Dodici – Personaggi: la nonna

Prima o poi dovevo pur arrivare a descrivere almeno qualcuno dei protagonisti di questa saga. Metto le mani (e la tastiera) avanti: ho detto qualcuno, altrimenti non si finirebbe più e si rischierebbe di creare una gran confusione.
Perciò comincerò dalla nonna, senza sapere bene dove andremo a finire.
Come ricordato in un altro capitolo, la nonna e il nonno ricevettero in dono la casa e (credo) il giardino e i terreni dalla loro zia comune, Giovanna che, a giudicare da alcune foto che ricordo appese da qualche parte e da una di quelle che allegherò a queste righe, era donnona di una certa presenza fisica, per dirla in modo elegante. Se non sbaglio dovrebbe essere la prima a sinistra seduta in carrozza, vestita di nero. Accanto a lei, con un cappellino sobrio e poco impegnativo, la nonna. Credo si sia messa la prima cosa che le capitava a tiro giusto per una passeggiatina nei dintorni. Però, non si può negarlo, già da qui si vede come si trattasse di una donna davvero bellissima (parlo della nonna, non della zia Giovanna). Quella seduta di fronte, spalle al cocchiere, secondo me è una delle sorelle della nonna, forse la zia Amelia, che veniva a trovarla e passava con lei qualche giorno ogni anno, nel mese di settembre. Sentire le due sorelle che parlavano tra di loro e scambiarle per due agenti segreti che comunicavano in codice era la stessa cosa. Avete presente il dialetto genovese stretto? Ecco, così.

