraviglie!!! Una delle prime cose che ho fatto è stata mettergli la padella bianca portanumero sul manubrio, con il numero 104. A riprova del fatto che quasi ogni cosa che facciamo la facciamo non tanto per noi quanto per farci notare.

Il patto stretto con papà era di non chiedere, MAI, di portare il motorino a Milano, pena il sequestro. Sono sempre stato fedele alla parola data. Anche perché sapevo che anche lui era fedele alle promesse fatte. Devo dire che con il mio Dingo sono caduto solo tre o quattro volte e, per fortuna, in modo quasi del tutto indolore. Il solo volo degno di nota si riferisce alla sera in cui, tornando a casa, probabilmente con l’asfalto bagnato, prendendo allegra la curva a destra in fondo alla discesa che porta in paese, il mezzo mi è sgusciato da sotto il sedere ed è partito come un missile a schiantarsi per traverso contro la saracinesca del panettiere.

Danni: nessuno. Boato: forse l’eco non si è ancora spento. Io, in compenso, ho ripreso al volo il bolide, sono saltato in sella e mi sono fiondato a casa. Forse stanno ancora chiedendosi chi fosse il deficiente che si è impastato alla saracinesca come una decalcomania. Non lo sapranno  mai.

Ionnighitar


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