Nonna carrozza
Già, perché la nonna era genovese e questo, a mio parere, le fruttava due punti in più rispetto alla media delle nonne standard: quando usava la cadenza genovese, che non so perché, mi piace in modo esagerato, mi incantava. Quando invece si esibiva ai fornelli nei piatti tipici della cucina ligure mi stregava e avrebbe potuto fare di me quello che voleva. Poi ci torniamo, su questo argomento.
Per concludere il commento sulla foto, ignoro l’identità del cocchiere e delle due figure di sfondo, ma credo che questo non pregiudichi l’impianto della storia.
Siccome, confesso, non ricordo in che anno la nonna fosse nata, non posso nemmeno calcolare quanti anni avesse nel periodo in cui ne ho ricordi discretamente chiari, ma non importa granché. Non posso, obiettivamente, dire di ricordarla come la classica nonnina dolce e affettuosa, tutta tesa a viziare e coccolare i suoi nipotini, però penso che questo possa essere in parte capito e giustificato.
Intanto erano altri tempi, anche se la nonna di Cappuccetto Rosso non l’ho mai inquadrata nella seconda metà del ‘900 eppure me la dipingono come uno zuccherino. Poi, anche se non ho esperienza diretta, forse una cosa è avere tre o quattro nipoti da coccolare, altra cosa è averne diciotto. Forse. Ancora, può darsi che io l’abbia avuta come nonna quando ormai si era stufata del suo ruolo e cominciava ad averne le tasche piene di un numero esagerato di discendenti. Infine… beh, se devo cercare qualche altra nonna che tanto tenera e affettuosa non lo è mai stata, non è che debba sforzarmi più di tanto. Quindi, va bene così. Se non altro non costituisce un’eccezione così rara.
Nonna giardino
Ho detto prima che era bella e vorrei vedere chi ha il coraggio di contestarmelo vedendo la seconda foto, quella coi cagnolini, rilassata sulla sedia a dondolo appena fuori dal bow-window del suo salotto. Pur avendo generato sette pargoli era come se ne avesse sei. Infatti con la sua primogenita, non ho mai saputo il perché né mi è mai interessato saperlo, una volta troncati i rapporti non ebbe più contatti se non per mandarle un biglietto di condoglianze per la perdita del marito. Firmandosi con nome e cognome. Tipi curiosi.
Qualche volta, con mio sommo piacere, venivo invitato a cena da lei, che ancora aveva in casa l’ultimo della sua progenie, ancora scapolo. E regolarmente, come c’era da aspettarsi, mangiavo in maniera sublime, quand’anche mi fosse servita una minestrina. Già, perché, a parte le volte che nella minestrina lo zio Silvio mi metteva un cucchiaio di vino rosso facendola inorridire e gridare allo scandalo e dando a me il brivido della trasgressione, anche la minestrina tout-court era qualcosa che in casa mia nessuno sarebbe mai riuscito a replicare. Mi pare ci mettesse il pomodoro.
E il pesto? Col mortaio? Con la presciseua, se si trovava? Ah. Il pesto, che sublime e ineguagliata prelibatezza! Devo proseguire? Vogliamo scendere in particolari? Farci del male? Ricordare il minestrone alla genovese con il pesto? O la polenta, sempre genovese, fatta inserendo nel paiolo di cottura il minestrone avanzato e poi fatta raffreddare? E le acciughine ripiene e fritte? Eh? I canestrelletti di pasta frolla con lo zucchero sopra? Le verdurine ripiene o la torta di fagiolini? Lo stoccafisso? Cosa vogliamo dirne?
Posso dirne una cosa, soprattutto: che per fortuna la zia Adele, sua figlia, come mia sorella e altre componenti della tribù fecero tesoro dei suoi insegnamenti (tutti regolarmente e religiosamente privi di dosi) e consentirono a me e tanti altri di non dover aggiungere al dispiacere per la perdita della nonna anche quella per la perdita delle ricette.
Il clou, però, lasciato volutamente per ultimo, era la torta Pasqualina. Fatta coi carciofi invece che con le bietole, e fin qui passi. Senza l’uovo sodo in mezzo, e fin qui passi. Ma con trentatré, dicansi trentatré sfoglie tirate a mano una per una, trentatrè come gli anni di Gesù, sottili come carta velina a far da copertura a un ripieno capace di farti perdere l’indirizzo di casa. La nonna lavorava nella sua cucina con finestra sul giardino, sul tavolone di marmo, accanto al suo impareggiabile e indimenticabile lavandino ligure, anche lui in marmo e lungo quasi quanto la cucina, dotata di affascinantissimo passavivande, che mi piaceva un sacco aprire per far passare i piatti in sala, pronti da servire.
Quando la nonna si esibiva nella Pasqualina aveva il coraggio di prepararne una per ogni figlio. Il che significa trentatré sfoglie moltiplicate per il numero dei figli e sorvolando su quelle che costituivano la base. Santa donna!
E poi, siamo onesti. Un po’ tenera lo era. Me la ricordo quando, dopo averlo fatto di sicuro anche con me da piccolino, accavallava le gambe, prendeva il nipotino di turno facendolo sedere sulla caviglia a mo’ di cavallo a dondolo, lo faceva ondeggiare e pronunciava una filastrocca in genovese, rimasta, com’era logico, del tutto incomprensibile: “Angenetta, fìu fii…” il resto non sono in grado di riportarlo. Lasciò anche questo in eredità alla zia Adele che, ricordo, coccolò in questo modo anche i miei figli. Per di più recitando a menadito il testo arcano (o almeno, questo è quello che ci lasciava credere, certa del fatto di non poter essere smentita). Ciao nonna.

Ionnighitar


8 thoughts on “Dodici – Personaggi: la nonna

  1. Maria Rispondi

    Bellissimo Alberto!
    Grazie per esserti ricordato della mia mamma.
    Io ho gli originali delle foto che hai pubblicato. Secondo me la signora in carrozza e’la nonna Adele e non la zia Giovanna. Una delle giovinette e’ la zia Giannina.
    Io ricordo una filastrocca che faceva così : Trot Trot cavallot chi l’e’ su l’e’ bel gaciot chi l ‘e’ gio l’e’ n’asinin picinin picinin
    E a quel punto abbassava il piede e ci trovava per terra.
    Le descrizioni dei manicaretti sono così belle e vere che mi sembra di sentire il profumo del basilico e ho la sensazione di addentare un acciuga ripiena.
    Abbiamo avuto una nonna meravigliosa e unica!

    1. ionnighitar Rispondi

      Ciao Maria, grazie. Ma pur senza anticipare, la tua mamma si è appena affacciata, ha già un posto prenotato ma tutto deve arrivare a maturazione in modo spontaneo. Ci sono di certo inesattezze, errori di attribuzione di identità e, vedrai, di cronologia. Ma credo che conti il sapore di quello che ne esce. Ho pensato alla zia Gianinha, ma la caratterizzava solo l’essere magra come un picco. La zia Amelia, che poteva comunque essere, risvegliava altri ricordi. La filastrocca che ricordo io era un’altra e la tua mamma la recitava tutta. Poi si finiva per terra, comunque
      Spero di continuare a rendervi gradevoli i miei ricordi. Un abbraccio

  2. Federica Rispondi

    La torta di fagiolini… quando ho letto la tua descrizione della cucina di famiglia sono stata catapultata in piacevoli ricordi olfattivi che mi hanno indotto una salivazione immediata. E il subitaneo acquisto di tonnellate di fagiolini. Scartabellando in cucina ecco che compare la magica ricetta, ormai tramandata da più e più mani pazienti! Evviva. E’ già finita, e con lei l’esplosione di gusti che mi riportano a casa. Già, perché in fondo la sento ancora come tale, dopo tutti questi anni. Non me ne ero resa conto finora, quindi grazie Ionnighitar! E’ stato un bellissimo viaggio

    1. ionnighitar Rispondi

      Felice del tuo ritorno ai ricordi. Non ho meriti. Ma ciò che mi entusiasma e mi dà la carica è sapere che tanti della tribù si siano sentiti un po’ coinvolti e trascinati dai miei ricordi. Avallando così la mia mania scriptoria che posso sfogare a piene mani. È come avere riannodato legami che si erano un po’ allentati. E vi sono grato. Perché ci credo

  3. Luisa Rispondi

    Ecco la mia lettura della foto della carrozza : a sinistra nonna Adele, dietro la nonna a destra la zia Amelia. In secondo piano la zia Giannina con una signora sconosciuta. Se ne venivano da Malnate a trovare la zia Giovanna.
    Pressapoco la filastrocca diceva ” Angioinetta fila u fi. filu belu, filu suttil, Angioinetta ti me la robi ”
    Ieri ho visto la Sandra che ha ricordi di Clivio pur essendoci venuta solo da piccola.

    1. ionnighitar Rispondi

      Grazie. Ci avevo azzeccato sulla zia Amelia, sbagliato sulla nonna Adele, quindi non un disastro. Fantastico il tuo ricordare la filastrocca. Sarebbe stato un peccato perderla.

  4. enza Rispondi

    ciao alberto che belli questi ricordi ,però ti devo fare qualche appunto, pino era il cavallo (da corsa) tua sorella e il pippo andavano alla casetta a correre, poi venne la bimba cavallo da tiro ,quando salivo mi aggrappavo alla criniera,x tenermi poi romeo ,col tempo hò saputo che anno fatto i salamini ,e questo non mi hà fatto piacere,compliceun tuo zio ,non faccio nomi!!!!!poi mia mamma non faceva cuocere sempre cavoli ,perchè a tuo zio carlo piacevano ,e c’erano pure i cavolini di bruxellers da te odiati,comunque a parte questo bravo poi mi farò sentire ,,,,

    1. ionnighitar Rispondi

      Ciao Enza. Contento di sapere che adesso ho anche te tra i miei lettori. E tanto di cappello per la memoria. In tema di cavalli ho premesso di avere avuto un po’ di confusione in testa. Stiamo però parlando di qualcosa come… ‘ant’anni fa. Adesso però hai sistemato un paio di tasselli. Sui cavoli ho già risposto a tua figlia. Esagerare qualche aspetto fa parte de l mio modo di raccontare. E mi hai stupito: come diavolo fai a ricordarti che detesto i cavolini di Bruxelles?
      Faccio finta di non aver letto il destino di Romeo. Spero per lo meno di non averlo gustato in qualche ricco panino. In agosto saremo alle pendici del Pravello. Con mia mamma che viaggia verso i 99. Magari ci vediamo pure. Grazie per avermi letto. A presto.

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